19 gennaio 2010

Il dizionario dalla Crusca al Manzoni

di Silverio Novelli

Cane, animal noto, e domestico all'huomo Nel 1612 l'augusto consesso dei lessicografi riuniti nell'Accademia della Crusca dà alle stampe la prima impressione del Vocabolario, primo esempio al mondo di grande dizionario storico di una lingua. Dentro il ponderoso volume, la definizione di cane suona proprio così: «animal noto, e domestico all'huomo». La concezione tutta letteraria della lingua e del tesoro lessicale, tramandato attraverso i secoli a principiare dall'esempio delle «tre corone» (Dante, Petrarca e Boccaccio), con l'aggiunta di qualche minore dell'aureo Trecento (come Giovanni Villani, scrittore di cronache municipali - toscane, s'intende) e dei toscani (o toscaneggianti) del Cinquecento (Berni, Della Casa, Poliziano, Burchiello; l'Ariosto che aveva rivisto il suo Orlando furioso in senso toscanista, seguendo le indicazioni del Bembo), determinava un taglio "ideologico" preciso: le "cose" note, concretamente esperibili nella vita di tutti i giorni, non avevano bisogno di definizioni, in quanto il loro significato era dato per scontato. Importante, piuttosto, era certificare la dignità del termine, che meritava l'inclusione nel lemmario e l'elezione a modello di uso linguistico soltanto se adoperato dalle auctoritates. Pertanto, cane era legittimato dagli esempi d'autore: nella fattispecie, niente di meno che la trinità toscana in effigie, costituita da (in ordine di citazione) Boccaccio, Dante, Petrarca. Anche l'uso diremmo oggi colloquiale e spregiativo di cane come epiteto ingiurioso, riferito a persona, veniva innalzato in questo modo a rango nobilmente letterario: «Talora si dice cane dell'huomo, per villania, come disse Achille ad Agamennone». E, come non farebbe più oggi alcun dizionario, si produceva, ancor prima che l'immancabile esempio boccaccesco, una citazione omerica in greco antico.

 

Ci voleva Manzoni Il Vocabolario della Crusca, nonostante i limiti della sua impostazione, per cui la lingua era guardata dall'alto dell'empireo della letteratura toscana d'eccellenza, con la conseguente messa al bando di tutta la prosa d'argomento tecnico e scientifico e del lessico dell'uso vivo, costituisce comunque una pietra miliare nel cammino della lessicografia europea e italiana. Salvo che, perpetuandosi nei secoli a venire, entro le élites dei custodi della norma linguistica, una concezione così delimitata e limitativa del modello da seguire, esso diventa a mano a mano espressione di una idea conservativa e poi conservatrice e infine anacronistica della lingua italiana. Il merito riflesso, se così si può dire, del Vocabolario, aggiornato e riscritto altre quattro volte (quasi: l'ultima edizione, novecentesca, rimase incompiuta) - ma sempre restando dentro il solco tracciato dai padri - è nel trovarsi a rappresentare per ogni nuova e diversa intrapresa lessicografica un altro tipo di pietra, una pietra di paragone cioè, con la quale confrontarsi in modo più o meno polemico, fino a darci di cozzo. A ben guardare, a produrre scintille per scontro diretto sono proprio i primi dizionari dell'uso, nel momento in cui l'uso viene concepito come espressione della lingua contemporanea viva. Per vedere scoccare queste scintille, bisogna aspettare quasi tre secoli. In due parole, l'unità d'Italia e Alessandro Manzoni.

 

