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Lingua degli avvocati: la sostanza della tecnica, la retorica nella forma

Veritas nimium altercando amittitur. Con questo motto – attribuito al drammaturgo romano Publilio Siro (I sec. a.C.) e scolpito nelle aule di udienza della Corte di Cassazione, sull’alto delle pareti poste di fronte all’oratore – Piero Calamandrei ricordava l’arte della brevità quale aspetto straordinario e importante dell’oratoria forense, dell’avvocato in particolare. La ricordava nel suo famoso Elogio dei giudici scritto da un avvocato (1935-1956, cfr. Calamandrei 2008, p. 73), uno di quei libri che ogni appassionato di lingua e di diritto, e di lingua e diritto insieme, potrebbe utilmente avere a portata di mano sulla propria scrivania o sul proprio comodino. Sull’asse brevità-prolissità si riassumono (ancora brevemente) i giudizi degli esperti e dell’uomo della strada sulla lingua dell’avvocato, il vir bonus dicendi peritus. O anche, per dirla con una definizione riveduta e corretta tratta ancora da quell’ironico affresco di aneddoti sulla vita in tribunale che è l’Elogio, il «vir bonus, tacendi peritus» (Calamandrei 2008, p. 76): un invito all’arte della parola sì potente ed efficace, ma breve e chiara, non litigiosa, spogliata per quanto possibile dagli orpelli espressivi e dagli artifici retorici che l’hanno accompagnata nei secoli.

 

Dagli atti di citazione alle arringhe

 

Di avvocati e lingua avvocatesca ha iniziato a occuparsi (soprattutto di recente) anche la linguistica giuridica, quel filone degli studi linguistici che si occupa di descrivere e analizzare anche con fini applicativi e didattici i testi prodotti nell’oralità e nella scrittura dagli operatori del diritto (il legislatore, il giudice, l’avvocato, il notaio) nel corso delle varie attività connesse al diritto stesso: la formazione delle leggi, delle norme (testi normativi), la loro applicazione a casi concreti (testi applicativi, tra cui hanno un posto di rilievo i testi della giurisprudenza, le sentenze), la loro interpretazione (monografie, manuali, trattati, note a sentenza, ecc.; su tutti cfr. Mortara Garavelli 2001, pp. 19-34). Tra i testi prodotti dagli avvocati ricordiamo gli atti di citazione, i ricorsi, le comparse di costituzione, le memorie difensive, le arringhe: un elenco lungo, una larga varietà di testi diversi per sottogenere e scopi in ragione delle singole vicende processuali, della pluralità delle materie, delle cause, dello stile individuale.

 

Dentro ampi fascicoli processuali

 

Il tema richiede di soffermarsi su un preliminare aspetto di metodo: l’accesso materiale ai testi. Se è relativamente facile allestire campioni di testi prodotti dal legislatore e dal giudice, per i quali disponiamo di archivi e repertori oramai raggiungibili e consultabili anche in comode versioni informatizzate (fatto di rilievo tanto per il giurista, tanto per il linguista), reperire gli scritti difensivi degli avvocati è un’operazione né semplice né rapida. Si tratta di testi che non sono pubblicati sulle riviste giuridiche e che restano affidati alle cancellerie dei tribunali e agli archivi dei singoli professionisti, i quali sono dunque fatalmente e informalmente l’unico canale oggi percorribile per l’accesso ad essi. La pubblicazione di memorie difensive e di arringhe, tanto preziosa quanto inconsueta, è legata infatti a singole iniziative, perlopiù da parte di nomi illustri della tradizione forense del Novecento italiano: pensiamo alla pubblicazione delle memorie di Francesco Carnelutti e Giuseppe Chiovenda per il ramo civilistico, alla pubblicazione delle arringhe di Alfredo De Marsico e Titta Mazzuca per quello penalistico (cfr. dettagli in Dell’Anna 2016, p. 87).

