15 aprile 2020

Cioè nel senso e i riformulatori che non riformulano

 

«Sono andato a vedere sulla Treccani come definisce l’avverbio cioè: dice che ha funzione esplicativa (sono arrivato tre giorni fa, cioè mercoledì) oppure correttiva (ti telefonerò, cioè verrò di persona). Però non dice che ha anche quella nuova, vivacissima funzione che gli viene assegnata oggi (ti telefonerò, cioè sono arrivato di persona, cioè Garibaldi fu ferito). Quando parlo con un ragazzo, al primo cioè mi concentro e dico stiamo attenti, adesso puntualizza meglio. Al secondo cioè strizzo gli occhi e mi sforzo per non perdere neppure una sfumatura. Al terzo cioè la mia tensione allo spasimo. Poi mi lascio andare come un naufrago e non seguo più le capriole del discorso.» (Luca Goldoni, Cioè, Milano, Mondadori, 1977, pp. 8-9).

 

Due minuti e mezzo di cioè e nel senso

 

«Intervistatore: Cos’è successo?

Mattia Sangermano: No, niente, noi siamo arrivati, e c’era un bordello, e tipo eravamo in mezzo al corteo, casino, ho spaccato un po’ di robe, così...

I: Perché?

MS: Perché? Perché è una protesta, nel senso. (…)

I: È giusto così?

MS: Certo. Perché... Cioè, noi dobbiamo fare sentire la nostra voce, secondo me, e se non lo capiscono con le buone, prima o poi lo capiranno in qualche altro modo, nel senso

(Estratto dall’intervista a Mattia Sangermano durante i disordini seguiti all’inaugurazione di Expo Milano, 1° maggio 2015)

 

Quasi quarant’anni intercorrono tra il grido d’allarme di Luca Goldoni, che lamentava l’estenuante imperversare di cioè nei discorsi dei giovani, e la famigerata intervista al ventenne Mattia Sangermano, che fece scalpore sul web, portando alla creazione di centinaia di meme (cfr. Marino 2015) più per l’uso insistito e apparentemente sconsiderato di cioè e nel senso (pronunciati in totale 15 volte nel giro di circa due minuti e mezzo) che per i contenuti della sua perorazione. Che cioè fosse la parola simbolo della generazione giovanile negli anni Settanta è questione indiscussa (Ghezzi 2013); la forma, perlopiù stigmatizzata, era diffusa al punto che, ricorda sempre Goldoni, l’intero decennio avrebbe potuto essere ribattezzato come “gli anni del cioè”. Nei decenni successivi, mentre cioè si faceva strada nell’italiano parlato e scritto di tutti, il suo uso si è espanso e, allo stesso tempo, la sua forma si è ridotta (attraverso un processo di erosione fonetica che porta a pronunciarlo sovente come ; Dal Negro/Fiorentini 2014); nel frattempo, ha assunto funzioni sempre più varie, cominciando a comparire insieme a un’altra espressione dal significato simile, nel senso. Oggi, è innegabile che non siano più solo i giovani a dire cioè (nel senso) senza proseguire con la puntualizzazione agognata da Goldoni; un uso, questo, tanto generalizzato quanto ancora oscuro per alcuni, al punto da suscitare perplessità e dubbi del tipo: Perché i milanesi dicono “cioè, nel senso…” e poi non finiscono la frase? (dal web, in Fiorentini/Sansò 2017).

 

Riformulazione, originariamente

 

La questione è effettivamente interessante, e non riguarda esclusivamente i parlanti milanesi. Sia cioè sia nel senso (anche insieme: cioè nel senso) sono originariamente indicatori di riformulazione (da qui in avanti IR), appartenenti alla più ampia classe dei segnali discorsivi (Bazzanella 2011); la riformulazione è un processo che si verifica, nello scritto o nel parlato, quando decidiamo di rielaborare quanto abbiamo appena detto, perché ci sembra che potremmo dirlo in maniera diversa, per correggerci, per spiegarci, per farci capire meglio dal nostro interlocutore. Di base, la riformulazione mette in gioco tre elementi: due segmenti di discorso, quello originale e quello riformulato, considerabili più o meno “equivalenti” (ovvero, due modi diversi di dire la stessa cosa), e, appunto, un IR (non sempre necessario), che ne segnala esplicitamente il rapporto di parafrasi, di spiegazione o di correzione (come negli esempi citati da Goldoni, ancora presenti nel vocabolario Treccani).

 

Sottintendere, attenuare, introdurre un nuovo argomento

 

Nondimeno, come capita anche per gli IR di altre lingue (si pensi all’inglese I mean; Brinton 2008), entrambe le forme si sono evolute e svolgono oggi funzioni ulteriori, anche apparentemente molto lontane da quella di riformulazione. Riprendiamo ad esempio la risposta di Mattia Sangermano alla prima domanda del giornalista:

 

(1) Perché è una protesta, nel senso.

 

Salta immediatamente agli occhi l’assenza di un segmento riformulato: nel senso si trova in posizione finale, dopodiché l’enunciato risulta concluso, e la parola torna all’intervistatore. Più che marcare una riformulazione, qui nel senso segnala che il parlante sta sottintendendo altro oltre a quanto sta dicendo, e invita l’ascoltatore a inferire tutte le conoscenze condivise relativamente all’affermazione precedente: si potrebbe dunque parafrasare come ‘è una protesta, con tutto ciò che questo comporta / se capisci che cosa intendo dire’.

