16 luglio 2017

Mike, la lingua dell’Italia in “allegria”

di Silverio Novelli

«Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti», scriveva nel 1961 Umberto Eco nel suo celeberrimo Fenomenologia di Mike Bongiorno, riferendosi all’oggetto della propria analisi («non l’uomo, ma il personaggio», sottolineava con semiologico garbo). Per dirla con altre parole, tra le più azzeccate desunte dal coro di partecipi necrologi e mediologiche analisi che ha accompagnato la recente scomparsa di Mike Bongiorno, «il padre della tv» italiana (www.lastampa.it), «il “signor Mike” interpretava come una copia carbone l’italiano medio quarantenne e democristiano. Forse l’alter ego settentrionale e apparentemente un po’ ottuso di Alberto Sordi» (Edmondo Berselli www.repubblica.it). Tanto “medio” e così calzante esempio «del valore della mediocrità» (Eco), che il suo successo di «everyman» (e non Superman, scrive sempre Eco, che pure dell’eroe americano dei fumetti si andava occupando nel suo Diario minimo), tra la fine degli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta del secolo scorso, viene a coincidere con la consacrazione dell’Italia che si avviava ad essere e poi di fatto diveniva, tra mille contraddizioni, la media Italia felix del boom economico, quella che, satolla e conformista (mediocre?), verrà ironicamente ritratta dai Gufi di Nanni Svampa e Lino Patruno in una canzone del 1966: «Io vado in banca / stipendio fisso / così mi piazzo / e non se ne parla più. / L’utilitaria la compro a rate /e per l’estate / mi faccio un vestito blu. // Voglio andare a Como ogni domenica / le mie ferie le passo tutte a Rimini / giocherò al totocalcio tutti i sabati / per parlarne coi colleghi al lunedì// Io vado in banca…» (Io vado in banca, 1966). L’esclamazione-bandiera del Mike televisivo, «Allegria!», era cucita sui desideri di mondana e materialistica gioia che i molti italiani di buona volontà (alcuni: di energico istinto predatorio) traducevano in lavoro e guadagno, ricostruendo (anche in modi raffazzonati e selvaggi) il Paese uscito semi-distrutto dalla guerra.

«Ahi, ahi, signora Longari…»
 
Più che il Bongiorno ormai lanciatissimo del Rischiatutto negli anni Settanta, più che l’imprenditoriale tele-Mike (neologismo ad personam non troppo estemporaneo) che apre le trasmissioni alle sponsorizzazioni nella tv privata berlusconiana degli anni Ottanta, più che l’autoironico testimonial pubblicitario che, in coppia con Fiorello, si accingeva a celebrare i fasti della propria carriera percorrendo un dorato sunset boulevard allestito per lui, reduce amareggiato di Mediaset, dalle reti Sky di Rupert Murdoch, l’avversario di Silvio (e Piersilvio) Berlusconi, è interessante soffermarsi proprio sul Mike del primo successo televisivo, che costruisce un modello di spettacolarità e si propone come modello di italianità linguistica, involontario e non autoritativo e, proprio per questo, rassicurante ed efficace. Si sono sprecati gli elogi della funzione di Bongiorno come (addirittura) “padre della lingua italiana moderna”, veicolata dalla televisione di massa, grande “maestra” in un Paese che contava allora un’altissima percentuale (circa il 66%) di parlanti esclusivamente dialettofoni – vale a dire, sostanzialmente analfabeti. Francesco Sabatini, presidente dell’Accademia della Crusca, ha dichiarato che «Mike aiutò gli italiani a parlare l’italiano, una lingua semplice ma ben comprensibile proprio a quella fetta di popolazione che ancora usava i dialetti». Bongiorno, quindi, è stato, secondo Sabatini, uno «straordinario traghettatore verso l’italiano di massa». Che Mike abbia sprigionato «una sua forza quasi dantesca, ossia la possibilità di modellare lessico e memoria dei contemporanei e dei posteri» (Berselli) sarebbe dimostrato anche dal curioso fatto (sviscerato da Aldo Grasso in due articoli comparsi sul «Corriere della sera», il 3 novembre e il 9 dicembre del 2001) che la famosa frase «Ahi, ahi, signora Longari, lei mi è caduta sull’uccello», citata come la più straordinaria tra le tante gaffe (intenzionali o spontanee? Mike c’era o ci faceva? Il dibattito è aperto ancor oggi) in cui si produsse Mike Bongiorno, in realtà non sarebbe mai stata pronunciata, né durante una certa puntata di Rischiatutto, né mai. La frase sarebbe frutto di leggenda metropolitana: sigillo, questo, di straordinaria popolarità ed esemplarità linguistica e antropologica, degna di studi tra il docimologico (i miracoli di Padre Pio) e socio-semiologico (fenomenologia di M. B., per l’appunto), perché a milioni di italiani (quorum ego) quella frase risuona nelle orecchie come se fosse stata realmente detta.
Va poi ricordato che l’uso di personaggio nel senso di ‘persona di spicco, importante’, fu promosso proprio da Bongiorno: se ne accorse il «Corriere della sera» del 22 maggio del 1959, scrivendo che «quando M. B. presenta qualche tipo che crede di interesse spettacoloso, gli affibbia subito la qualifica di personaggio: “Stasera abbiamo un nuovo personaggio”. Qualche nostro lettore trova giustamente esagerata questa pomposa qualifica».
 
