17 luglio 2019

I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo

di Antonio Zoppetti

La questione dei forestierismi è atavica: rappresentano un inquinamento o un arricchimento?

Nei tempi andati i puristi identificavano l’italiano con quello di Dante, Petrarca e Boccaccio, anche se in seguito si aprirono sempre più ad altri autori. Erano ostili ai neologismi, alle voci dialettali non toscane, e respingevano a priori tutti i “barbarismi”. Si opposero al purismo tanti sostenitori di una lingua più aperta, puntando il dito sul rischio di ingessare l’italiano nella “lingua dei morti” e di impedirne l’evoluzione. Già Machiavelli aveva compreso l’importanza di accogliere parole da altri: se vengono adattate arricchiscono una lingua, altrimenti la “imbastardiscono”. Ludovico Muratori aveva notato che anche gli autori del Trecento avevano abbondantemente attinto dal lessico provenzale o delle altre lingue “sorelle dell’italiana”, usando termini che “fecero divenir propri” e rendendo la lingua non “intorbidita”, ma “arricchita”. Alessandro Verri, dalle pagine del Caffè, lanciò nel Settecento la celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca” improntato al purismo. Fu un manifesto contro il conservatorismo linguistico che, in nome della modernità, avrebbe attinto da ogni idioma se, “italianizzando”, fosse servito “a rendere meglio le nostre idee”.

 

Ad accomunare le posizioni dei più accesi puristi fustigatori dei barbarismi e dei linguisti più aperti ai contributi esterni c’era perciò il fatto che tutti, in passato, guardavano con sospetto l’entrata di parole straniere non adattate ai nostri suoni. Oggi questa mentalità è cambiata, l’italiano è sempre più recettivo e globale, siamo molto più inclini ad arricchirci anche di forestierismi crudi che tendiamo a non tradurre e non adattare. Dobbiamo però domandarci come l’italiano si sia evoluto storicamente e come stia evolvendo nel nuovo Millennio. Quante sono le parole straniere e di che tipo? Da quali lingue provengono? Ogni giudizio sul ruolo dei forestierismi si può esprimere, senza pregiudizi, solo dopo averli quantificati e classificati.

 

La prima distinzione necessaria è tra forestierismi adattatati e italianizzati (come azzardo da hasard o bistecca da beefsteak) e non acclimatati o crudi (come boutique o mouse). I primi sono assimilati e sono a tutti gli effetti parole italiane; la loro origine straniera è “invisibile” e racchiusa nella loro etimologia. I secondi rappresentano elementi di discontinuità rispetto al suono o alle regole ortografiche dell’italiano.

 

I limiti delle torte etimologiche dei dizionari digitali

 

L’avvento dei dizionari digitali ha permesso analisi fino a qualche decennio fa impensabili. Ma se conteggiare le parole straniere crude con questi strumenti è abbastanza semplice e restituisce dati attendibili, non si può dire lo stesso per la quantificazione delle parole che sono straniere solo nella loro provenienza. Nei dizionari monovolume come lo Zingarelli e il Devoto Oli non sono presenti marche che distinguano tra prestiti adattati e non, e l’estrazione delle etimologie straniere produce risultati misti in cui le italianizzazioni convivono con alcune voci crude. Inoltre, non sono attualmente strutturati per restituire tutte le parole che derivano da una certa lingua, e le liste contengono numerose lacune. Cercando “computerizzare”, per esempio, leggiamo che deriva da computer, ma la derivazione non è marcata come “inglese”, e sfugge perciò alle ricerche automatiche. Per questi motivi le indicazioni che se ne ricavano sono diverse a seconda del dizionario e anche nel raffronto tra le riedizioni di una stessa opera.

 

Più affidabili sembrano invece i risultati di un lavoro specialistico come il GRADIT, curato da Tullio De Mauro (260.00 lemmi, 6 voll.). Nell’edizione del 1999, le cinque lingue straniere che ci hanno maggiormente influenzato erano nell’ordine:

 

inglese: 6.292 anglicismi (1.989 adattati + 4.303 non adattati); francese: 4.982 voci (3.517 adattate + 1.465 crude); spagnolo: 1.055 parole (792 + 263); tedesco: 648 (360 + 288); arabo: 633 (430 + 203).

 

(Fonte: voce “lessico” dell’Enciclopedia Treccani (link 1 e link 2)

 

Il dato più significativo, aveva concluso De Mauro, è che alla fine del secolo scorso l’inglese si era attestato come la lingua dalla maggiore interferenza sull’italiano, e aveva scalzato lo storico primato del francese che sino a qualche anno prima era incontestabile (per esempio nello studio del 1976 di Paolo Zolli Le parole straniere). Questa tendenza è aumentata nell’edizione del 2007: l’incremento dei francesismi era contenuto, da circa 5.000 (adattati e non) a meno di 5.350 (+350), mentre gli anglicismi sono passati da 6.300 a 8.400 (+2.100). Scorporando i dati, quelli non adattati sono cresciuti da 4.300 a 6.000 e quelli adattati da 2.000 a 2.400.

 

Dalle etimologie ai forestierismi crudi: le lingue minori

 

Per l’analisi dei forestierismi non adattati anche i vocabolari monovolume si rivelano abbastanza affidabili e coerenti, pur contenendo la metà dei lemmi del GRADIT. Quello che emerge è che le parole straniere crude sono nell’ordine delle 5.000, ma escludendo le 5 lingue più prolifiche, i contributi delle altre sono numericamente irrilevanti e si polverizzano in liste di poche unità. A seconda dei dizionari (rispettivamente: Devoto Oli e Zingarelli, 2017), le parole russe traslitterate nel nostro alfabeto sono una manciata (tra cui glasnost, perestrojka, soviet, sputnik, tovarisc, troika, vodka, zar), così come quelle cinesi (ginseng, kung fu, tao, wok, wonton, yin e yang). Tra i forestierismi in crescita negli ultimi decenni spiccano le parole giapponesi (80/94) adattate solo di rado. Fino al secolo scorso questa lingua ci aveva lasciato un’eredità soprattutto legata alla guerra e al combattimento (harakiri, judo, jujitsu, kamikaze, karate, katana, kendo, ninja, samurai, sumo), ma recentemente si è allargata anche alla gastronomia (sakè, sashimi, seitan, surimi, sushi, tofu) e a nuovi fenomeni di costume (emoji, hentai, hikikomori, karaoke, manga) che si sono aggiunti agli altri più datati (bonsai, futon, geisha, origami, reiki, shiatsu, tatami, tsunami, zen).

A parte il caso dei nipponismi, in tutti gli altri prevalgono gli adattamenti, e i forestierismi crudi sono nell’ordine delle decine. Tra le 60/100 voci che vengono dal portoghese (come bambù, banana, catamarano, cocco, macaco, marmellata, tapiro, veranda), quelle crude sono tra le 20 e le 30 (tra cui caipirinha, fado, favela, fazenda, saudade, telenovela, viado). Allo stesso modo, tra le 250/400 parole arabe (algebra, alchimia, almanacco, fachiro, melanzana, sultano, tabacco, tazza) solo una trentina riproducono i suoni esotici senza italianizzazioni (falafel, fedain, hezbollah, mujaheddin, sharia, hammam, suq).

Anche l’interferenza del tedesco è abbastanza contenuta. Accanto a 150/530 parole storiche e italianizzate (alabarda, archibugio, birra, crauti, nibelungo, trincare), quelle non adattate sono tra le 100 e le 150 (bunker, dobermann, edelweiss, führer, kaiser, kaputt, kolossal, panzer, reich, speck, strudel, würstel).

Più pesante è l’eredità complessiva dello spagnolo. Molti ispanismi sono antichi ed erano già presenti nel tardo latino, come i tanti nomi che terminano in -iglia (bottiglia, pastiglia, maniglia, quadriglia) e altri come torrone, cavallerizzo, gitano, caramella. Alcuni risalgono al Cinquecento e al Seicento, l’epoca della dominazione da cui abbiamo ereditato appartamento (da apartarse, appartarsi), mattanza (da matar, uccidere), borraccia, dispaccio, cordigliera, sigaro, pepita o pistolero. A parte queste 400/700 voci, quelle crude si riducono a 100/180 (conquistador, coyote, desaparecido, gazpacho, goleador, gringo, machete, movida, paella, poncho, rancho, rodeo, sombrero, tapas, toreador, tortilla).

