06 febbraio 2009

Cittadino o clandestino?

di Silverio Novelli

Che fine fanno i cittadini di Paesi che non appartengono all’Unione Europea, una volta arrivati in Italia sulla via della fuga, sospinti da disperazione, miseria, speranza di miglior fortuna? I numerosi sbarchi a Lampedusa degli ultimi tempi hanno riproposto il problema dell’identità non solo giuridica, ma morale, dei cosiddetti clandestini in terra italiana. Clandestini sempre più spesso vengono pubblicamente etichettati, anche dall’attuale Ministro dell’Interno Roberto Maroni, i cittadini non comunitari che non giungono in Italia attraverso i posti di frontiera stradali e ferroviari o i check in in aeroporto. Una sana e pragmatica paroletta e via, un travaglio umano collettivo, fatto di migliaia di storie diverse, viene marchiato a fuoco con le stimmate dell’indistinta riprovazione giuridica e sociale.

Soccorrere, identificare, espellere
 
Le parole sono importanti, esprimono visioni del mondo, interpretazioni della realtà. A questo proposito, sarebbe utile riuscire a capire, prendendo spunto dalle polemiche recenti sull’istituzione di un nuovo centro (“di identificazione ed espulsione”) per gli immigrati a Lampedusa, qual è il preciso apparato di denominazione dei luoghi in cui trovano o sono obbligati a trovare residenza più o meno temporanea i cosiddetti immigrati irregolari.

Una pagina ad hoc del Ministero dell’Interno fornisce la mappa aggiornata delle denominazioni, spiegandone il significato (www.interno.it). Limitiamoci a riproporle, in sintesi, poiché spesso sui media esse si intrecciano, sovrappongono, mischiano o affiancano arbitrariamente, magari nello stesso articolo di giornale o durante lo stesso servizio televisivo:

 
Centri di Accoglienza (sigla: CDA), detti anche Centri di Prima Accoglienza (sigla: CPA) o Centri di Soccorso e di Prima Accoglienza (CSPA) Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) Centri di Accoglienza Richiedenti Asilo (CARA)  

I Centri di Accoglienza, istituiti con la legge 563 del 1995, hanno il compito di dare immediato soccorso e ricovero «allo straniero irregolare rintracciato sul territorio nazionale»; verificano l’identità della persona; stabiliscono se sia legittima la sua permanenza in Italia secondo le leggi vigenti; dispongono eventualmente l’allontanamento. In Italia sono 11, compreso quello di Lampedusa, disertato da molti immigrati per le condizioni di estremo disagio in cui vi si sta, con la richiesta di essere reindirizzati verso altri Centri in Italia, dai quali poter raggiungere i famigliari che vivono nell’Italia del Nord o in altri Paesi dell’Unione Europea.

I Centri di Identificazione ed Espulsione, istituiti con il decreto legge 92 del 2008, non sono altro che una riverniciatura formale dei già esistenti Centri di Permanenza Temporanea e assistenza (sigla: CPT), creati con il decreto legge 286 del 1998 (la cosiddetta “legge Turco-Napolitano”). Si tratta di «strutture destinate al trattenimento, convalidato dal giudice di pace, degli stranieri extracomunitari irregolari e destinati all’espulsione». Qui i cittadini stranieri possono rimanere per un massimo di 60 giorni, in attesa che vengano eseguiti i provvedimenti di espulsione a loro carico. In Italia sono 12. Prima di essere convertito (2006) in Centro di Soccorso e di Prima Accoglienza, quello di Lampedusa era un Centro di Permanenza Temporanea. Il sovraffollamento e le difficili condizioni di vita degli stranieri nel CPT di Lampedusa (ma anche in altri CPT) avevano suscitato numerose polemiche negli anni passati. Ai giorni nostri, la cittadinanza di Lampedusa si è opposta al progetto governativo di creare, a fronte dell’aumento dell’ondata migratoria sull’isola, un nuovo Centro di Identificazione ed Espulsione accanto al CSPA.  

