06 settembre 2019

La formazione delle parole del parlato dell’italiano in cosa differisce da quella dello scritto?

di Claudio Iacobini

La scrittura è una modalità di trasmissione della lingua secondaria rispetto al parlato (sulla lingua scritta si veda Serianni 2010, sulla lingua parlata Voghera 2010, sull’interazione e le zone di sovrapposizione fra scritto e parlato De Mauro 1970, Nencioni 1976). Tale osservazione si applica sia al singolo individuo sia alla storia delle popolazioni umane. Ciascun essere umano, anche quelli nati in società in cui vige un’abitudine alla scrittura, impara prima a parlare poi a scrivere, e anche dopo l’acquisizione della capacità di scrivere dedica molto più tempo alla conversazione che alla scrittura. Per migliaia di anni sono esistite e si sono tramandate lingue solamente orali, e ancor oggi la grande maggioranza degli idiomi diffusi sulla Terra non ha una tradizione scritta. Ciò nonostante, fino a tempi recenti, la riflessione grammaticale ha avuto come terreno privilegiato di analisi la lingua scritta. Le ragioni di questa preminenza sono da ricondurre principalmente alla materialità del testo scritto rispetto all’evanescenza del testo parlato e al prestigio dei testi letterari. Su di un enunciato scritto si può tornare e analizzarne le parti e le articolazioni, il parlato è invece caratterizzato dalla non ripetibilità e dalla non permanenza del segnale.

 

Una norma del parlato dell'italiano

 

Per molti secoli e in misura maggiore di altre lingue europee, la lingua italiana si è identificata con la lingua scritta letteraria. La mancanza di uno stato unitario e la diversificazione dialettale hanno fatto sì che vi fosse una forte divaricazione fra usi parlati e usi scritti, e che solo questi ultimi si identificassero con la lingua italiana e costituissero il modello per la norma grammaticale. Solo da pochi decenni si può identificare una norma del parlato dell’italiano a cui concorre una percentuale significativa di parlanti.

Al di là delle peculiarità della storia della lingua italiana, vi sono differenze funzionali dipendenti dalle specifiche condizioni enunciative fra modalità scritta e parlata che si ripercuotono sulle strutture dei testi e sulle loro caratteristiche lessicali.

La lingua parlata è normalmente prodotta e ricevuta in tempo reale. Ciò determina un basso grado di progettazione da parte dell’emittente e condizioni non ottimali per la ricezione. Il parlato presuppone una forte cooperazione dell’ascoltatore alla costruzione del senso. Il testo parlato quindi tende a essere ricco di presupposizioni (il principio per cui si danno per note circostanze evidenti nel contesto comunicativo) e di riferimenti al contesto. La sintassi dei testi parlati spontanei è caratterizzata da una forte discontinuità (false partenze, interruzioni, cambi di progetto) e dalla prevalenza di moduli coordinativi e giustappositivi. La simultaneità tra l’atto della progettazione e quello dell’emissione del discorso non consente il controllo formale tipico dello scritto. I testi scritti, invece, potendosi giovare del tempo necessario alla progettazione e alla riformulazione, presentano solitamente porzioni di testo più lunghe e organizzate gerarchicamente.

 

Il lessico

 

Le differenze a livello lessicale, per quanto meno importanti di quelle a livello sintattico, sono forse il tratto più immediatamente percepibile tra quelli che distinguono scritto e parlato. L’esigenza di disporre in tempo reale di parole fa sì che nel parlato si usino di preferenza parole polisemiche, che servono cioè allo scopo di indicare più sensi e referenti (es. cosa, fare, bello, brutto). Nello scritto il lessico presenta una maggiore varietà di parole, la cui semantica permette una più esplicita espressione delle relazioni di iperonimia e iponimia e un più fine grado di connotazione e di partecipazione emotiva. Ad esempio, il campo semantico del ‘bello’ può essere specificato con aggettivi quali aggraziato, ameno, attraente, avvenente, delizioso, gradevole, incantevole, piacevole, meno frequentemente usati nel parlato rispetto allo scritto. Anche la distribuzione delle parti del discorso non è omogenea nelle due modalità: nel parlato i nomi sono più frequenti che nello scritto, e, viceversa, i verbi sono più usati nello scritto.

 

I suffissi derivazionali

 

All’attenzione per la frequenza di impiego delle parole e della loro distribuzione nei diversi tipi di testo non ha finora corrisposto una riflessione altrettanto attenta sulle possibili differenze tra le strategie impiegate per la formazione delle parole nel parlato e nello scritto, pur se le differenze a livello lessicale sopra segnalate potrebbero giustificare l’aspettativa che ci siano differenze significative anche nel tipo di strategie impiegate.

Gli studi sulla formazione delle parole dell’italiano, così come delle altre lingue, si riferiscono nella quasi totalità a dati tratti da testi scritti. La recente disponibilità di corpora di parlato ha reso possibile alcune indagini relative soprattutto alla lingua inglese. Per l’italiano è stato finora possibile confrontare l’impiego in testi parlati e scritti di 23 suffissi derivazionali (-aggio, -aio, -ale, -anza, -ario, -bile, -enza, ‑eria, -ese, -evole, -ezza, -ico, -ismo, -ista, -ità, -ivo, -mento, -oso, -sione, -tore, -trice, -tura, -zione) fra quelli più usati nel LIP (500.000 occorrenze) e nel corpus giornalistico di 75.000.000 di occorrenze raccolto da Gaeta e Ricca (2003), un campione rappresentativo del lessico di alta e media frequenza; per una illustrazione dei criteri di analisi linguistica e dei metodi statistici impiegati in questo confronto, si rimanda a Iacobini e Adinolfi (2008).

I risultati del confronto sono piuttosto sorprendenti: la distribuzione dei suffissi derivazionali nei corpora di parlato e di scritto presi in esame è essenzialmente la stessa sia per quanto riguarda la percentuale d’uso dei singoli suffissi sia per quanto il confronto tra occorrenze e tipi (tokens e types).

 

Simile è la frequenza dei suffissi nello scritto e nel parlato

 

Tra i suffissi di alta frequenza (-ità, -ico, -mento, -enza, -ario, -ivo, -tore, -sione, -bile, -ista) i due più usati sono -zione e -ale. Il gruppo di quelli di media frequenza è composto da -tura, -anza, -oso, -ismo, -aggio, -ezza, -ese; i meno frequenti sono  -eria, -evole, -aio e -trice.

I tipi di significato più rappresentati sono: a) nomi di azione (-zione, -mento) es. formazione, insegnamento; b) aggettivi di relazione (-ale, -ico) es. commerciale, storico; c) nomi di qualità (-ità) es. velocità, umanità. Si tratta di derivati in cui il suffisso ha una funzione semantica piuttosto astratta, cioè quella di indicare il cambio di categoria rispetto alla base. La prima in ordine di frequenza d’uso fra le categorie più caratterizzate semanticamente è quella dei nomi di agente, con i suffissi -tore e -ista es. lavoratore, autista. Oltre alle categorie già menzionate, i suffissi sono usati per formare aggettivi deverbali es. celebrativo, lavabile, nomi di qualità es. serietà, nomi astratti es. alpinismo, nomi collettivi es. attrezzatura, nomi di luogo es.libreria, nomi di strumento es. frullatore, aggettivi qualificativi, es. muscoloso, aggettivi etnici es. francese, aggettivi deantroponimici es. marxista.

