Questo sito contribuisce all'audience di

Il cittadino alfabetizzato e le bufale in Rete

di Daniele Scarampi

«Una lettera – lo arguiva la nota scrittrice americana Cathleen Shine alla fine dei '90 – nel momento in cui la si imbuca cambia completamente. Finisce d'esser mia e diventa tua: quello che volevo dire è sparito, resta solo ciò che capisci tu».

E questo è il punto. Ormai, anche se il referente è chiaro e il contesto comunicativo noto, la decodifica di un messaggio (tanto orale quanto scritto) non è operazione né agevole né scontata, come in realtà parrebbe.

Istruzioni travisate, continui fraintendimenti, messaggi o testi incompresi. Ecco la frontiera del (relativamente) nuovo analfabetismo, conosciuto come funzionale.

L'Italia, chiosava qualcuno, è diventata la Repubblica degli asini. Ebbene: secondo l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), organismo internazionale di indiscutibile prestigio, il 47% degli italiani ha una mera capacità di analisi elementare; il che significa che stenta nel rapportarsi con la complessità dei fenomeni culturali, sociali, politici e civili, avendo di essi una comprensione soltanto approssimativa. L'analfabetismo funzionale infatti, sentenzia l'OCSE, impedisce a una persona di leggere, scrivere e far calcolo in maniera elementare e ordinaria: ne consegue che l'analfabeta funzionale non è in grado di intervenire attivamente nella società o di sviluppare correttamente le proprie conoscenze; perché, di là da ciò che concerne i bisogni suggeriti dagli impulsi primari, costui non riesce a capire un articolo di giornale, riassumere un testo e men che meno ad appassionarsi a qualsivoglia forma culturale e artistica.

 

Atrofizzazione del sapere

 

Dati OCSE alla mano (ottobre 2016), in Italia solo il 3,3% degli adulti raggiunge livelli di competenza linguistica 4 o 5 - i più elevati - contro l'11,8% della media dei Paesi dell'Unione Europea e il 22,6% del Giappone, il Paese al vertice dell'indagine. Di contro, il 27,7% degli adulti italiani possiede unicamente competenze linguistiche di livello 1 (o inferiore), contro il 15,5% della media dei Paesi presi in esame. Un quadro avvilente e preoccupante, destinato purtroppo a peggiorare; come sovente confermato dal compianto Tullio De Mauro, secondo cui sarebbe in atto già da tempo un «processo di atrofizzazione del sapere costante e lievitante».

Preoccupazioni più che giustificate: sebbene infatti l'analfabetismo strutturale (ossia l'incapacità di apprendere qualsiasi lettera o cifra) si sia ormai attestato al 5% della popolazione italiana complessiva, la diffusione capillare dell'analfabetismo funzionale è altrettanto pericolosa, perché relega chi ne è affetto in un'area che sta al di sotto del livello minimo di comprensione orale e scritta, con enormi disagi nella vita quotidiana. L'analfabeta funzionale (condizione che per altro tutti possono sfiorare) non sa seguire istruzioni elementari, non sa scrivere una mail, non riesce a trovare le parole per esprimersi coi propri simili, non riesce a decifrare il bugiardino di un medicinale, non riesce a intendere una notifica, un avviso, un suggerimento. Ora, ricercare le cause di questo progressivo e inesorabile impoverimento culturale e sociale non è semplice, tuttavia i recenti dati ISTAT (gennaio 2017) potrebbero dare una valida indicazione: il 18,5% degli italiani, cioè quasi uno su cinque, lo scorso anno non ha mai aperto un libro o un quotidiano e ha vissuto utilizzando la televisione come unico strumento informativo di riferimento.

Eppure uno degli obiettivi della politica comunitaria in materia d'istruzione e di formazione, sin dagli albori dell'Unione Europea, è stato la creazione di una società della conoscenza (intellettuale e pratica), luogo ideale in cui coltivare imprescindibili prerogative quali l'inclusione sociale e la cittadinanza attiva.

 

Scarsa cultura digitale

 

Ora, tra gli elementi chiave della società della conoscenza spicca lo sviluppo culturale in genere; esso, a sua volta, necessita di individui in grado di gestire contesti sociali sempre più complessi e mutevoli, attraverso la capacità di cogliere il significato delle cose all'interno dei grandi flussi d'informazione, per poi comprendere, valutare e (soprattutto) decidere.

Essere cittadino attivo, infatti, significa anzitutto saper comprendere testi o immagini provenienti da più fonti, nonché decodificare informazioni allo scopo di sviluppare i poteri del discernimento e del senso critico, indispensabili per districarsi in una società in continua evoluzione.

Sfortunatamente, la piaga dell'analfabetismo funzionale sta sabotando gli obiettivi comunitari, esponendo la cittadinanza a importanti insidie.

Una di queste, forse la più pericolosa, è la diffusione capillare delle bufale online, ovvero notizie mistificate e tendenziose (non verificate, prive di fondamento e dai toni sensazionalistici) sovente travisate e accettate come autentiche da una parte consistente del popolo del web.

