15 maggio 2019

Che cos’è la lettoscrittura

di Paola Baratter*

Il termine lettoscrittura è una parola composta, diffusa a partire da metà degli anni Ottanta, che indica l’insieme delle abilità di lettura e scrittura, in relazione al loro apprendimento. Oggi, nell’insegnamento formalizzato, leggere e scrivere sono attività strettamente correlate, che vengono affrontate insieme: si insegna a leggere mentre si insegna a scrivere, e viceversa.

Non è trascorso molto tempo da quando, per imparare a scrivere, si riempivano pagine e pagine prima di aste, puntini e cerchietti, poi di lettere in corsivo, minuscolo e maiuscolo: pagine di a, di b, di c e così via. Oggi, invece, il corsivo è il punto di arrivo della scrittura, non di partenza; e non necessariamente. Le lettere, allora, si chiamavano a, bi, effe, emme, zeta; oggi si chiamano a, b, f, m, z, riproducendo il suono che rappresentano. Il fatto è che, mentre in passato l’alfabetizzazione era intesa come un processo tecnico di codifica e decodifica del linguaggio scritto, ai giorni nostri è risaputo che il processo attraverso il quale si impara a leggere e scrivere è di natura concettuale: per acquisire la scrittura il bambino deve innanzitutto comprendere che essa non è la rappresentazione grafica delle parole, ma dei suoni di cui si compongono.

 

Come impara a leggere e a scrivere il bambino

 

Per imparare a leggere e scrivere il bambino elabora quindi una propria teoria linguistica attraversando delle fasi fisse, corrispondenti ai diversi livelli di concettualizzazione. Nella prima fase il bambino comincia a differenziare il disegno (che rappresenta l’oggetto) dal segno (che sostituisce l’oggetto attraverso il suo nome, caratteristica che non può essere disegnata). Nella fase successiva, basandosi su criteri di differenziazione delle lettere quantitativa o qualitativa, cerca di individuare le condizioni formali che rendono una parola tale, e quindi leggibile e scrivibile. Tali condizioni richiedono, ad esempio, che le parole siano composte da una quantità minima di segni (in genere almeno tre), che questi siano diversi e che a parole diverse corrispondano combinazioni diverse di segni: lo vediamo bene quando il bambino che ha imparato a scrivere il proprio nome compone nuove parole disponendo in maniera diversa le lettere che lo compongono. L’ultima fase è quella della fonetizzazione della scrittura, durante la quale il bambino tenta di costruire un sistema di lettura coerente: davanti a un testo scritto, in un primo momento considera ciascun segno corrispondente a una sillaba (non a un suono); solo successivamente, e in maniera progressiva, giunge a una strategia di scrittura e lettura via via più complessa, arrivando infine ad attribuire una corrispondenza diretta tra lettera e suono.

 

Le due vie dell’apprendimento

 

Questo, per quanto riguarda il processo mentale dell’apprendimento del sistema di lettura scrittura; ma, nella pratica, come si insegna a leggere e scrivere? I metodi, secondo la Classificazione UNESCO (1951), sono due, in quanto due sono le vie attraverso le quali leggiamo un testo (Harris – Colheart, 1986): la via fonologica (sub-lessicale) e la via semantico-lessicale. Quando ci troviamo di fronte a una parola, infatti, possiamo leggerla decodificando le singole lettere, fondendole poi insieme per formare la parola nella sua interezza, oppure riconoscerla già come un tutt’uno e associarla al suo significato in base al contesto. Chi sa già leggere usa di norma la via semantico-lessicale, riservando la via fonologica alle parole straniere, o a quelle poco note o particolarmente complesse, come ad esempio millecinquecentoventitré o peridrofenantrene.

