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La ministro è priva di grammatica

Che cosa fare perché non si replichi quella pièce di teatrino dell'assurdo andata in scena nel quotidiano «La Stampa» lunedì 17 marzo 2014? Intanto, vediamo che cosa era successo (le sottolineature sono mie). Nel catenaccio di un articolo dedicato ai tagli degli organici e delle caserme sta scritto: «La Pinotti: i militari caleranno...». Nell'attacco, l'autore dell'articolo scrive: «La cura dimagrante la prescrive direttamente Roberta Pinotti»; ma, appena cinque righe dopo: «Intervistata da Maria Latella su SkyTg24, il ministro ribadisce...». Colpo finale, la didascalia della foto che accompagna il pezzo: «Il ministro della Difesa Roberto Pinotti».

 
Roberta o Roberto?
 
La lingua è impazzita, tra genere sessuale e genere grammaticale. La Pinotti (cognome femminile preceduto dall'articolo determinativo) è, secondo la norma tradizionale, la forma legittima. Oggi però, una crescente sensibilità consiglia e sostiene l'uso del solo cognome femminile (Pinotti) o, meglio ancora, del cognome preceduto dal primo nome, disambiguante il genere (Roberta Pinotti). In pochi centimetri il giornale rappresenta l'oscillazione tra la norma e l'uso tendenziale. Qualche millimetro sotto, trova spazio il non raro, oggi, nello scritto mediatico, mancato accordo tra il nome relativo a un'alta carica istituzionale, ministro,flesso al maschile, e il participio passato, accordato invece a senso con il genere sessuale del referente (intervistata). Risultato: un pastrocchio agrammaticale. Infine, il colpo del knock-out: nella didascalia, Roberta Pinotti diventa Roberto Pinotti. L'ordine è restaurato, a costo di una Casablanca linguistica favorevole alla grammatica ma sfavorevole alla donna.
 
I dubbi degli utenti
 
Riassunto delle puntate precedenti. Un filone persistente e consistente di quesiti inviati dagli utenti al portale Treccani.it riguarda le forme da usare per i titoli professionali e, per dirla più semplicemente, i nomi di mestiere, in riferimento alle donne. Gli stessi dubbi e perplessità si pongono per le cariche istituzionali, quando ricoperte da donne. «Mi devo far chiamare bibliotecario o bibliotecaria?», domanda Roberta C. da Bari; «ho letto nei giornali avvocata e ministra: ma questi nomi non dovrebbero andare sempre al maschile?», scrive Gianni T. da Milano; «anche se sono donna, mi firmo sempre il funzionario, perché la carica è neutra e per noi in italiano il neutro è rappresentato dal maschile. Se mi firmo la funzionaria che è pure bruttomi autodiscrimino», digita Valentina B. da Roma.
 
Il sessismo
 
La faccenda è complessa, tanto più che mette in campo, in modo più o meno esplicito, una visione della lingua o, perlomeno, dell'uso della lingua. Dagli anni Settanta del Novecento il movimento femminista in Italia si è battuto contro il sessismo nella lingua italiana, divenuto anche il titolo di un pionieristico documento pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri nel 1987. All'interno del documento, spiccano le Raccomandazioni di Alma Sabatini, volte a fornire una serie di espliciti suggerimenti d'uso, prefiguranti una sorta di norma antisessista. «Sebbene per più aspetti poco condivisibili, e di fatto scarsamente sostenute da studiosi e intellettuali, le proposte di Alma Sabatini ebbero importanza nel sottolineare l’esigenza di un adeguamento della lingua a mutamenti radicali della società italiana, come quello dell’emancipazione femminile e dell’uguaglianza tra i sessi» (Rita Fresu). Le proposte avanzate portarono ad alcune messe a punto da parte di altri studiosi. Per esempio, l'intenzione di bandire i nomi di mestiere in -essa, in quanto il suffisso si è spesso connotato per la sua carica denigratoria (vigilessa, filosofessa; si pensi alle magistrate di Milano ribattezzate nel 2013 giudichesse da Silvio Berlusconi, nel corso della trasmissione televisiva Otto e mezzo su La7) è caduta per la sua astrattezza: dottoressa e professoressa, per fare un paio di esempi, non sono nomi connotati in senso negativo.
 
Ieri e oggi
 
Le correzioni di rotta rispetto alle indicazioni di Alma Sabatinitestimoniano che ci si può impegnare per un uso attento e intelligente delle risorse grammaticali a disposizione, soprattutto suggerendo la possibilità di scegliere vie finora non battute o meno battute, del tutto rispettose della regole fonomorfologiche e delle tradizionali modalità di formazione delle parole, ma segnate da una sensibilità culturale diversa.
Pesava (e pesa ancora, in parte) un interdetto che prima di tutto colpisce il ruolo della donna nella società e nel mondo del lavoro, per secoli confinata nella dimensione della fattrice/nutrice casalinga, mentre soltanto da pochi decenni le donne sono in crescente, per quanto non lineare né incontrastata, affermazione nella società, e nel mondo dei lavori fino a ieri di quasi esclusivo appannaggio degli uomini. Insomma, prima il problema di dire ministra o ministro neanche si poneva, poiché le donne che avevano ricoperto tale carica nei primi cinquant'anni della Repubblica si contavano sulle dita di una mano monca.
 