I testi avvocateschi si studiano preferibilmente all’interno di ampi fascicoli processuali: per lo studio linguistico ciò rappresenta un importante vantaggio di metodo, tanto più se la causa sia giunta oltre il primo grado. Attraverso fascicoli del genere si osserva infatti l’intreccio testuale all’interno di un grado processuale; si precisano le relazioni dei singoli attori (‘partecipanti al processo’) e dei singoli testi (‘prodotti testuali’, non ‘testimoni’) tra loro nella verticalità di più procedimenti relativi a una stessa causa; si scorgono i rapporti di dare e avere tra la scrittura dell’avvocato e la scrittura del giudice.

 

L’avvocato e il giudice

 

Come parlano, o – meglio – scrivono, gli avvocati? La distinzione tra scrittura e oralità è necessaria: non soltanto perché nella sua esperienza quotidiana l’avvocato scrive molto più di quanto dica in aula (e ciò vale specie per il processo civile), ma soprattutto perché al momento le conoscenze e le occasioni di studio da parte dei linguisti provengono quasi interamente dall’esame di testi scritti (o trascritti, nel caso di testi che abbiano una genesi nell’oralità).

Nell’amplissimo ventaglio di documenti e pieghe espressive rintracciabili, si osserva una sostanziale indifferenziazione linguistica tra testi dell’avvocato e testi del giudice, per via della frequentazione continua con testi di uno stesso dominio da parte delle due anime del mondo forense e dell’interiorizzazione di uno stesso modello compositivo di riferimento.

 

Sintassi in comune

 

L’analisi della sintassi, ad esempio, restituisce per i testi difensivi tratti già individuati nell’analisi delle sentenze: largo ricorso alla subordinazione e a periodi lunghi; costruzioni sintetiche e subordinazione implicita; enclisi del -si con l’infinito retto da verbo modale («Del pari irrilevante deve ritenersi la mancata approvazione […]», da un atto di citazione); frasi ridotte («si rammenti che il Giudice di prime cure ha accolto la subordinata svolta da […] contro […], ritenendo la finanziaria danneggiata dalla truffa posta in essere […]», da una comparsa conclusionale); nominalizzazioni («accertare e dichiarare la nullità del contratto», da un atto di citazione); fenomeni di inversione (sequenza aggettivo-nome e avverbio-verbo; negli atti di parte è invece poco rappresentata la sequenza verbo-soggetto sul modello di «assume la ricorrente che», tipica dello svolgimento del processo e della motivazione della sentenza); omissione dell’articolo («in citazione controparte aveva genericamente richiesto l’importo di […]», da una comparsa conclusionale).

 

Argomentare e persuadere

 

Gli elementi di variazioni attengono alla testualità e alla confezione formale dei contenuti. Un elemento spicca sugli altri: il diverso grado di impersonalità chiaramente individuato come marca distintiva tra scrittura del giudice e scrittura dell’avvocato, conseguenza anche del diverso valore assegnato all’argomentazione dell’uno e dell’altro. Il giudice argomenta per dimostrare (se non per giustificare); l’avvocato argomenta per persuadere, su base logico-giuridica e accertativa, e per chiedere al giudice un provvedimento (dunque argomenta per persuaderlo e convincerlo). Alla impersonalità della scrittura del giudice e alla denotazione, centrata sul contenuto oggetto del messaggio, negli scritti dell’avvocato si affianca la connotazione, fondata anche sui meccanismi di persuasione che il contenuto produce in base al modo in cui è enunciato. Nella sentenza e negli atti difensivi narrazione e argomentazione sono condotte alla terza persona (negli atti fanno eccezione le testimonianze quando siano riportate testualmente). L’esame di sentenze mostra che l’impersonalità si realizza inoltre come assenza di riferimenti contestualizzanti, di marche e spie linguistiche della personalizzazione o di altri procedimenti testuali che collochino il testo in una modalità comunicativa dialogica. Modalità dialogiche popolano invece gli atti dell’avvocato, concepiti per il giudice, a cui sono rivolti in praesentia, nell’oralità dell’udienza, e in absentia, nella scrittura dei documenti. Negli atti di parte si trovano – talora in abbondanza – frasi interrogative, anche retoriche (escluse per quasi tutti i testi giuridici e per il genere sentenza), e frasi esclamative, siano frasi più o meno lunghe oppure esclamazioni di una sola parola. Interrogative ed esclamative servono ad avvicinare tra loro i partecipanti alla comunicazione (gli avvocati e le parti, i giudici) e nello stesso tempo riproducono nella staticità dello scritto dinamiche e movenze dialogiche proprie dell’oralità. Anche quando non viene praticata, quest’ultima emerge in filigrana dallo scritto e nelle menti di mittente e destinatario fa da sfondo in una sorta di ininterrotto dialogo a due (la parte che di volta in volta enuncia e il giudice).