I Centri di Accoglienza Richiedenti Asilo (DPR 303/2004 e decreto legislativo 25 del 2008) sono strutture che ospitano gli stranieri che richiedono asilo ma sono sprovvisti di documenti di riconoscimento o hanno eluso il controllo alla frontiera. In tali centri si procede all’identificazione o alla definizione della procedura del riconoscimento dello status di rifugiato. In Italia sono otto.

Una considerazione politico-linguistica va fatta: quando al governo va il centro-destra, sulla faccenda dell’immigrazione il grado di esplicitezza è maggiore, non v’è spazio per eufemismi, ambiguità, ellissi. A fronte dell’ossimorico Centro di Permanenza Temporanea, coniato ai tempi del primo governo Prodi, che mette insieme due significati opposti, la ‘permanenza’ e la ‘temporaneità’, come se si dovessero rassicurare sia quanti temono, sia quanti gradiscono le situazioni soggiacenti ai due concetti tra di loro in contrasto, il Centro di Identificazione ed Espulsione è brutale, ma senz’altro netto, univoco, progrediente per logica causale-temporale: prima si identifica lo straniero, poi si provvede alla sua, almeno teorica, espulsione.
 
Costruzione della diversità
 

È vero che la chiarezza aiuta. Aiuta anche a capire come la pensa chi usa certe parole chiare, piuttosto che altre. Se Maroni avesse parlato di clandestini non molti anni fa, avrebbe evocato, nell’immaginario comune, avventurieri acquattati nella stiva di un galeone o scaltri agenti di spionaggio imbarcatisi di nascosto sull’aereo. Parlandone oggi, scatta subito il collegamento con i clandestinos messicani, presi a palle di mitraglia dagli elicotteri yankee,mentre cercano di passare il confine per entrare negli Stati Uniti (con probabile carica polemica, si chiama Clandestinos.it, www.clandestinos.it , un sito italiano di informazioni per stranieri). Insomma, il vocabolo clandestino presenta e riduce la persona alla sola dimensione dell’illegalità disperata.

A ben vedere, la lingua (e chi la usa) ha difficoltà (o scarsa volontà) a rendere in modo neutro, descrittivo, il concetto di ‘cittadino straniero che cerca di entrare in Italia, proveniendo da realtà di forte disagio’. Extracomunitario, usato prima come aggettivo per designare un Paese non appartenente all’Unione europea, poi la persona che proviene da tale Paese, è infine entrato nell’uso come sinonimo di immigrato, fino a quando, sotto l’incalzare dell’allarme sociale, il comportamento delittuoso di persone provenienti da Paesi europei di nuova immissione nella Ue ha indotto giornalisti e politici a distinguere tra (stranieri o immigrati) comunitari e non comunitari (o extracomunitari), aggettivi usati anche in funzione sostantivale. Extracomunitario non è certamente un insulto. Però è evidente che mette nello stesso mazzo persone che vengono da Paesi anche molto differenti tra loro: quindi, semplifica, appiattisce, stereotipizza. Tra l’altro, nei documenti ufficiali dell’Unione Europea, come segnala Federico Faloppa (nel denso studio Parole contro. La rappresentazione del “diverso” nella lingua italiana e nei dialetti, Garzanti, 2004, p. 126), «il termine è stato sostituito da “cittadino non appartenente all’Unione Europea”». Lo stesso Faloppa nota, sulla scorta di studi promossi dal Consiglio d’Europa già sul finire degli anni Ottanta del Novecento, come sarebbe preferibile usare la parola immigrato (meglio ancora: migrante) soltanto in riferimento a uno status provvisorio, raggiunto nel momento in cui il processo migratorio si è concluso, ma poi perso, di là dalle questioni giuridiche di cittadinanza, una volta che l’immigrato prenda a vivere in Italia; per quanto riguarda straniero, è chiaro che la parola non è molto incoraggiante, in quanto esprime e sottolinea l’estraneità alla comunità che dovrebbe dare accoglienza. Che dire poi dei figli degli “immigrati” ormai stabilitisi in Italia e nati in Italia? Sono figli di immigrati o, semplicemente e a tutti gli effetti, come sembra logico che sia, italiani e basta?

 

 


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