L’accesso ad Internet - la Rete telematica che ha una portata dirompente nelle nostre vite -  è ormai divenuto sinonimo di facilità di accesso alla conoscenza, di arricchimento culturale e di servizio universale (pur con i limiti geografici e infrastrutturali che ancora, in alcune zone del mondo, creano il cosiddetto digital divide), ma non può prescindere da uno strumento formidabile in nostro possesso e, purtroppo, non sempre esercitato: il buon senso.

Se poi mescoliamo l’assenza di buon senso alla non ancora adeguata cultura digitale in Italia e, soprattutto, all'incapacità dilagante di comprendere ed elaborare testi orali e scritti, ecco spiegato il proliferare, proprio sul web, delle bufale. Esse, di per sé più o meno innocue, hanno assoluta rilevanza all’interno della Rete e, per questo, debbono essere monitorate e portate alla conoscenza del grande pubblico: pensiamo, infatti, alla velocità di propagazione di una notizia fasulla e potenzialmente dannosa per il protagonista della notizia stessa, grazie ad applicazioni di messaggistica immediata come Whatsapp e ai social media come Facebook, Twitter e altre note piattaforme; oltretutto, occorre evitare di credere che Internet sia uno spazio virtuale in cui i nostri comportamenti, i nostri scritti e le nostre azioni possano avere ripercussioni più lievi rispetto a ciò che accade nella vita quotidiana. Chiarire che la Rete è un esempio assoluto di vita reale, seppur digitale per via degli strumenti che utilizziamo, ci consentirà certamente di essere sentinelle attente e fruitori più consapevoli.

 

Quattro suggerimenti anti-bufala

 

Ora, quali tipi di bufale possiamo impegnarci  a contrastare?

Anzitutto, dovrebbe essere buona abitudine di ogni cybernauta una semplice e per nulla scontata verifica delle fonti mediante il motore di ricerca Google, attraverso l'inserimento delle parole chiave del titolo (o sottotitolo) di una notizia che s'intende approfondire.

Evitiamo, quindi, di condividere una notizia presente sui social media senza averla prima letta e atteniamoci ad alcune semplici regole, riassunte graficamente anche sul Portale Valigia Blu:

 

1) Controllare che titolo, immagini e didascalie di una notizia, corredata magari da immagini, siano tra loro coerenti: queste sono le tipiche azioni che i giovani, con fatica, mettono in pratica. Il rischio che la rete divenga un “oracolo” infallibile è per loro tendenzialmente più alto;

2) Diffidare dai titoli sensazionalistici e verificare che non si tratti di fake già noti o manipolati: per questo, possiamo comodamente e gratuitamente consultare il sito Bufalopedia, che cerca di racchiudere un catalogo, anche simpatico, delle notizie fasulle circolanti in digitale;

3) Distinguere la notizia falsa dalla satira: portali web come “Lercio”, che chiaramente non vogliono neppure provare a emulare un’agenzia di stampa come l’Ansa, sono ormai entrati a far parte di una consuetudine satirica e possono strappare anche più di un sorriso;

4) Rinunciare ad accodarsi alla massa, in particolare su un social network famoso ed utilizzato come Facebook: avere i nostri contatti in punta  di dita, mediante uno smartphone o un tablet, ci può indurre ad un facile dibattito ma – ce lo insegna l’ingegneria sociale – rischiamo con troppa facilità di farci fuorviare dalla pubblicazione del commento precedente al nostro, da quello precedente ancora e così via, al punto di perdere poi di vista la notizia che intendevamo commentare.

 

Internet ha un forte potere aggregativo e rappresenta una meravigliosa opportunità di informazione e di conoscenza; ciò nondimeno l'utilizzo dello spazio online deve essere razionale e consapevole, propositi seriamente minacciati dalle conseguenze dell'analfabetismo funzionale.

Conseguenze che, per altro, incidono seriamente - a prescindere dalla dimensione digitale -  sulla nostra percezione della realtà, sui nostri vissuti o nei vari momenti quotidiani: a scuola, sul lavoro, all'interno delle relazioni sociali, di qualunque tipo e grado.

 

Daniele Scarampi (insegnante di lettere, esperto di didattica e di didattica dell'italiano) e Andrea Cartotto (formatore professionale in materia di nuove tecnologie, membro del Registro Internazionale dei Formatori - I.E.T.).

 

Bibliografia e sitografia di riferimento

  1. Cathleen Shine, La lettera d'amore, Adelphi, 1999
  2. http://www.cittadellascienza.it/centrostudi/2016/01/la-societa-della-conoscenza/)
  3. http://nuovoeutile.it/istruzione-tullio-de-mauro-se-un-mattino-di-primavera-un-governante/
  4. http://www.ilconservatore.com/attualita/indagine-ocse-lanalfabetismo-funzionale-colpisce-quasi-meta-degli-italiani/
  5. http://www.prismomag.com/analfabetismo-funzionale/)
  6. http://www.lastampa.it/2017/01/10/blogs/il-villaggio-quasi-globale/il-per-cento-degli-italiani-analfabeta-legge-guarda-ascolta-ma-non-capisce-MDZVIPwxMmX7V4LOUuAEUO/pagina.html
  7. bufalopedia.blogspot.com
  8. http://www.valigiablu.it/

 

 

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata