25 giugno 2020

Ti dico che non ti dirò qualcosa: eccetera

 

«Un giorno mi misi con una mia coetanea e andammo in campagna con i nostri fidanzati. Arrivati lì, si sa come si fa, baci, carezze ecc.» (Nora Galli de’ Paratesi, Le brutte parole, Mondadori, Milano, 1969, p.121)

 

Quante parole sono racchiuse in un eccetera (o, spesso, in un ecc.)? Può capitare che, parlando o scrivendo, ci ritroviamo a comunicare altro rispetto a ciò che effettivamente stiamo dicendo; attraverso forme linguistiche dedicate, avvisiamo che c’è di più, che c’è un “non detto” che lasciamo ricostruire a chi ci ascolta o ci legge.

Una delle forme più frequentemente impiegate in italiano a questo scopo è proprio eccetera. L’avverbio (che può essere reduplicato – eccetera eccetera – o, nello scritto, abbreviato in ecc. o etc.), attestato in italiano a partire dal XIV secolo, è il risultato dell’univerbazione della locuzione latina et cētĕra ‘e tutte le altre cose’, ‘e le rimanenti cose’ (Magni 2019). Solitamente, si colloca alla fine di una lista, una lunga enumerazione, una descrizione o una citazione, per sostituire concisamente ciò che è ritenuto superfluo, ridondante o già noto all’interlocutore (De Mauro 1999). La sua funzione principale consiste dunque nell’indicare l’esistenza di altri elementi oltre a quelli esplicitamente menzionati, come nel seguente esempio:

 

(1) Per prepararti all’esame dovrai studiare leggere libri di Flaubert, Balzac eccetera.

 

Qui, eccetera indica che i nomi citati (Flaubert e Balzac) sono solo alcuni degli elementi di un insieme di altri nomi possibili, con i quali intrattengono un rapporto di affinità; l’ascoltatore o il lettore dovranno essere in grado di capire quale sia la proprietà comune a questi elementi (in questo caso, l’essere scrittori francesi), in modo da poter ricostruire ciò a cui si fa riferimento attraverso eccetera.

 

Gli "altri": cose, robe, e così via, e quant’altro…

 

Eccetera non è l’unica forma che ci permette di comunicare che c’è di più oltre a ciò che stiamo dicendo: fa parte della classe dei cosiddetti general extenders, ovvero quelle espressioni tipicamente formate da una congiunzione (in italiano e oppure o) e da un sintagma nominale o avverbiale, che servono a ‘estendere’ l’elemento a cui si accompagnano (cfr. Overstreet 1999, Cheshire 2007), come già osservato nell’esempio (1). Le forme che in italiano contemporaneo svolgono più frequentemente questa funzione (oltre naturalmente a eccetera) sono costruite principalmente a partire da cose e robe (ad esempio e cose del genere), così (e così via), tutto (e tutto quanto), via (e via dicendo), altro (e quant’altro), oltre a espressioni idiomatiche come e compagnia bella (Fiorentini 2018); spesso le strategie si sovrappongono (e così via dicendo, tutte quelle cose lì, altre cose di questo genere…). È interessante notare come, in tempi recenti, abbia cominciato a essere utilizzato in questa funzione anche piuttosto che: ad esempio, in Mi piace il cibo italiano, quindi la pizza piuttosto che, con intonazione conclusiva, piuttosto che è parafrasabile come e cose del genere (cfr. Mauri e Giacalone Ramat 2015).

I general extenders possono svolgere funzioni diverse a seconda della congiunzione utilizzata: le forme con e segnalano, come abbiamo visto, che c’è di più rispetto agli elementi espressi, facendo riferimento anche a conoscenze o esperienze condivise dagli interlocutori; le forme con o, invece, indicano che esistono delle alternative, e che l’elemento espresso non è necessariamente quello che il parlante aveva in mente, ma rappresenta piuttosto un’approssimazione. Possiamo illustrare meglio la differenza tra le due funzioni confrontando l’esempio (1) con l’esempio (2):

 

(2) Questi libri conviene metterli in scatole o cose così.

 

Se in (1) l’uso di eccetera invitava a “completare” un insieme di cui venivano forniti alcuni elementi esemplificativi, nell’esempio (2) scatole rappresenta solo una delle possibili soluzioni alternative per riporre i libri a cui chi parla sta facendo riferimento; o cose così segnala che questi non dovranno essere messi per forza all’interno di scatole, ma anche in altri contenitori (ad esempio, un baule).