Una lingua per intrattenere
 
Di là dalle famose gaffe o dalla memorabilità di tipici “bongiornismi” come «Allegria!» e «Ahi ahi ahi», l’incidenza dell’italiano di Bongiorno, prima e più ancora che sull’italiano comune in via di consolidamento e assestamento nel Paese degli anni Cinquanta e Sessanta, è senz’altro rilevante sull’italiano dell’intrattenimento televisivo. Interpellato da Radio anch’io la mattina del 9 settembre 2009, Giuseppe Antonelli ha ricordato che, in buona sostanza, certi tratti linguistico-retorici presenti nel «parlato informale standard» (definizione di Tullio De Mauro) di Bongiorno si costituiranno in tradizione, perpetuandosi fin nell’eloquio degli enterteiner dei nostri giorni (Bonolis, Ventura, Clerici): l’enfasi e la forte coloritura, ottenute attraverso iperboli («il primo eroe di Lascia o raddoppia?»), forme elative («questa domanda importantissima»), sottolineatura dell’enormità delle cifre vinte («avete vinto dieci milioni!»), uso dei diminutivi («io do una notiziola», «una domandina che va bene per lei»); la ricordata formularità dei tormentoni, inclusi gli intercalari («vero?», «eh?», «ma per carità!»); l’uso di pseudo-tecnicismi scherzosi («i nostri pulsantisti»); il ricorso alla cosiddetta saggezza popolare dei proverbi («non c’è nulla di male, tentare: tentare non nuoce»); la messa a fuoco, oltre che sul concorrente, sull’io interrogante, con intento di personalizzazione teso ad accorciare le distanze («non mi combini più di questi scherzetti, eh?», «voglio sapere ora…», «ditemi…»).
 
Un italian(o) più che basic
 
Se poi vogliamo ammettere che la lingua di Mike ebbe una sua incidenza rilevante, a suo modo pedagogica, sugli usi linguistici degli italiani del tempo (magari ricordando l’importanza acclarata di trasmissioni programmaticamente educative come Non è mai troppo tardi col maestro Alberto Manzi e Una risposta per voi con il professor Alessandro Cutolo – e, talvolta, il suo cane Amleto –), andranno forse rivisti i giudizi un po’ troppo limitativi sulla povertà dell’italiano parlato da Mike, che risulterebbe eccessivamente semplificato, spoglio, privo di congiuntivi e di subordinate (Eco) o, viceversa, povero nel lessico e sintatticamente involuto e precario (il De Mauro della Storia linguistica dell’Italia unita). In realtà, pur essendo stato quello di Bongiorno un italiano snocciolato all’impronta, scorrevole e non privo di tipici fenomeni del parlato come dislocazioni, ribattute di clitici, foderamenti, era comunque caratterizzato da una certa attenzione nell’uso del congiuntivo e nel governo della consecutio, perfino con punte di correttezza grammaticale scolastica («un minuto intiero»). Insomma, nell’uso dell’italiano Mike Bongiorno fu degnamente medio e non mediocre.
 

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