Laura Boldrini e Stefania Prestigiacomo
 
Ora, invece, il problema si pone. Ciò è testimoniato dal fatto stesso che, alla Crusca come alla Treccani, nei forum di discussione in rete, in numerosi blog e pagine di Facebook dedicate alla lingua italiana, giungono numerosi quesiti sulle forme da usare per i nomi di mestiere con riferimento alle donne. Sempre più spesso le donne che lavorano nei media e nelle istituzioni e godono di una certa visibilità si esprimono in merito, anche se non sempre in modo concorde, a testimonianza, prima ancora di posizioni ideologiche differenti, dell'effettiva difficoltà a districarsi nel nuovo ginepraio. Laura Boldrini, l'attuale presidente della Camera, nel settembre del 2013 dichiarò: «Chiedo da mesi, non per puntiglio, di essere chiamata “la presidente”. E invece quando si rivolgono a me mi chiamano “signor presidente”. Ora basta. Non è un puntiglio o un vuoto formalismo, bensì l’affermazione che esiste più di un genere». Viceversa, nel 2002, Stefania Prestigiacomo, allora ministra per le Pari opportunità, aveva dichiarato che preferiva essere chiamata signora ministro o il ministro (circa signora ministro vale il discorso fatto più su a proposito del ministro intervistata).
 
«Che la morfologia lo permetta»
 
Che cosa fare, dunque, ora che la sensibilità sul tema si è approfondita e affinata, in ambito istituzionale, e si è allargata nella società? In generale, vale la saggia considerazione espressa da Domingo Yndurain, segretario generale della Real Academia de la Lengua (anche in Spagna, come altrove in Europa, da tempo si pongono gli stessi problemi e ci si dispone ad affrontarli): «Unica condizione per abbattere la barriera linguistica maschilista è che la morfologia lo permetta». Consapevole di questo orizzonte, la linguista Cecilia Robustelli, in collaborazione con l'Accademia della Crusca, ha pubblicato nel 2012 le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, adottate dal Comune di Firenze nell'ambito del Progetto Genere&Linguaggio. Le Linee rappresentano un punto di riferimento in materia di indirizzo nell'uso non sessista della lingua, ferma restando la consapevolezza che, come scrive la stessa Cecilia Robustelli, sono ancora forti «sia nella comunicazione istituzionale sia in quella quotidiana le resistenze ad adattare il linguaggio alla nuova realtà sociale». Insomma, è facile constatare che molte persone – tra cui molte donne – trovano tuttora non accettabile usare le forme ingegnera, deputata, ministra, avvocata (eppure un'istituzione prestigiosa come l'Accademia della Crusca si è apertamente schierata). I motivi sono vari e spesso si combinano tra di loro: non si vuole passare per estremisti o tardo-femministe; si pensa al genere grammaticale maschile come a un “neutro” indifferenziato nobilitante (il direttore è giudicato da molte donne più rispettabile di la direttrice); si avvertono come cacofonici i “nuovi” nomi di professione al femminile.
 
Qualche indicazione
 
Può essere utile, in un panorama così mosso e in evoluzione, riprendere in sintesi le indicazioni suggerite da Cecilia Robustelli per la formazione dei termini relativi a professioni e cariche istituzionali (in Dizionario del 2012, di G. Adamo e V. Della Valle, in Treccani. Il libro dell'anno 2012, pp. 266-69, p. 269):
 
      Le parole terminanti in -o, -aio/-ario mutano in -a, -aia/-aria: architetta, avvocata, chirurga, commissaria, ministra, prefetta, primaria, sindaca
      Le parole terminanti in -sore mutano in -sora: assessora, difensora, evasora, revisora
      Le parole terminanti in -iere mutano in -iera: consigliera, portiera, infermiera
      Le parole terminanti in -tore mutano in -trice: ambasciatrice, amministratrice, direttrice, ispettrice, redattrice, senatrice
      Le parole terminanti in -e/-a non mutano, ma chiedono l'anteposizione dell'articolo femminile: la custode, la giudice, la parlamentare, la presidente
      Come sopra per i composti con il prefisso capo-: la capofamiglia, la caposervizio
      Le forme in -essa e altre forme di uso comune vengono conservate: dottoressa, professoressa.
 
Silverio Novelli

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