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Estate con apericena, parola che funziona

Da qualche anno il vocabolo apericena gode di un’apprezzabile fortuna commerciale; favore pari al discredito che questo neologismo riscuote in vari cultori della lingua italiana: scrittori, pubblicisti, linguisti di diversa statura, aspiranti letterati.
Mi sono accorto di essere uno dei rari, convinti sostenitori di questo vocabolo. Proverò a spiegare perché.

Maschile o femminile?

Apericena è una parola chiaramente funzionale. Coniata nei primi anni del nuovo millennio a Torino – ambiente propizio, vista la ricca tradizione dello sfizio e dell’antipasto che caratterizza le tradizioni gastronomiche piemontesi – apericena è una di quelle che il grande linguista Bruno Migliorini avrebbe definito una “parola macedonia”: due parole si incontrano (o forse si scontrano) per unirsi e almeno una delle due perde una parte del suo corpo fonico (di solito la prima perde la parte finale, come in cantautore o cartolibreria). Qui aperitivo cede ben due sillabe, anche se rimane riconoscibilissimo, agevolando dunque l’immediata comprensione semantica della nuova creazione composta. Resta un problema, che, però, non sembra drammatico: decidere se apericena sia di genere maschile o femminile. Si assiste, infatti, a una certa oscillazione nell’uso. Ma questo è normale: una parola che si candida a neologismo può anche necessitare di un rodaggio. In questo caso l’oscillazione è ancora più comprensibile. Chi pensa ad apericena femminile, percepisce la prevalenza di cena, come parola e come situazione. Viceversa, chi usa apericena al maschile, interpreta aperitivo come elemento linguistico e situazionale dominante. Il consiglio è di mettere da parte le ubbìe puristiche e attendere che il mainstream dei parlanti si orienti in una direzione nettamente prevalente, di cui poi – come sempre accade in questi casi – terranno conto gli istituti deputati alla registrazione del patrimonio lessicale, cioè i dizionari.

Un nuovo costume sociale

Dunque, apericena descrive con precisione un nuovo costume sociale: la fortunata fusione tra l’aperitivo e la cena. Un’abitudine nata dal dilungarsi dell’aperitivo, tracimando abbondantemente sia nell’orario tradizionale del pranzo serale sia nei quantitativi di cibo solitamente riservati a quel pasto. Insomma: l’aperitivo si dilata, inglobando alcune delle pietanze della cena, a cominciare dagli antipasti. La cena ne esce destrutturata, scardinando così la classica suddivisione dei servizi in antipasti, primi piatti, secondi piatti, contorni, dessert, nonché la cronologia più o meno rigorosa della distribuzione delle portate. Uno o più contorni possono assumere una posizione e una funzione cardinali, divenendo centrali. Le porzioni dei primi piatti si riducono, i secondi piatti sono spesso pressoché aboliti, e così via. Ingredienti, usi e ricette esotiche possono affacciarsi nell’apericena. Insomma: questo momento gastronomico riflette più o meno bene la fusione contemporanea delle culture e le reciproche influenze della globalizzazione. Rispecchia inoltre una certa tendenza attuale a evitare lunghe e sofisticate preparazioni culinarie, semplificando i menù e ricorrendo sovente a preparazioni già pronte o a materie prime usate tali e quali. Infine, il primo elemento aperi- indica la preminenza che le bevande tendono sempre più a sviluppare in questo frangente, teoricamente concepito nell’ottica di rendere l’incontro più informale e agevolare una socializzazione più spontanea. Il tutto, in un contesto storico-sociale caratterizzato da fenomeni pur così distanti tra loro come il binge drinking e l’after work. Per il primo – il consumo rapido, compulsivo e autolesionista di alcol, di derivazione perlopiù anglosassone – manca, a quanto pare, una traduzione italiana. Per il secondo si potrebbe invece forse fare ricorso al vecchio dopolavoro, se questo vocabolo non risultasse poco attrattivo commercialmente, per via del suo carattere desueto e soprattutto perché evoca una dimensione onesta ma dimessa, da quotidianità operosa di film neorealistico.

Neologismo fatto in casa

In ultima analisi, apericena mi pare una buona soluzione lessicale perché dettata da una necessità: quella di fissare nella lingua un’effettiva realtà sociale.
D’altro canto, apericena mi piace perché, una volta tanto, non è un neologismo di matrice o ispirazione anglofona. Lungi dal propugnare la necessità di un neo-nazionalismo linguistico italico, è tuttavia opportuno riconoscere che i forestierismi inglesi o americani penetrano nell’italiano – e non solo –, talvolta con gratuità. Sono infatti frequenti i casi in cui l’equivalente italiano di un significato anglosassone esiste già, ma il locutore italiano rinuncia a servirsene, oppure i casi in cui, a fronte di un nuovo significato, si importa acriticamente un neologismo inglese già esistente, anziché crearne uno italiano. Per tornare al nostro caso, con apericena la lingua italiana è dunque riuscita là dove con happy hour ha fallito.

Un segno di salute della lingua

Da ultimo, apericena mi piace perché dimostra la capacità della lingua italiana di rinnovarsi dall’interno, facendo ricorso a elementi linguistici propri anziché presi in prestito da altre lingue: è uno dei segni di salute di una lingua. Lungi dal pensare che il nostro idioma sia moribondo, è tuttavia a mio avviso utile e necessario interessarsi e contribuire alla sua vitalità, di cui il rifiuto di plasmarsi supinamente – e spesso inconsapevolmente – a modelli importati da lingue più vive è incoraggiante testimonianza.
Non è la diffusione degli anglicismi in sé a dover essere contestata o arginata. Preoccupante è, invece, la loro troppo ampia prevalenza, quasi monopolistica, rispetto alla fortuna di forestierismi di altra provenienza. In altri termini, il dilagare delle parole inglesi in italiano sembra riflettere la deferenza che il nostro Paese dimostra a cospetto di una singola cultura, quella anglosassone appunto, e dei modelli che impone, specialmente in campo economico.

                                                                                                                                                                                                                                                          Samuel Cogliati
                                                                                                                                                                                                                                                     (Editore e scrittore)


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