10 giugno 2019

Far di tutta l’erba (voglio) un fascio. Considerazioni linguistiche a cento anni dalla pubblicazione del programma dei Fasci italiani di combattimento

di Edoardo Buroni

Un’estrema destra di estrema sinistra

 

Dopo la riunione che il 23 marzo 1919 sancì a Milano la nascita dei Fasci italiani di combattimento, il successivo 6 giugno venne pubblicato sul «Popolo d’Italia» (link) – il giornale fondato nel 1914 da Benito Mussolini dopo la sua fuoriuscita dal Partito socialista e il contestuale abbandono della direzione dell’«Avanti!» – il programma di questo movimento. Alla stesura del documento contribuì in modo significativo Alceste De Ambris, fratello di quell’Amilcare che il 5 ottobre 1914 aveva promosso il manifesto-appello del Fascio rivoluzionario d’azione internazionalista a cui poco dopo aveva aderito il futuro Duce e a cui lo stesso si era nominalmente e idealmente ispirato per la costituzione del movimento della cui trista e infausta nascita ricorre il centenario.

La matrice del socialismo insurrezionalista professato da sindacalisti quali appunto i fratelli De Ambris emerge, tra l’altro, dal risalto che viene attributo all’aggettivo rivoluzionario. Una “rivoluzione” che però, per il consueto processo di rinegoziazione semantica proprio del discorso politico, non si identificava (più) con quella del marxismo-leninismo, ma che assunse un’accezione peculiare diventando un concetto e una parola chiave dell’ideologia e della narrazione fasciste. Non solo nei primi anni «Il Popolo d’Italia» riportava, subito sotto il nome della testata, la frase attribuita a Napoleone «La rivoluzione è un’idea che ha trovato delle baionette»; ma così, metalinguisticamente, dichiarò Mussolini nel 1926, come si legge nell’emblematico (già nel titolo che fonde lingua, religione e politica) Dizionario della Dottrina Fascista: «Se per rivoluzione intendesi, come devesi intendere, violenta sostituzione di uomini e creazione di nuovi istituti, chi potrà negare al Fascismo il carattere e la portata di una vasta, profonda rivoluzione, destinata a influire sul corso della civiltà? Lo Stato Corporativo è la creazione tipica e l’orgoglio legittimo della Rivoluzione fascista. Le difficoltà inerenti a tutte le innovazioni radicali saranno superate. Solo col Fascismo il popolo italiano, al di là e al di sopra delle grottesche menzogne convenzionali del suffragismo demo-liberale, è diventato parte integrante dello Stato».

 

Contraddizioni e contrapposizioni

 

Eppure, come si legge nel programma del 1919, la proposta politica originaria del fascismo sarebbe stata di ben altro indirizzo, paragonabile a quella di ogni moderna democrazia liberale: Suffragio universale a scrutinio di lista regionale, con rappresentanza proporzionale, voto ed eleggibilità per le donne. Un ribaltamento ideologico e, tragicamente, pratico che, nel passo riportato poco sopra, si riverbera e si manifesta sul piano della morfologia lessicale: il settorialismo neutro suffragio del 1919 viene infatti a(du)lterato nel 1926 da un suffisso caricato spregiativamente e dall’aggiunta di un composto aggettivale a cui viene attribuita un’analoga accezione negativa.

Procedimento linguistico e comunicativo caratteristico della retorica e della creatività mussoliniana, e più generalmente di formazioni e individui portati allo scontro, al dileggio e allo screditamento dell’avversario: un atteggiamento politico e verbale da cui è scaturita quella «lingua dell’odio» di cui si è recentemente parlato anche su questo magazine. Uno spirito contrappositivo, ideale e linguistico, che si individua fin dalla premessa del programma dei Fasci, dove sugli aspetti propositivi prevale l’insistenza di aggettivi quali antidogmatico, antidemagogico, antipregiudiziaiolo; oggi forse per indicare gli stessi concetti useremmo espressioni come «né di destra, né di centro, né di sinistra» o faremmo appello ad un apparentemente più pragmatico e rassicurante «buonsenso»: tutte voci e locuzioni vaghe – ben lontane ad esempio da un’ipotetica “terza via” prospettata dal coevo appello-programma del Partito popolare italiano (link) – dietro le quali è più facile celare e giustificare ogni forma di incoerenza, di indeterminatezza e di effimero opportunismo, come appunto fecero Mussolini e i suoi seguaci.