Sempre in posizione finale, cioè e nel senso possono servire ad attenuare quanto appena detto, ad esempio dopo ordini, critiche, disaccordi ecc., oppure in situazioni di incertezza, quando non si è del tutto sicuri delle proprie parole; in (2), estratto da un altro passo dell’intervista, ciò è rimarcato anche dalla presenza di boh e non so:

 

(2) I: Tu aderisci a qualche gruppo di contestazione?

MS: Boh, non lo so, quando c’è casino mi ritrovo in mezzo e faccio casino anche io, nel senso.

 

Talvolta, le due forme possono apparire anche in posizione iniziale: in questi casi, a mancare non è il segmento riformulato, ma quello da riformulare. Consideriamo un ulteriore momento dell’intervista:

 

(3) I: È giusto quello che è successo? La polizia come si è comportata? La polizia, i carabinieri...

MS: Mah, cioè, sinceramente io non ho visto scontri perché ero proprio in mezzo al casino.

 

Qui, cioè è inserito in una catena di segnali discorsivi (Bazzanella 2011) composta da forme (mah, sinceramente) che servono a prendere tempo e che introducono, dopo un iniziale tentennamento, l’effettiva risposta alla domanda dell’interlocutore. Si tratta dunque di una funzione legata all’organizzazione discorsiva: attraverso cioè, il parlante può introdurre nel discorso un nuovo argomento.

 

All’inizio e alla fine

 

Sembrerebbe in definitiva che cioè, così come nel senso, possegga oggi ben più di una “vivacissima funzione”, permettendo quelle capriole del discorso che tanto affaticavano Luca Goldoni già nel ‘77. Tuttavia, è fondamentale evidenziare come lo sviluppo di queste nuove funzioni non sia casuale, ma al contrario sia spiegabile proprio alla luce dell’originaria funzione di riformulazione. Da un lato, gli IR avvisano l’interlocutore che quanto appena detto è da considerare imperfettamente formulato, e dunque temporaneo, sostituibile; dall’altro lato, anticipano che saranno aggiunte o chiarite informazioni. Gli usi di cioè e nel senso in posizione finale sono legati al primo aspetto: in assenza di un segmento riformulato, la presenza di queste forme serve ad avvertire che quanto detto non va considerato la migliore formulazione possibile; allo stesso tempo, l’interlocutore viene avvisato che ciò che non sarà detto è facilmente intuibile, in quanto parte di conoscenze che i parlanti condividono. Al secondo aspetto è invece legato l’emergere di funzioni legate all’organizzazione del discorso, attraverso cui, tipicamente in posizione iniziale, cioè e nel senso avvertono l’ascoltatore che sta per essere introdotto un nuovo argomento, o ne sarà ripreso uno vecchio, e così via.

 

Un appiglio nel parlare

 

«Contro cioè non c’è nulla da fare, permette qualsiasi discorso, qualsiasi cambiamento di umore, qualsiasi contraddizione», concludeva sconsolato Goldoni. Ciò oggi è più vero che mai, e non è per forza un male: i processi di sviluppo che abbiamo visto, oltre a motivare i vari usi di cioè e nel senso, ne mostrano le potenzialità di utilizzo nei contesti più vari, mentre la diffusione sempre maggiore di entrambe le forme nell’italiano parlato contemporaneo suggerisce che ci sia spazio anche ulteriori sviluppi. Cioè potrà pure dare l’impressione di lasciare le frasi incomplete, sospese, ma di certo non ci lascia naufragare nel discorso; al contrario, rappresenta un appiglio, comunicativamente efficace, capace di esprimere più di quanto stia effettivamente dicendo.

 

Bibliografia/sitografia di riferimento

 

Bazzanella, Carla, Segnali discorsivi, in Enciclopedia dell’italiano, Roma, Treccani, 2010 [http://www.treccani.it/enciclopedia/segnali-discorsivi_(Enciclopedia-dell'Italiano)/]

Brinton, Laurel J, The Comment Clause in English. Syntactic Origins and Pragmatic Development, Cambridge, Cambridge University Press, 2008.

Dal Negro, Silvia, Fiorentini, Ilaria, Reformulation in bilingual speech: Italian cioè in German and Ladin, in Journal of Pragmatics74, 2014, pp. 94-108.

Fiorentini, Ilaria, Sansò, Andrea, Reformulation markers and their functions. Two case studies from Italian, in Journal of Pragmatics 120, 2017, pp. 54-72.

Ghezzi, Chiara, Vagueness markers in contemporary Italian: Intergenerational variation and pragmatic change, Tesi di dottorato, Università di Pavia, 2013.

Marino, Gabriele.Expo. Minchia, ma il ragazzo NoExpo è l’emblema dei meme, in Doppiozero, 2015[https://www.doppiozero.com/materiali/inexpo/expo-minchia-ma-il-ragazzo-noexpo-e-l-emblema-dei-meme]

 

http://www.treccani.it/vocabolario/cioe/

 

Immagine: Schermata del film Un sacco bello


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0