 

In sintesi, anche per le lingue che hanno sostrati secolari di interferenza, il lascito delle parole non adattate è esiguo e, fuori da ogni considerazione puristica, questi idiomi sono stati ben assimilati: non sono numericamente in grado di inquinare né di “imbarbarire” il nostro lessico.

 

Il peso dell’interferenza linguistica di francese e inglese

 

L’interferenza del francese è invece molto più estesa, ma bisogna tenere presente che questa lingua ci ha influenzati sin dalle origini del volgare. La maggior parte dei francesismi risalgono alle epoche in cui siamo stati invasi militarmente e dominati politicamente, e al lungo periodo in cui l’egemonia culturale della Francia era un punto di riferimento per tutta l’Europa: l’Illuminismo, la Rivoluzione, l’età napoleonica e la Belle Époque. Durante questi secoli abbiamo importato e adattato migliaia di gallicismi e coniato la maggior parte dei calchi che terminano in -ismo, -ista, -aggio (illuminismo, materialista, libertinaggio), -zione (rivoluzione, rifrazione), -izzare (razionalizzare, scandalizzare) o -ficare (elettrificare). Persino blu e marrone sono adattamenti di bleu (da noi c’era il celeste o il turchino/turchese) e marron (il colore della castagna). Stando al GRADIT 1999 i francesismi sono stati italianizzati nel 70,5% dei casi, dunque li abbiamo saputi assorbire senza snaturarci troppo, e nei dizionari monovolume quelli crudi sono oggi circa 900/950.

 

Il numero degli anglicismi è invece molto più alto, e il loro assorbimento attraverso gli adattamenti è scarso (per il Gradit 2007 nel 71,5% dei casi non sono adattati). Colpisce anche la rapidità con cui si stanno moltiplicando. All’inizio dell’Ottocento l’inglese ci era così estraneo che persino le traduzioni dei libri non venivano fatte in modo diretto, ma di seconda mano dal francese. Le prime parole inglesi sono entrate soprattutto nella seconda metà del XIX secolo dalla politica o dalla finanza (meeting, leader, premier, budget), dallo sport (football, derby, tennis), dalla vita sociale e mondana (film, bar, snob, dandy) o dalla cucina (sandwich, roast beef, cocktail). Fino a metà del Novecento il loro numero era di poche centinaia, ma a partire dal Secondo dopoguerra è cresciuto in maniera esponenziale. Il primo dizionario digitale in commercio, il Devoto-Oli del 1990, includeva circa 1.700 anglicismi non adattati (dato raffinato attraverso conteggi redazionali), mentre nell’edizione del 2017 le stesse ricerche portano a un numero di almeno 3.400, un raddoppio in meno di trent’anni. Un simile aumento è confermato dallo Zingarelli. La prima edizione digitale fuori commercio del 1995 conteneva 1.811 anglicismi crudi (dati grezzi, ma lo scarto con quelli raffinati non è molto significativo), mentre in quella del 2107 sono ben 2.761 (e senza contare le sigle). Non sono numeri così distanti da quelli del Devoto Oli, confrontando le opere si vede che le differenze dipendono soprattutto da un diverso criterio di classificazione: la prima tende a registrare ogni locuzione da sola, mentre lo Zingarelli tende a registrarle all’interno della voce madre: marketing mix, per esempio, si ritrova sotto marketing e non come lemma autonomo, dunque non risulta nei conteggi.

 

Anche i francesismi sono aumentati negli ultimi anni, ma in modo ben più contenuto. Nel Devoto Oli del 1990 erano 770, nel 2017 sono diventati 926 (+156). In uno studio sulle edizioni storiche dello Zingarelli, Maurizio Barbi ha quantificato le variazioni dei forestierismi in modo preciso. Tra il 2005 e il 2015 i germanismi crudi sono passati da 140 a 150 (+10); i francesismi da 898 a 916 (+18); gli ispanismi da 158 a 180 (+22); gli anglicismi da 2.252 a 2.692 (+ 440). Lo squilibrio è evidente. Lo studio riporta informazioni preziose anche sui “limiti d’uso” indicati nel dizionario. Un confronto tra l’edizione digitale del 1997 e quella del 2015 evidenzia l’aumento degli inglesismi in tutti gli ambiti, ma soprattutto nell’informatica (da 93 a 221) e nell’economia (da 69 lemmi a 108). Uno dei dati più interessanti è il forte aumento anche dell’uso estensivo dei termini inglesi (da 141 a 229) che testimonia un progressivo allargamento di significato che li fa uscire sempre più dall’ambito settoriale.

