16 luglio 2017

«Oh ragassi…» La lingua contadina di Bersani

di Silverio Novelli

«Crozza (ripetendo alla perfezione la voce di Bersani): “Oh, ragassi... siam mica qui a fare la ceretta allo Yeti”.
Bersani (facendo sé stesso): “Oh, ragassi... siam mica qui a fare la permanente ai cocker”.
Crozza: “Oh ragassi... siam mica qui a mettere la crema da barba nei Ringo”.
Bersani: “Oh, ragassi... siam mica qui a spalmare l’Autan alle zanzare”. Crozza: “Oh, ragassi... lo strutto dietetico non esiste mica”.
Bersani: “Oh, ragassi... siam mica qui a rompere le noci a Cip e Ciop”. Crozza: “Oh, ragassi... siam mica qui a mettere il perizoma al toro da monta”.
Bersani: “Oh, ragassi... non è che a Lampedusa montiamo le tende per metterci le tedesche”.
Crozza: “Oh, ragassi... siam mica qui a togliere le occhiaie ai Panda”. Bersani: “Oh, ragassi... se il maiale vuol diventare una porchetta non va mica dal parrucchiere”.
Vanno avanti così per dieci minuti».
Lunga citazione da una cronaca di Fabrizio Roncone, comparsa sul «Corriere della sera» dell’11 giugno 2011 ( http://www.corriere.it/politica/ ), che rappresenta bene due fenomeni: 1. La ricerca effettiva, da parte del segretario nazionale del PD Pier Luigi Bersani, di rendere la propria lingua colloquiale, ricorrendo a metafore, con andamento di proverbio, che evocano la saggezza popolare, profonda mentre è spiccia (scarpe grosse, cervello fino); 2. L’effetto di rimbalzo tra realtà e finzione, lingua dei politici e lingua dei comici (veicolata e perciò potenziata dalla televisione), performance “seria” e performance ludica. La lingua del Bersani imitato e reinventato da Maurizio Crozza sembra reale quanto quella del Bersani protagonista sul palco dei comizi o incastonato nella poltrona poverista di Ballarò; anzi, è certo non soltanto che Bersani si compiace per le imitazioni di Crozza – poiché stima che rendano le proprie parole ancor più popolari e simpatiche –, ma arriva studiatamente a inglobare il registro comico nei suoi discorsi pubblici di piazza, citando il bersanese riciclato da Crozza.
 
Il giaguaro smacchiato
 
Sempre Roncone racconta come, subito dopo l’esito delle amministrative di giugno, favorevole al PD, a Roma, in piazza del Pantheon, Bersani abbia esordito così, suscitando immediata, empatica ilarità: «Ragassi… abbiamo smacchiato il giaguaro», citazione con correctio dell’aforisma crozziano-bersaniano «Oh, ragassi, porco boia, siam mica qui a smacchiare i giaguari».
Insomma, passando di citazione in citazione, se non proprio di comicità al potere, si potrebbe parlare di comicità al potere nell’opposizione. Si tratta di un fenomeno sociologico interessante, un nuovo capitolo nel libro, da tempo aperto, sulla spettacolarizzazione della politica e del suo linguaggio. Berlusconi nasce comico e diventa politico; Bersani nasce politico serioso e diventa seriamente comico.
 
Politichese e ostrogoto
 
Bersani, segretario del PD dall’ottobre del 2009, è consapevole di aver dato una virata in senso popolare al suo linguaggio, rispetto al passato. C’è un prima, il prima di Bersani comunista e post-comunista, Ministro dello sviluppo economico nel secondo Governo Prodi (dal maggio del 2006 al maggio del 2008), abituato alle vaghezze e insieme ai tecnicismi del politichese, condito di fraseologia sindacale e giuridica e intinto nella salsa lessicale economico-finanziaria. In una bella intervista curata da Luca Telese, comparsa sul settimanale «Panorama» un paio di anni fa, nel settembre del 2009 ( http://www.lucatelese.it/ ), Bersani, ancora non “scoperto” e “lanciato” da Crozza, con una breve ma significativa confessione sembra porre le basi della personale e politica rivoluzione linguistica in progess, proprio nel momento in cui si candida al ruolo di capo di un partito che ambirebbe a parlare a un uditorio più vasto e meno ideologizzato di quello ancora radicato nell’esperienza del Pci: «Senta, io negli anni settanta parlavo in un modo che oggi mi fa quasi schifo: fra il politichese e l’ostrogoto. Ho fatto uno sforzo, adesso credo alla nobiltà della metafora, che consente a tutti di capire».
Insomma, Bersani avrebbe capito che la sinistra non potrà che continuare a essere “antipatica” appena mette il naso fuori dello steccato dei propri elettori tradizionali, se continuerà a soffrire del «complesso dei migliori», che si estrinseca anche in un certo tipo di linguaggio, «un linguaggio che manda in esilio le cose, e le sostituisce con formule astratte e parole vaghe. Un linguaggio che non può arrivare agli elettori innanzitutto perché richiederebbe un interprete» (Luca Ricolfi, Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori, Longanesi & C., Milano, 2005, p. 52).
 
