30 novembre 2011

Come governare (con) le frasi idiomatiche

di Silverio Novelli

Quando il presidente del Consiglio Mario Monti, nel corso della conferenza stampa del 22 novembre scorso, tenuta congiuntamente col presidente della Commissione europea Barroso a Bruxelles, s’è impappinato andando a fondo per un attimo, per poi riaffiorare con una boccheggiante e millimetrica precisazione ( http://tg24.sky.it/tg24/economia/ ), alla mente si è ripresentato un trasparente caso di lapsus verbale, così come lo riporta Freud, citando una delle testimonianze raccolte e studiate da Meringer e Mayer e pubblicate a Vienna nel 1895: «Io chiesi a R. von Schid. come stesse il suo cavallo malato ed egli rispose: “Bah! Tri … Tirerà avanti forse ancora un mese”. Questo tri mi sembrò incomprensibile; impossibile che le r di “tirerà” avessero avuto quell’effetto. Feci notare la cosa al mio interlocutore, il quale mi spiegò di avere pensato: “Questa è una triste faccenda”. La persona in questione quindi aveva in mente due risposte, ed esse interferirono» (da Sigmund Freud, Psicopatologia della vita quotidiana . Edizione di riferimento , Bollati Boringhieri, Torino 1965-2010, p. 67).

«A fondo nel senso più buono»
 
Uomo del nuovo millennio, Monti ha rimodernato il polveroso lapsus tardo-ottocentesco e all’interferenza ha aggiunto l’immediata, efficiente e tecnocratica correzione in corsa. Va detto che il rimosso portato alla luce aveva un’evidenza solare (e un po’ preoccupante per tutti noi), tanto da non necessitare di profonde esegesi psicoanalitiche. Trascriviamo il passo incriminato del discorso di Monti: «Credo che potremo andare più decisamente a fondo, a fondo nel senso più buono… fino in fondo, ( sorride ) scusate… incisivamente […] per quanto riguarda le riforme strutturali».
Eh già, c’è poco da fare, il cavallo di Monti è la nave Italia che non va e noi italiani rischiamo grosso di andare a fondo , modo di dire che, in senso figurato, si riferisce a «impresa che non riesce» ( Treccani.it ); subito il professore si riprende e dall’abisso riemerge aggrappato al salvagente del modo di dire sano, giusto e razionale: andare (o giungere ) fino in fondo ( su , a , in , per quanto riguarda qualcosa ).
 
Ai tempi dei quattro palmenti
 
Tra le bellezze e ricchezze della lingua (titolo del quinto capitolo del godibile saggio Il mare in un imbuto. Dove va la lingua italiana , Einaudi, Torino 2010) Gian Luigi Beccaria mette le frasi idiomatiche. «Moltissime se ne sono andate nel dimenticatoio, o se ne stanno andando. Per le nuove generazioni gran parte sanno di stantio, oppure risultano ormai del tutto sconosciute» (p. 181). Paga dazio alla civiltà metropolitana, la nomenclatura in disuso della tramontata civiltà degli avi, scandita dai lenti e regolari ritmi delle stagioni e incardinata sull’eterno giro di paesaggi, animali, attrezzi agricoli e attività campestri. E, con la nomenclatura, si eclissano le frasi idiomatiche in cui quella civiltà s’è riverberata e cristallizzata per secoli: chi cercherà più l’ago nel pagliaio, chi farà orecchio da mercante, chi mangerà a quattro palmenti? E chi mai potrà sapere – se non dai libri o da wikipedia: comunque per via mediata e non dall’esperienza diretta – che i palmenti erano le macine fisse dei mulini?
 
Tecoppa e Garibaldi
 
Qualche volta, di là dalle trasformazioni sociali e macro-economiche epocali, il fossato scavato dal tempo e l’inevitabile scolorimento della memoria storica inducono l’oblìo: «Grazie a Tecoppa, la simpatica figura di un imbroglione milanese creata da Edoardo Ferravilla, si diffuse a suo tempo l’espressione parlare male di Garibaldi ‘fare un’accusa infondata’; oggi questo modo idiomatico è caduto dall’uso e riuscirebbe addirittura incomprensibile: nonostante l’ammirazione che la figura dell’Eroe dei due mondi suscita ancora fuori d’Italia, nel suo Paese predomina un atteggiamento di sufficienza se non di aperta dissacrazione» (Luca Serianni, Da quando esiste l’italiano? , in AA. VV., La lingua italiana negli anni dell’Unità d’Italia , direz. scientifica N. Maraschio, S. Morgana, L. Serianni, a cura di L. Pizzoli, Silvana Editoriale, Milano 2011, pp. 26-31, p. 30).
 
Come diceva Pinocchio
 
Spesso le frasi idiomatiche si generano nel gran calderone delle realtà dialettali. Se l’ambito resta locale e manca un motore centrifugo di irradiazione dell’uso, la frase si confina in un orticello territoriale e magari deperisce col trascorrere delle generazioni; può resistere e arrivare fino a noi se il centro di diffusione è urbano e viaggia coi favori dello sviluppo economico e sociale, come nel caso di fare la figura del cioccolataio ‘chi fa una brutta figura per non aver rispettato le consuetudini’ (Milano, Torino, Genova). Senza poter competere, però, con espressioni che, covate nel grembo di questa o quell’area geografica, sono state rilanciate da potentissimi motori dell’unificazione linguistica come la coscrizione obbligatoria nell’Italia appena unificata: si pensi ai piemontesismi di caserma battere la fiacca , marcare visita , piantare una grana . Oppure hanno avuto la fortuna di entrare in tutte le scuole del Regno a bordo delle pagine di libri come il collodiano Pinocchio : «Le locuzioni dell’uso vivo toscano, spesso usate in Pinocchio per creare giochi di parole e situazioni comiche, sono tuttora largamente in uso (anche quelle che a fine Ottocento circolavano solo in area toscana): essere alto come un soldo di cacio , leggero come una foglia , rimettere al mondo , dall’oggi al domani , chi s’è visto s’è visto » (Lucilla Pizzoli, Collodi e Le avventure di Pinocchio, in AA. VV., La lingua italiana negli anni dell’Unità d’Italia , direz. scientifica N. Maraschio, S. Morgana, L. Serianni, a cura di L. Pizzoli, Silvana Editoriale, Milano 2011, pp. 112-113, p. 112).
 
Nuove geografie in rete
 
Oggi da nuove mappe, che rappresentano i mondi virtuali a interconnessione orizzontale e istantanea come la rete, con i luoghi che la popolano (si pensi ai social network ), possono pullulare nuove frasi idiomatiche, attraverso metaforizzazioni del gergo degli “smanettoni” informatici ( cercare random ‘qua e là, senza sistematicità, a caso’) e slang giovanili con sfumature regionali ( battere i pezzi ( a qualcuna/o ) ‘fare la corte’). Naturalmente, bisognerà dare tempo al tempo, per capire se queste locuzioni up to date resteranno in pianta stabile nella lingua comune dell’uso, parlata in tutt’Italia.
 
Chi troverà la quadra?
 
Viene da chiederselo anche a proposito di una locuzione regionale di provenienza nord-italiana megafonata all over the country attraverso l’etere mediatico dai leghisti, Umberto Bossi in testa (e poi ripresa anche da Berlusconi e berlusconiani): trovare la quadra ‘trovare una soluzione a un problema complesso, che richiede di contemperare fattori discordanti’. Scartabellando l’archivio on line del quotidiano «La Repubblica», si risale fino al 13 luglio 1995, quando la giornalista Elena Polidori, scrivendo dell’attività svolta sulla spinosa faccenda delle pensioni dal deputato leghista Marco Sartori, presidente della Commissione lavoro, scrive che il suddetto Sartori «si compiace d’essere stato chiamato “il grande mediatore, il tessitore”. Voleva e “doveva” trovare quella che, con vezzo lumbard, chiama “la quadra”, l’equilibrio sulla grana previdenziale». Nel 2003 Stefano Bartezzaghi ha scritto, con la consueta pungente ironia: «Cercare la quadra, trovare la quadra, fare la quadra, disperare di ottenere la quadra... Ma cosa è questa quadra? Una parentesi spigolosa che si frappone nel discorso politico? Un simbolo tetragono di potenza, di origine anatomica? La testa di un logico molto cocciuto?» (http://ricerca.repubblica.it/ ).
Ci ricorda Beccaria che «la spiegazione storica di gran parte dei motti, locuzioni, frasi idiomatiche e modi di dire molto spesso ci sfugge. Ci si affida all’aneddotica, al non documentabile e fantasioso» (op. cit., p. 182). Non sfugge alla tendenza la quadra , trovata o non trovata. Per tentare di avvicinarsi all’origine remota ci si muove a spanne, un po’ come la retorica studiatamente pop di Bossi. Bartezzaghi ricorda che quadra è, « in origine, una formazione militare». Ma questo femminile sostantivato di quadro ‘quadrato’ indica anche un quartiere (antico) di città, una ormai obsoleta suddivisione amministrativa del territorio bresciano, una delle quattro fette in cui dividere la piada romagnola, oltre, ovviamente, la quarta parte del cerchio. Sempre a spanne, sembra che l’orecchio dei locutori nordici gradisca l’accostamento analogico di quadra a quadratura, per cui trovare la quadra diventa quasi la realizzazione dell’utopia della quadratura del cerchio: «Si parlerà anche di commercio: Osnato [Marco O., presidente della commissione trasporti del Comune di Milano, ndr] chiederà una nuova regolamentazione per il carico e scarico, “puntando soprattutto sulle ore notturne”. A Croci [Edoardo C., assessore alla mobilità, ndr] trovare la quadra del cerchio» (Repubblica.it – Milano, 12 novembre 2007).
Forse abbiamo trovato la quadra. Perlomeno, siamo andati a fondo, scusate, nel senso più buono di andare fino in fondo.
 
 
 
 
 
 
 
Immagine: Mario Monti (2012). Crediti immagine: Zinneke [CC BY-SA 3.0 Unported (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/deed.it)], attraverso Wikimedia Commons.   

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