Anche scorrendo la lista delle parole inglesi del Devoto Oli 1990 si nota che erano spesso tecnicismi di settore, mentre quelli di oggi sono maggiormente parole comuni che circolano sui giornali. Il percolare dei tecnicismi inglesi nel linguaggio comune e fondamentale emerge poi dal raffronto del Vocabolario di base della lingua italiana di Tullio de Mauro del 1980 con quello del 2016. Tra le circa 7.500 parole più frequenti e utilizzate della nostra lingua, nella prima edizione figuravano una decina di anglicismi come bar, film o sport, in quella attuale sono decuplicati e se ne contano quasi 130.

 

La comparazione tra tutte le parole straniere evidenzia allora che gli inglesismi costituiscono un’anomalia e che il loro numero è sproporzionato: da solo, supera quello di tutte le altre lingue messe insieme, ed è un fenomeno in crescita con una rapidità che non ha uguali nella nostra storia. Un altro dato anomalo è che gli anglicismi tendono sempre più a coincidere con i neologismi e, stando alle datazioni di Zingarelli e Devoto Oli, quasi la metà delle parole del nuovo Millennio è in inglese puro, ma si supera il 50% se si conteggiano anche le forme ibride (link), come twittare o googlare non rilevabili con le estrazioni automatiche. Diversamente da ciò che è avvenuto nel caso del francese e delle altre lingue, gli anglicismi non circolano solo in ambiti marginali come la cucina, la moda o la società, ma stanno colonizzando interi settori strategici come il linguaggio lavorativo e commerciale, l’informatica o l’economia. Al contrario delle altre lingue, inoltre, l’inglese penetra quasi sempre senza adattamenti, e in questo modo sta cambiando l’assetto del nostro lessico in un modo profondo che non ha precedenti.

 

Testi citati e utilizzati

Barbi, N. Maurizio (2018), “Neologismi e neosemie nel vocabolario Zingarelli: un confronto sincronico tra la Decima edizione (1970) e la ristampa della Dodicesima edizione (2015)”, tesi di dottorato, Università di Belgrado, Facoltà di Filologia.

De Mauro, Tullio (2016), Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma.

De Mauro, Tullio (a cura di) (2016), Il Nuovo vocabolario di base della lingua italiana, pubblicato su Internazionale il 23 novembre 2016 (link).

De Mauro, Tullio e Mancini, Marco, Parole straniere nella lingua italiana, Garzanti, Milano 2001.

De Mauro, Tullio (1999-2000), GRADIT: Grande dizionario italiano dell'uso, UTET, Torino (aggiornamento 2007, con 1 penna USB), 6 voll. e cd-rom.

Devoto, Giacomo e Oli, Gian Carlo (2016), Il Devoto-Oli digitale.Vocabolario della Lingua Italiana 2017. A cura di Luca Serianni e Maurizio Trifone, Le Monnier, Firenze/Mondadori Education S.p.A., Milano.

Devoto, Giacomo e Oli, Gian Carlo (1993), Il dizionario della lingua italiana di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli in cd-rom, Le Monnier-Editoria Elettronica EDITEL, Milano (contiene i dati dell’edizione a stampa 1990).

Doró, Katalin (2002), “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, 12, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91.

Machiavelli, Niccolò (1525 circa), Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua.

Marazzini, Claudio (marzo 1995), “La torta delle parole” in Letture, quad. 515, p. 88-89.

Muratori, Ludovico Antonio, Della perfetta poesia italiana, nella Stampa di Bartolomeo Soliani, Modena 1706,Tomo II, p. 121.

Migliorini, Bruno e Baldelli, Ignazio (1984), Breve storia della lingua italiana, Sansoni, Firenze 1984.

Zingarelli, Nicola (2016, dvd-rom), lo Zingarelli 2017, Vocabolario della lingua italiana, a cura di Mario Cannella e di Beata Lazzarini, Zanichelli, Bologna.

Zolli, Paolo (1976), Le parole straniere, seconda edizione a cura di F. Ursini, Zanichelli, Bologna.

Zoppetti, Antonio (2017), Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, Hoepli, Milano.

 

Immagine: Multiculturalismo

 

Crediti immagine: Monisha.pushparaj [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]

 

 


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