Nascere in un posto che si chiama Bettola
 
Poiché oggi qualcosa o qualcuno comincia a esistere soltanto dopo che la televisione più pop l’ha ri-creato, ecco che Bersani col suo sermo humilis prende consistenza soltanto nell’era del (Bersani-)dopo-Crozza. Ora sì, ragassi, che in molti si rendono conto della rotazione popolareggiante dell’eloquio di Bersani, del suo affidarsi a metafore che attingono al mondo contadino («il consenso è come una mela sul ramo: balla, balla ma cade solo se c’è il cestino»), all’operosità delle botteghe e degli artigiani («facciam l’amalgama», costruire il partito «a forza di cacciavite»), perfino all’occhio brillo delle osterie («siamo rimasti col due in mano», «non possiamo portare vino annacquato»: detto, tra l’altro, da un uomo nato in una cittadina della provincia piacentina che si chiama Bettola) e a quello un po’ più lucido della bocciofila ammazzacaffè («in un bocciodromo la boccia si può tirare “a punta”, “a bocciata” o in altro modo, ma se uno va in una bocciofila non può tirare come gli pare»).
Nasce così il bersanese, la ‘lingua di Bersani’, quindici-sedici anni dopo il berlusconese o berluschese del suo avversario (si noti il tipico suffisso -ese, marchio di fabbrica di lingue reali o inventate): come il berlusconese, anche il bersanese offre un tentativo di lingua politica che vuole “andare al popolo”.
 
«Io parlerò così»
 
Popolo o non popolo, bersanese è comunque parola di origine elitaria, creazione che porta una firma d’autore; fatto molto particolare, l’autore della parola è anche l’autore delle parole della presunta lingua, cioè Bersani stesso. La cosa («’sta roba qui», direbbe lui) viene fuori nel corso dell’intervista fattagli da Telese e già citata: «A proposito di parole. Bersani usa una lingua tutta sua, fatta di coloriture padane e frasi para-popolaresche. A metà intervista, quando gli dici che nel taccuino si è stampata la terza sentenza proverbiale (“La lama si affila sul sasso”) scoppia a ridere: “Lo so… ‘il bersanese’ esiste. Ho un accento dialettale, mi piacciono le frasi rotonde e chiare. Se mi eleggeranno io parlerò così». Insomma, la lingua dei campi e delle officine di Bersani è una lingua meditata e premeditata (per quanto personale e personalizzata: diciamo, fatta col “piccolo chimico”), che anche grazie alla tv (Crozza) ottiene un qualche tipo di immediato consenso, certamente tra elettori e simpatizzanti del PD.
 
Pellizza da Volpedo
 
E di là dallo steccato dei militanti e dei fedelissimi? Lo storico Miguel Gotor, sul «Sole 24Ore», ha stretto in un unico nodo il pittoresco e studiato sermocinar zappando di Bersani, la realtà che tale linguaggio rappresenta, il progetto politico del partito che Bersani dirige: «Il problema vero è che oggi gli italiani non parlano più in questo modo e i luoghi e i mestieri richiamati da Bersani sono quasi materialmente scomparsi insieme con i microcosmi sociali di riferimento: la bocciofila, la cascina, l’osteria, la bottega sartoriale, l’officina. E dunque ne scaturisce un risultato paradossale perché la realtà non corrisponde al linguaggio e il linguaggio quindi non riesce a descriverla compiutamente, ad afferrarla in un progetto» (http://miguelgotor.italianieuropei.it/). Bersani, prosegue Gotor, «sembra rivolgersi a una platea di cattolici e socialisti dell’Ottocento, ma il pubblico che lo ascolta si sente come estraniato, quasi fosse in un museo davanti a un quadro di Pellizza da Volpedo». L’analisi di Gotor fa riflettere anche Bersani, che risponde allo storico appellandosi alla necessità, per il suo partito, di «dire qualcosa di concretamente nuovo al paese e che possa attingere a un sistema concettuale ed emozionale precedente alla proposta politica e programmatica».
Pensando ai giovani e al futuro viene da chiedersi se Pellizza da Volpedo, tra un due di briscola e un cestino di mele, può “emozionare” tanto da significare think different. Oh, ragassi… a proposito di apple, siamo mica qui a mangiar le mele morsicate da qualcun altro.
 
 

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