 

Vergognarsi con l’eccetera

 

In un eccetera possono dunque essere racchiusi insiemi potenzialmente infiniti di elementi. In aggiunta all’uso che abbiamo visto, alcuni studi ne hanno anche sottolineato il ruolo come marca di vaghezza (cfr. Voghera 2012) e di reticenza; in particolare, la forma può essere collocata tra le espressioni eufemistiche (similmente ad altre espressioni vaghe quali cosa, fare o andare), che, in contesti particolarmente soggetti all’interdizione, servono a sostituire “qualcosa di vergognoso” (Galli de’ Paratesi 1969: 43), come nella citazione in esergo (riportata dalla stessa Galli de’ Paratesi e tratta da una raccolta di lettere inviate ai giornali femminili negli anni Cinquanta). Tuttavia, questi valori non esauriscono la gamma di funzioni di eccetera riscontrabili nell’italiano contemporaneo, e in particolare nel parlato. Si consideri a questo proposito l’esempio (3) (tratto da un post privato su Facebook):

 

(3) Io spero però quindi che i capelli blu – di cui io e te sappiamo ecc. – confinati a quella foto altro non vogliano dire che è bello rompere le cose sempre, tutti i giorni, quando è festa e quando non è festa.

 

In (3), ecc. non segnala l’esistenza di altri elementi oltre all’esempio esplicito. Piuttosto, fa riferimento a qualcosa che si suppone essere presente nelle conoscenze condivise (il common ground) degli interlocutori, ma che risulterà inaccessibile agli altri; in questo caso, solo chi scrive e la persona a cui è rivolto il messaggio saranno in grado di interpretare che cosa eccetera racchiuda.

 

Quando lo sanno tutti

 

Ancora, eccetera può essere impiegato, soprattutto nello scritto, per fare riferimento a un testo che si ritiene essere conosciuto da chi legge, come proverbi, poesie, o testi letterari molto noti:

 

(4) Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva eccetera.

 

In questa funzione, dunque, eccetera indica che ci sono altri elementi che co-occorrono in un dato testo con gli elementi espressi; sta all’interlocutore completare mentalmente ciò che il parlante sta dicendo con gli altri elementi presenti nello stesso testo.

In conclusione, eccetera (così come gli altri general extenders) è un segnale che ci dice esplicitamente che qualcosa non sarà detto. Di conseguenza, si rivolge direttamente al destinatario del messaggio e alla sua capacità di interpretare, sfruttandola per riempire dei “vuoti” nella comunicazione; tali vuoti possono riferirsi a elementi che, pur mancanti, sono noti (come nel caso dei testi letterari visti nell’ultimo esempio), oppure a elementi che sarà necessario ricostruire, sulla base dell’insieme cui appartengono e delle caratteristiche che condividono con quelli espressi. In entrambi i casi, eccetera ci invita a colmare le assenze, e a tradurre in parole quello che rimane taciuto; in definitiva, ci permette di dire, senza dirle, moltissime altre – le rimanenti – cose.

 

Bibliografia di riferimento

Cheshire, Jenny, Discourse variation, grammaticalisation and stuff like that, in Journal of Sociolinguistics 11(2), 2007, pp. 155–193.

De Mauro, Tullio, GRADIT: Grande dizionario italiano dell’uso, Torino, Utet, 1999.

Fiorentini, Ilaria, Eccetera eccetera e così via di seguito. I general extenders dell’italiano contemporaneo, in Masini, Francesca, Tamburini, Fabio (a cura di), CLUB Working Papers in Linguistics, Vol. 2, Bologna, CLUB – Circolo Linguistico dell’Università di Bologna, 2018, pp. 20-39.

Magni, Elisabetta, General extenders in Latin, in Lemmata Linguistica Latina, Vol. II, Clause and Discourse, Berlin/Boston, De Gruyter, 2019, pp. 241-258.

Mauri, Caterina, Giacalone Ramat, Anna. Piuttosto che: dalla preferenza all’esemplificazione di alternative, in Cuadernos de Filologia Italiana 20, 2015, pp. 49-72.

Overstreet, Maryann. Whales, candelight, and stuff like that, New York, Oxford University Press.

Voghera, Miriam. Chitarre, violino, banjo e cose del genere, in Thornton, Anna M., Voghera, Miriam (a cura di), Per Tullio De Mauro. Studi offerti dalle allieve in occasione del suo 80° compleanno, Roma, Aracne, 2012, pp. 341–364.

 

Immagine: Et cetera I presume "etc..." is the name of a company!

 

Crediti immagine: Chris Downer / Et cetera

 

 

 

 


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