Questi risultati rivelano la scarsa attendibilità di una supposizione piuttosto diffusa che, partendo dalla constatazione che i nomi di azione e gli aggettivi di relazione sono usati per aumentare la coesione testuale (e garantire la variatio) in testi di registro formale e specialistico caratteristici della modalità scritta, trae la indebita conseguenza che i suffissi che formano tali nomi e aggettivi siano poco usati nella lingua parlata. Un’altra supposizione che non trova conferma nei dati è che il parlato selezioni uno fra i diversi suffissi che una lingua ha a disposizione per esprimere una determinata categoria. In effetti, tra i cinque suffissi di più alta frequenza vi sono due coppie di suffissi omofunzionali (-mento e -zione, che formano nomi di azione; -ale e ‑ico, che formano aggettivi di relazione) il quinto suffisso è -ità. Dal punto di vista tipologico, anche l’italiano parlato manifesta in questo ambito della morfologia derivazionale (almeno nella sezione del lessico finora indagata) caratteristiche di una lingua di tipo fusivo.

 

Cambia la proporzione tra parole derivate e non morfologicamente complesse

 

Le differenze fra la formazione delle parole del parlato e dello scritto si possono quindi cogliere non nella frequenza dei singoli suffissi o nell’impiego di suffissi che svolgono una stessa funzione, quanto piuttosto nella proporzione globale fra le parole derivate e quelle non morfologicamente complesse, cioè non analizzabili in una base e un affisso derivazionale.

La proporzione di parole suffissate rispetto a quelle non morfologicamente complesse è maggiore nel corpus di italiano scritto che in quello di parlato, ma i suffissi usati nel parlato e nello scritto sono gli stessi, e la loro distribuzione è praticamente sovrapponibile nelle due modalità, almeno nel lessico di alta e media frequenza. I dati sull’italiano sembrano confermare quanto mostrato da Plag et alii (1999) per l’inglese, e cioè che in corpora molto estesi gli affissi derivazionali tendono a produrre un numero significativamente maggiore di types nei testi scritti che in quelli orali, e nei registri formali più che in quelli meno formali. La maggiore proporzione di parole derivate nei testi scritti favorisce ovviamente la formazione di parole con i suffissi più frequenti, ma ciò non impedisce che gli stessi suffissi siano anche quelli più frequenti nel parlato. Non abbiamo ancora dati per l’italiano (né corpora di parlato abbastanza ampi) su altre strategie di formazione delle parole, particolarmente interessante sarebbe il confronto sull’uso nel parlato a confronto con lo scritto degli affissi alterativi, come dei composti con elementi neoclassici (i tipi idrofobo, idroterapia).

 

Bibliografia

 

De Mauro T.1970.Tra Thamus e Theuth. Note sulla norma parlata e scritta, formale e informale, nella produzione e realizzazione dei segni linguistici, Bollettino del Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani 11: 167-179.

Gaeta L. e D. Ricca 2003. Frequency and productivity in Italian derivation: A comparison between corpus-based and lexicographical data, Rivista di Linguistica 15.1: 63-98.

Iacobini C. eAdinolfi A. 2008.La derivazione nel parlato dell’italiano messa a confronto con quella dello scritto, in Pettorino M. et al., (a c. di). La Comunicazione Parlata, Napoli: Liguori, 494-512.

LIP = De Mauro, T. et al. 1993. Lessico di frequenza dell’italiano parlato, Milano, ETAS Libri.

Nencioni, G. 1976. Parlato-parlato, parlato-scritto, parlato-recitato, Strumenti critici 10:. 1-56 (poi in Id., Di scritto e parlatoDiscorsi linguistici, Bologna, Zanichelli, 1983,  126-179).

Plag I., Ch. Dalton-Puffer e H. Baayen 1999. Morphological productivity across speech and writing, English Language and Linguistics 3.2: 209-228.

Serianni, L. 2010. Lingua scritta, in Enciclopedia dell’Italiano, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana.

Voghera, Miriam (2010) Lingua parlata, in Enciclopedia dell’Italiano, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana.

 

Immagine: Cicerone denuncia Catilina

 

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