 

Il bagaglio lessicale tecnico

 

Veniamo al lessico. Il lessico dell’avvocato è in buona parte sovrapponibile a quello del giudice: così è senz’altro per la quota di lessico tecnico e per quella relativa ai referenti obbligati e immancabili di ogni atto di parte, ossia il merito della controversia e il processo in quanto tale, il rito (il lessico procedurale è anzi la parte più significativa del lessico condiviso dai testi di un fascicolo, senza distinzioni tra atti di parte e atti del giudice, ma con distinzioni semmai relative all’ambito civile, penale o amministrativo della procedura). Per fare alcuni esempi, basti dare uno sguardo ai codici di procedura, da cui il lessico procedurale (che è lessico del legislatore) di avvocati e giudici ugualmente proviene. I primi articoli dei codici di procedura civile e penale restituiscono tra gli altri pendenza della lite, procura alle liti, distrazione delle spese, interesse ad agire, litisconsorzio necessario e litisconsorzio facoltativo, obbligato, garantito, citazione, atto di citazione, comparsa, comparsa conclusionale, citazione in giudizio, comparsa di risposta, attore, convenuto.

 

Quando diventa ampolloso e arcaico

 

Lontano dal tecnicismo e dai referenti obbligati, il lessico avvocatesco si fa ampolloso e a tratti arcaico. Leggendo fascicoli di cause civili, scopriamo ad esempio che le tesi e le deduzioni della controparte sono sempre «prive di pregio», «destituite di fondamento», «inconferenti», «irrituali», «pretestuose», «infondate», «apodittiche», «ultronee» (inconferente e ultroneo ricorrono diffusamente anche nelle sentenze); il fatto narrato e ricostruito dalla parte avversaria è solitamente «inverosimile» e «fantasioso»; le enunciazioni di diritto dell’avversario sono «pretese» o «presunte» (e poiché nella successione dei testi vengono discusse evidentemente dopo lo scritto di partenza in cui si trovano, per richiamarlo sono accompagnate dall’anaforico e quasi mitico asserite, da cui l’avverbio tipicamente giuridico asseritamente). La stessa controparte – quando nella frase compaia in funzione di complemento d’agente, tanto più se in un inciso – indossa le vesti latine e diventa ex adverso («Non è assolutamente vero, come addotto ex adverso, che la sentenza di primo grado […]», tratto da una comparsa conclusionale).

 

I cliché, marchio di fabbrica

 

Tralasciamo altri esempi e la selva oscura dei connettivi (di tal ché, di guisa che, ecc.) e arriviamo alla sezione conclusiva degli atti, che si segnalano per l’immancabile inciso «contrariis reiectis e previa ogni opportuna declaratoria» (talvolta italianizzato in «ogni contraria domanda e deduzione disattesa»), con cui si avviano le conclusioni di richiesta al giudice nell’atto di citazione e nella comparsa di risposta; oppure per la formula «salvis iuribus», pure talvolta resa nell’italiano «salvezze illimitate».

L’inventario è estesissimo, poggia su cliché, formule gergali cristallizzate e vezzi sinonimici desueti e poco parlanti che si ripetono identici nel tempo e di atto in atto, quasi un marchio di fabbrica, un modo consapevole e compiaciuto non tanto per erigere barriere nei confronti del cliente (a cui l’avvocato probo nel chiuso del suo studio dispiega il senso dell’atto al di là dei contenuti trasferiti sulla carta dal processo di scrittura), quanto «per legittimarsi reciprocamente con gli altri avvocati e per apparire attrezzati nel dialogo col giudice» (Fiorelli 2012, p. 251). Un circolo di volta in volta virtuoso e vizioso (oggi osservato dagli addetti ai lavori del diritto e della lingua anche con gli strumenti e gli obiettivi pratici della semplificazione; cfr. Relazione 2016), che ha costruito nei secoli l’oratoria forense e, insieme, la tradizione giuridica: una parte importante anche della nostra tradizione storico-linguistica.

 

Maria Vittoria Dell’Anna

(Università del Salento)

 

 

Riferimenti bibliografici

  • Calamandrei 2008 = Piero Calamandrei, Elogio dei giudici scritto da un avvocato, Milano, Adriano Salani Editore, con Introduzione di Paolo Barile (I ed. Firenze, Le Monnier, 1935-1956).
  • Cerri 2013 = David Cerri, Efficienza e comprensibilità come obiettivi deontologici nel linguaggio del civilista, in Lingua e Diritto. Scritto e parlato nelle professioni legali. Atti del convegno organizzato dall’Accademia della Crusca e dalla Scuola Superiore dell’Avvocatura (Firenze, 9 marzo 2012), a cura di Alarico Mariani Marini e Federigo Bambi, Pisa, Pisa University Press, pp. 69-78.
  • Conte 2013 = Giuseppe Conte, Il linguaggio della difesa civile, in Lingua e Diritto. Scritto e parlato nelle professioni legali. Atti del convegno organizzato dall’Accademia della Crusca e dalla Scuola Superiore dell’Avvocatura (Firenze, 9 marzo 2012), a cura di Alarico Mariani Marini e Federigo Bambi, Pisa, Pisa University Press, pp. 35-67.
  • Dell’Anna 2016 = Maria Vittoria Dell’Anna, Fra attori e convenuti. Lingua dell’avvocato e lingua del giudice nel processo civile, in Lingua e processo. Le parole del diritto di fronte al giudice, a cura di Federigo Bambi, Firenze, Accademia della Crusca, pp. 57-75.
  • Dell’Anna 2017 = In nome del popolo italiano. Linguaggio giuridico e lingua della sentenza in Italia, Firenze, Cesati (2a ed.; 1a ed. Roma, Bonacci, 2013).
  • Gualdo-Dell’Anna 2016 = Riccardo Gualdo-Maria Vittoria Dell’Anna, Per prove e per indizi (testuali). La prosa forense dell’avvocato e il linguaggio giuridico, in La lingua variabile nei testi letterari, artistici e funzionali contemporanei (1915-2014). Atti del XIII Congresso SILFI - Società Internazionale di Linguistica e Filologia Italiana (Palermo, 22-24 settembre 2014), a cura di Giovanni Ruffino e Marina Castiglione, Firenze, Franco Cesati Editore, pp. 623-635.
  • Fiorelli 2012 = Piero Fiorelli, Paradossi d’un linguaggio legale in crisi, in L’italiano giuridico che cambia, a cura di Federigo Bambi e Barbara Pozzo, Firenze, Accademia della Crusca, pp. 225-247.
  • Mortara Garavelli 2001 = Bice Mortara Garavelli, Le parole e la giustizia. Divagazioni grammaticali e retoriche su testi giuridici italiani, Torino, Einaudi.
  • Mortara Garavelli 2003 = Bice Mortara Garavelli, L’oratoria forense: tradizione e regole, in L’avvocato e il processo. Le tecniche della difesa, a cura di Alarico Mariani Marini e Maurizio Paganelli, Milano, Giuffrè, pp. 69-91.
  • Relazione 2016 = Relazione del “Gruppo di lavoro sulla sinteticità degli atti processuali”, Roma, Ministero della Giustizia, dicembre 2016.
  • Sabatini 1990 = Francesco Sabatini, , Analisi del linguaggio giuridico. Il testo normativo in una tipologia generale di testi, in Corso di studi superiori legislativi 1988-1989, a cura di Mario D’Antonio, Padova, CEDAM, pp. 675-724.

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