 

Una proposta nazional-socialista

 

La compresenza, spesso ossimorica, di elementi ideologici eterogenei sovente inconciliabili sotto il profilo dottrinale e concreto si appalesa ancora una volta sul piano programmatico e dunque lessicale. Al già citato retaggio socialista afferiscono infatti i temi e le voci contenuti nelle proposte relative al problema sociale, dove si parla ad esempio di giornata legale di otto ore di lavoro, minimi di paga, lavoratori, organizzazioni proletarie e assicurazione sulla invalidità e sulla vecchiaia; fino a prospettare, per il problema finanziario, una vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze, la cui energica perentorietà è sottolineata dal significativo uso tipografico dei caratteri maiuscoli.

Ma ai valori che discendevano dall’internazionalismo operaista era chiesto di coniugarsi con ideali nazionalistici e pugnaci, come già emerge dal nome stesso del movimento: Fasci italiani di combattimento; e non per nulla anche «Il Popolo d’Italia» nell’agosto del 1918 era passato dall’autodefinirsi «quotidiano socialista» all’identificarsi come «quotidiano dei combattenti e dei produttori», per poi perdere, con l’inizio del 1920, ogni esplicita classificazione politico-ideologica. Nel documento che stiamo commentando l’enfasi nazionalistica risalta fin dalle prime righe, contenenti il breve preambolo cataforico di presentazione del programma di un movimento sanamente italiano; un’italianità e un interesse nazionale da promuovere e difendere sia nel mondo sia internamente qualora realtà come i beni delle congregazioni religiose e le mense vescovili costituisc[a]no una enorme passività per la Nazione.

 

L’erba voglio è cresciuta nel giardino del re

 

Del resto l’orizzonte identitario è immediatamente esibito dall’allocuzione diretta con cui si apre il programma e che sovente, nel quasi quarto di secolo successivo, si udrà ripetere all’inizio di molti discorsi pronunciati dal balcone di Palazzo Venezia o in altre adunate di piazza: Italiani!. Un vocativo che subito produce quell’avvicinamento attanziale proprio della comunicazione politica che fa leva sull’emotività e sulla ricerca del coinvolgimento tra mittente e destinatario; strategia qui perseguita anche tramite il ricorso al punto esclamativo e ad un attacco monorematico di indubbia efficacia fàtica.

Un avvio stilisticamente coerente con il resto del documento (oltre che con la più generale retorica mussoliniana), in cui a prevalere sono lo stile nominale e la sintassi breve, che tipicamente trasmettono un senso di essenzialità, di perentorietà e di determinazione; senso corroborato da un altro sintagma chiave del programma, quello con cui, anaforicamente, vengono introdotte le rivendicazioni (ché, forse, è più corretto definirle tali piuttosto che “proposte”) del movimento fascista: Noi vogliamo. Una volontà (altra parola simbolo del regime) che, se si confrontano i propositi enunciati nel documento dei Fasci – non tutti e totalmente antidemocratici e dittatoriali – e ciò che fu concretamente attuato quando Mussolini esercitò il potere, non era poi forse nemmeno così chiaro agli stessi promotori dove dovesse condurre. Ma, soprattutto, una volontà che avrebbe potuto e dovuto essere arginata da chi deteneva la legittima autorità per farlo e avrebbe dovuto sapere, come recita il noto adagio, che “l’erba voglio” non avrebbe avuto diritto di cittadinanza nemmeno nel suo giardino: il re Vittorio Emanuele III, il quale lasciò invece attecchire, germogliare e prosperare una gramigna i cui semi rimangono purtroppo tuttora più o meno latenti nel terreno della società. Ai più avveduti botanici e giardinieri di oggi e di domani spetta dunque il compito di vigilare affinché la malerba non attecchisca e non produca nuovamente le conseguenze funeste che già hanno tragicamente segnato la storia; e anche l’attenzione agli usi linguistici e comunicativi di chi si propone per il governo della cosa pubblica o di chi già esercita il potere può essere uno strumento prezioso che contribuisce a individuare i sintomi di una pericolosa epifitia.

 

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Immagine: La scrivania di Benito Mussolini nella sede del quotidiano Il Popolo d'Italia, nella redazione milanese di via Paolo da Cannobio

 

Crediti immagine: Da Storia Illustrata n. 224 - luglio 1976

 

 


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