29 gennaio 2020

La desinenza in -a e le signorine Sguerso

Un po’ dappertutto, non soltanto in Italia (che anzi, in Italia son giunte di riflesso), imperversano le polemiche sul “politicamente corretto” negli usi linguistici, e quelle in particolare sulle discriminazioni di genere legate al linguaggio. Se ne discute sui giornali, sulle riviste e ancor più sui social network, dove tutti hanno da dire la loro, immaginando di volta in volta le soluzioni più ingegnose per ovviare a incresciose disparità: la presidente, la presidentessa o addirittura la presidenta? La sindaco, la sindaca o la sindachessa? Ho visto impallidire una mia collega molto sensibile a queste cose, quando, durante un incontro con gli allievi, ai quali si era rivolta correttamente come a gli studenti e le studentesse qui presenti, si è sentita dire da una di loro che a studentesse, appunto, lei avrebbe preferito le studenti. Peccato però che la ragazza abbia usato a sua volta un sonoro professoressa… Ma poi, al cari amici con il quale ci si rivolge a un gruppo è da preferire cari amici e care amiche o care amiche e cari amici? E nell’uso scritto, è auspicabile o no la generalizzazione di forme grafiche come car* tutt*, che certo, ci tolgono dall’imbarazzo, ma che risultano un pochino macchinose?

 

Marito e moglie nelle Alpi liguri

 

Molti stimati e valorosi linguisti si sono espressi su questi temi, e io stesso (come tutti, linguisti e non solo) mi sono fatto un’opinione, che tuttavia eviterò accuratamente di formulare in questa sede. Da umile dialettologo quale sono, mi piace soltanto ricordare un singolare uso linguistico in voga in alcuni dialetti liguri alpini, almeno fino a qualche tempo fa: nell’ambito delle relazioni coniugali, ci si riferiva al consorte secondo la poeticissima formula noi-lui, usata dalla donna, o noi-lei, usata dall’uomo. Si dice(va) quindi “nui-er u l’è andau a travagliar” (mio marito è andato a lavorare), “nui-ela a l’è aprövu a travagliar” (mia moglie sta lavorando), ma anche “nui u l’è partiu” (noi – cioè lui, il marito – è partito), “nui a l’è partia” (noi – cioè lei, la moglie – è partita), e così via, disinnescando il conflitto di genere, almeno nello spazio delle mura domestiche, con la serena constatazione del vincolo d’amore che unisce (o dovrebbe unire) due persone che si percepiscono come uguali all’interno della coppia: è questa una delle tante piccole sorprese (e grandi gioie) che incontra chi è solito frequentare le lingue d’Italia nella loro variegata e salutare molteplicità.

Proprio dalla lessicografia locale mi giunge l’appiglio per gli appunti che seguono, in cui il tema della discriminazione di genere non riguarda tanto la lingua in sé, quanto l’organizzazione che della lingua siamo soliti presentare, noi linguisti, in quanto “tecnici” della materia: alle volte, infatti, gli spesso deprecati “cultori” ci superano – consciamente o meno – per la loro sensibilità su determinati aspetti.

 

I quadernetti di Anita e Rosa

 

Mi riferisco in particolare a un volumetto pubblicato nell’ormai lontano 1985 dalla benemerita associazione “A Campanassa”, il Compendio di voci ed espressioni del dialetto savonese di Anita e Rosa Sguerso, due simpatiche ottuagenarie (all’epoca) che con passione ed amore avevano raccolto per anni su certi quadernetti, prima di darlo alle stampe, il fiore della lingua da loro abitualmente praticata. Ebbene, le due anziane signorine, nella loro raccolta, ci offrono con olimpica semplicità, per oltre 160 pagine su due colonne, esempi lampanti di trasgressione a una norma ampiamente codificata dalla lessicografia non soltanto ligure, italiana, romanza ed europea, ma oserei dire universale:

 

inguersia ‘accecata’, pl. inguersie; m. inguersiu, m. pl. inguersii.

ingûgia ‘aggomitolata, avvolta’; pl. ingûgie; m. ingûgiu, m. pl. ingûgii.

ingurdia ‘ingorgata, ostruita’; pl. ingurdie; m. ingurdiu, m. pl. ingurdii.

inranghia ‘azzoppata’; pl. inranghie; m. inranghiu, m. pl. inranghii.

inscia ‘gonfia’; pl. inscie; m. insciu, m. pl. insci.

 

Addirittura, stante l’omofonia che esiste in genovese tra le forme dell’infinito della prima coniugazione e quelle del participio passato femminile, e tra il maschile e femminile plurale del participio stesso, ci ritroviamo sistematicamente di fronte anche ad esempi di questo tipo:

 

innamuâ ‘innamorare’; ‘innamorata’. m. innamuoù, pl. m. e f. innamuê.