 

I due metodi di insegnamento

 

Dal modello a due vie sopra illustrato derivano i due metodi di insegnamento della lettoscrittura. Alla prima via si appoggia il metodo fonico o sintetico (di cui fanno parte i metodi di lettura diretta di lettere e sillabe: alfabetico e fonico-sillabico), che si basa sulla corrispondenza tra l’orale e lo scritto, ossia tra il suono (fonema) e la relativa grafia (grafema). Esso prevede che si legga secondo il seguente processo: decifrazione di singole lettere – conversione del segno in suono – fusione dei suoni in sillabe e quindi in parole – riconoscimento della parola – comprensione. Dalla seconda via discende invece il metodo globale o analitico, che si basa sull’idea che il riconoscimento della parola o della frase nella sua interezza preceda l’identificazione delle sillabe che la compongono.

 

Alcuni insegnanti li integrano

 

Sulla scelta contrapposta tra i due metodi la discussione è aperta, anche se in realtà è molto raro che un insegnante applichi un unico metodo. Più frequentemente, chi insegna adotta un metodo, di solito quello fonico-sillabico, e lo integra con attività afferenti all’altro. Questo perché ciascun metodo ha degli aspetti positivi e negativi; in particolare il metodo fonico, basandosi essenzialmente sui processi di codifica e decodifica, rischia di essere ripetitivo e alla lunga poco motivante, in quanto bisogna allenarsi molto prima di accedere al mondo dei significati. I metodi globali, invece, che permettono fin dalle fasi iniziali una lettura intelligente, guidata dal significato, portano di conseguenza a una debole focalizzazione su accuratezza e precisione del processo di decodifica, a discapito, secondo alcuni, dei bambini in difficoltà. Inoltre, per la maggior parte, gli stessi libri di testo – alcuni programmaticamente – mettono in atto metodi misti, integrando aspetti dell’uno e dell’altro: quasi tutti partono da un personaggio o da un oggetto significativo, che attraverso un breve testo introduce di volta in volta una lettera diversa, passando poi all’analisi di ciascuna di esse, delle sillabe possibili e, quindi, alla loro sintesi. Infine, studi recenti (Castoldi/Chicco, 2019) hanno messo in luce che, al di là del metodo, assumono rilevanza specifica le strategie didattiche complessive messe in atto dall’insegnante, la relazione instaurata con gli alunni e il clima di classe.

 

La rilevanza della scrittura a mano

 

Un’ultima riflessione merita la questione dell’insegnamento della scrittura in corsivo. Tradizionalmente le lettere vengono presentate nei quattro caratteri possibili: in stampatello maiuscolo e minuscolo e in corsivo maiuscolo e minuscolo, anche se in un primo momento ci si concentra solo sullo stampatello. Di norma oggi si impara a scrivere in stampatello maiuscolo, mentre quello minuscolo è riservato alla sola lettura. Durante il secondo quadrimestre della classe prima, o durante la seconda, l’insegnante introduce progressivamente il corsivo, che una volta padroneggiato permette al bambino di scrivere più velocemente. Le ricerche sull’apprendimento, anche alla luce delle nuove possibilità aperte dalle neuroscienze, sono sostanzialmente concordi nel considerare la rilevanza della scrittura a mano per lo sviluppo di capacità cognitive e di coordinamento, anche se non tutti condividono che questa debba comprendere necessariamente il corsivo.

 

*Linguista e dirigente scolastico

 

Bibliografia essenziale

M. Castoldi – M. Chicco (a cura di), Imparare a leggere e a scrivere. Efficacia delle pratiche di insegnamento, con contributi di L. Cisotto, F. Rossi, G. Tacconi, A. Martini e P. Baratter, Trento, PAT-Iprase, 2019.

E. Ferreiro – A. Teberosky, La costruzione della lingua scritta nel bambino, Firenze, Giunti Barbèra, 1985.

M. Harris – M. Colheart, Language Processing in Children and Adults, London, Routledge e Kegan Paul, 1986.

B. Vertecchi, I bambini e la scrittura. L’esperimento Nulla dies sine linea, Milano, Franco Angeli, 2016.

M. Wolf, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge, Milano, Vita e pensiero, 2009.

 

Immagine: L’esame scolastico

 

Crediti immagine: Albert Anker [Public domain]

 


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