Le dimissioni di Manzoni Se fatta l'Italia bisogna fare gli italiani, messa insieme una comunità eterogenea di parlanti bisogna dargli una lingua. Una e una sola, pensa l'Alessandro Manzoni degli anni Quaranta dell'Ottocento, che con I promessi sposi si ripropone, tanto per cominciare, di fornire per la prima volta agli italiani (perlomeno a quei pochi che sanno leggere e scrivere con cognizione di causa) un modello di lingua letteraria unitaria, moderna e dell'uso vivo, identificato con quello del fiorentino parlato dalle classi colte, il più vicino, per motivi storici, a un'idea di italiano comprensibile da tutti, almeno tra i ceti colti. Più di vent'anni dopo, Manzoni è impegnato nel compito di trasferire il modello di nuova lingua scritta letteraria unitaria in modello di lingua nazionale anche parlata. Una possibilità pratica gli viene offerta nel 1868, quando il suo amico e ammiratore Emilio Broglio, nominato da un anno ministro della Pubblica istruzione, vara una commissione che ha l'obiettivo, conforme alle proposte manzoniane, di redigere un dizionario della lingua italiana capace di agire come modello unificatore. La commissione è articolata in due sottocommissioni: una milanese, di cui fanno parte lo stesso Manzoni, Ruggero Bonghi e Giulio Carcano; l'altra fiorentina, tra i cui componenti spiccano il pedagogista Raffaello Lambruschini e lo scrittore e lessicografo Niccolò Tommaseo. La sezione milanese è allineata sulle posizioni di Manzoni. Quella fiorentina è pervasa da dubbi sul programma manzoniano, incardinato sull'idea di risciacquare esclusivamente in Arno - e solo lungo le sponde fiorentine - i panni della lingua da vocabolarizzare: per gli esperti riuniti a Firenze è difficile digerire l'idea di non eleggere a discrimine il prestigio letterario del lessico; inoltre, c'è chi vorrebbe privilegiare l'uso toscano, più che quello fiorentino. Per Manzoni l'idea di una lingua costruita a tavolino attraverso dosaggi, alchimie e contaminazioni è inaccettabile: si tratterebbe di una lingua morta prima ancora di nascere. Manzoni pensa che una lingua o è un tutto o non è: essa deve rappresentare la parlata incorrotta di una comunità. Di fronte ai cincischiamenti sui pregi di questa o di quella voce che la tradizione o la parlata periferica di qualche area toscana metterebbe a disposizione, Manzoni è fermissimo: ragionare così significa fermarsi a una concezione della lingua come fatto espressivo, mentre la questione della lingua in Italia è da porre risolutamente nei seguenti termini: assicurare uno strumento linguistico in cui si possa rispecchiare uno Stato unitario e una nazione. Per nulla propenso ai compromessi, Manzoni si dimette. Broglio però concorda con Manzoni e ricompone la sola prima sottocommissione. Dai lavori di quest'ultima esce la relazione manzoniana (sottoscritta da Bonghi e Carcano) Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla. Il dizionario monolingue s'ha da fare, e sarà improntato al fiorentino dell'uso vivo. Inoltre, le scuole dovrebbero avere maestri "madrelingua" fiorentini: l'educazione linguistica - Manzoni lo sa bene - può giovarsi in un dizionario di una codificazione lessicale, ma la lingua, essendo fatto sociale, va insegnata a partire dalla più giovane età, quasi a sovrapporsi su quella materna per poter ambire a farsi materna essa stessa.

 

Il vocabolario "novo" Manzoni muore nel 1873 e non fa in tempo a vedere realizzato il suo progetto di dizionario; né il progetto di impegnare nelle scuole una leva di insegnanti fiorentini avrà seguito. Soltanto nel 1897, dopo ventisette anni di alquanto tribolata pubblicazione a singhiozzo, si completa il Novo vocabolario della lingua italiana (si noti la monottongazione di nuovo, attinta dal fiorentino coevo) di Giovan Battista Giorgini ed Emilio Broglio (l'ex ministro), nel quale trovano applicazione pratica le teorie manzoniane. Siamo in presenza del primo moderno dizionario dell'uso, in grado cioè di fotografare la realtà di una lingua viva, realmente vicina al parlato, senza ombra di preoccupazione per l'eventuale mancanza di legittimazione letteraria, tranquillamente aperto al vocabolario tecnico. Preciso e coerente, il Giorgini-Broglio non include le venerande parole antiquate, delimita sempre la sfera d'uso d'un termine (per esempio, «fuor d'uso», «d'uso comune»), sciorina una fraseologia ricca e attenta alla lingua parlata, eliminando gli esempi d'autore. Nonostante la limitata diffusione (paradossale, visti presupposti e obiettivi), il dizionario è destinato a esercitare un peso ingente sulla lessicografia coeva e quella posteriore. Il Giorgini-Broglio apre la strada ai dizionari dell'uso novecenteschi e contemporanei; la chiude - anche se non da solo - alla lessicografia cruscante vecchio stampo.

 

 

 

Immagine: Alessandro Manzoni, dipinto di Francesco Hayez. Crediti: [Public domain], attraverso Wikimedia Commons.


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