 

Non saprei dire, onestamente, se esistono altri esempi lessicografici del genere, ma la disarmante tranquillità con la quale le due autrici, in quanto donne, percepivano e presentavano la propria lingua anzitutto al femminile, mi ha fatto spesso pensare alle molte dichiarazioni di benemeriti linguisti, intellettuali, scrittori, giornalisti e altre categorie “abilitate”, intorno alla opportunità – per non dire necessità – di aggiornare la lingua alle esigenze suggerite dall’evoluzione dei tempi in materia di parità di genere: gli endorsement a favore di sindaca o ministra sono in fondo, vorrei dire, ben poca cosa rispetto a questa acquisita coscienza dell’importanza del lato femminile del linguaggio, che si appoggia del resto, giova dirlo, a uno dei principi fondanti della lessicografia tradizionale: l’intangibilità dell’ordine alfabetico.

 

L’ordine alfabetico nei dizionari

 

Sì, perché in genovese come in italiano, la forma femminile dei nomi, dei pronomi, degli aggettivi e dei participi passati, sotto questo punto di vista, dovrebbe oggettivamente venire prima di quella maschile: amiga / amigo e amica / amico, gianca / gianco e bianca / bianco, locciâ / locciou e scossa / scosso…, esattamente come in spagnolo, ad esempio, e a differenza del francese con la serie ami / amie, blanc / blanche, secoué / secouée.

Dobbiamo quindi concluderne che l’organizzazione delle voci nelle opere lessicografiche correnti riflette da sempre (almeno in genovese, italiano, spagnolo…) un’attitudine marcatamente sessista: insomma, c’è una ragione logica che giustifichi – all’interno di un repertorio organizzato in ordine alfabetico, come lo Zingarelli, ad esempio – una voce come

 

brutto agg. ‘che per aspetto esteriore o per caratteristiche intrinseche suscita impressioni sgradevoli’,

 

se la forma femminile brutta dovrebbe essere posta coerentemente all’apice del lemma? Il fatto è che tutti i nomi dotati di forme per i due generi, e tutti i pronomi, aggettivi e participi passati presenti nei vocabolari vengono inequivocabilmente lemmatizzati a partire dalla forma maschile, salvo rarissime eccezioni, come nel caso di incinta, il cui maschile incinto si trova nel corpo del lemma e viene qualificato come termine ‘scherzoso’.

Merita quindi una menzione anche l’aureo manuale per stranieri di Roberto Tartaglione, Grammatica Italiana, Firenze, Alma Edizioni 1997, unico caso a me noto in cui gli esempi al femminile di alcune regole della lingua compaiano prima di quelli al maschile: per illustrare le forme del passato prossimo (io sono andata/o, tu sei andata/oloro sono andate/i), del condizionale composto (io sarei arrivata/o … noi saremmo arrivate/o, ecc.), del periodo ipotetico (avessi avuto tempo sarei andata/o al cinema) e così via.

Questo insieme di circostanze dovrebbe fare riflettere quegli stessi linguisti che si dichiarano, giustamente, infastiditi o perplessi da alcuni aspetti che riflettono l’attitudine sessista della lingua (la prevalenza del maschile nelle forme collettive, l’uso di desinenze “femminili” a vario titolo discriminanti, ecc.), ma che non hanno mai proposto o promosso correttivi a forme così evidenti di discriminazione lessicografica.

 

Cominciare dall’editoria

 

Si obbietterà che la lessicografia “al maschile” vanta una tradizione secolare che legittima l’intangibilità della sua prassi. Vero, ma anche la lingua è tradizione, e millenaria: e ciò malgrado si discute seriamente e opportunamente, non da oggi, della maniera di modificarne alcuni aspetti per assicurare una più corretta rappresentanza di genere; aggiungiamo anche la considerazione che mentre operare sulla lingua per ridimensionarne l’attitudine sessista è impresa non facile, dagli esiti niente affatto scontati (i correttivi “dall’alto”, ci insegna la storia, solo eccezionalmente hanno scardinato abitudini consolidate, e per un autista che l’ha vinta su chauffeur ci son decine di mescite e cialdini che nulla hanno potuto contro bar e cachet), operare per una progressiva “femminilizzazione” dei vocabolari, dei prontuari grammaticali, degli esercizi scolastici e quant’altro, è operazione (come ben mostra l’esempio di Tartaglione) tecnicamente agevole: certo, occorrerebbe assicurarsi la disponibilità delle categorie più direttamente implicate nella elaborazione dei testi, a partire dai lessicografi e dai grammatici, avviando una campagna di sensibilizzazione e di persuasione in tal senso; attuare un’altrettanto opportuna opera di convincimento presso gli editori, naturalmente, ed educare infine il pubblico alle nuove modalità di consultazione che questa piccola rivoluzione indiscutibilmente presuppone. Ma certo è più facile immaginare, ora come ora, un dizionario con le desinenze in -a ordinatamente elencate prima di quelle in -o, che non una intera società che si abitui senza resistenze (dettate prima dall’abitudine, forse, che dalla mancata adesione ideologica) a non ritenere “scorrette” forme femminili divergenti da una consolidata tradizione, o altri usi che presuppongano il ricorso a costrutti percepiti come “innaturali”. Con una battuta che vuol essere anche un piccolo e affettuoso omaggio postumo, mi sento quindi di sostenere che la lessicografia (italiana, e non solo) potrebbe avere qualcosa da imparare da Anita e Rosa Sguerso.

 

 

Immagine:  La difesa di Saragozza

 

Crediti immagine: David Wilkie [Public domain]

 

 


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