14 gennaio 2020

Il potere delle parole* (e di chi le sa usare). A proposito del saggio di Vera Gheno Il potere alle parole

di Tamara Baris

Un uso cosciente delle parole ci aiuta a comunicare i nostri bisogni primari e le nostre esigenze quotidiane; a raccontare le nostre giornate (quelle storte e quelle memorabili); un uso consapevole delle parole può aiutarci a cambiare il mondo (non solo il nostro), ricordare il passato, costruire un futuro diverso da quello che sembra già scritto per noi (e per gli altri). Le parole possono, davvero, e anche noi. Le parole contano (so che da anni canticchiamo che conta la musica, ma non è sempre vero), le parole difendono, le parole hanno veramente il potere di cambiare la somma delle giornate che fa la storia (che siamo noi e quello che ci raccontiamo), le parole hanno il potere di creare e lo sa bene chi le conosce, le teme, le scova: vedi alla voce scrittore, cerca – ad esempio – Tiziano Scarpa che è sempre stato un cacciatore di parole («è una parola difficile da trovare, se ne sta incastonata in un cortile interno del vocabolario, nell’insulsa desolazione del lessico», CG, p. 24), uno di quegli scrittori che con le parole, e la lingua, crea. Uno dei suoi personaggi de Il Cipiglio del Gufo (Einaudi, 2018), Nereo, pensa che siano «le parole del telecronista che creano le azioni dei calciatori» (p. 262). In fondo, è vero: le parole non sono soltanto un segno, ma hanno il potere di lasciarlo. Le parole creano: è la vera verità, ma è bene arrivarci corredati di molti dubbi.

 

La verità, nient’altro che la verità

 

«La fede che si presta all’istoria è fede umana, cioè a dire sempre congiunta al dubbio […] È dunque ingiurioso il lettore se chiede all’istorico la certezza infallibile, appoggiata all’autorità che non riceve contrasto. Si lasci alla fede divina la verità tanto indubitata».

 

Così scriveva il Mascardi, nel 1859, nel suo Dell’arte istorica. Fedelissimi alle parole crediamo ciecamente al loro potere, ma quella dello storico della lingua è la fede congiunta al dubbio, spesso accettata tutt’altro che pacificamente da quanti, invece, chiedono – proprio al linguista – risposte bianche o nere: giusto o sbagliato, come se la lingua fosse un quiz banale, senza senso e sentimento. Ma in fatto di lingua – e di storia della lingua – la questione è un po’ diversa, come sa chi la lingua non solo la usa, ma la studia, infatti: «un linguista è una persona che studia la lingua: ci tesse sopra ragionamenti metacognitivi, va sovente oltre le regole che impariamo a scuola e ha, del sistema linguistico, una visione mediamente più complessa» (PP, p. 23), così scrive Vera Gheno che, recentemente, ha pubblicato per Einaudi un volume che ha un titolo molto eloquente e un sottotitolo giudizioso: Potere alle parole. Perché usarle meglio.

 

La semplicità di chi è abituato alla complessità

 

Gheno che è sociolinguista, esperta di social network e comunicazione – ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca, lavorando nella redazione della consulenza linguistica e gestendo l’account Twitter dell’Istituzione –, è ben consapevole dell’importanza delle parole, del motivo che ci porta a sottolinearlo, delle reazioni e delle richieste di chi è sempre pronto a chiedere giustizia in fatto di lingua (e forse non solo, perché non sempre parliamo come mangiamo, ma parliamo – spesso – proprio come pensiamo), ma poco propenso ad ascoltare le risposte ponderate del linguista, perché – scrive – «a nessuno piace scoprire che le nozioni che aveva incamerato con grande impegno e fatica a scuola non sono più aggiornate. L’essere umano non è fatto per il cambiamento continuo, preferirebbe la stanzialità (anche della conoscenza)» (PP, p. 37).

 

Cambiare è nella norma

 

I cambiamenti non sono sempre negativi, mi ha detto un giorno una persona: è una frase di una banalità sconcertante, forse, ma è la verità. Siete d’accordo, no? No, non lo siete, perché siamo restii al cambiamento, nella lingua come nella vita (e la lingua è vita). Se così non fosse stato non avrei neanche usato quel no, per foderare la mia domanda: quante volte vi è capitato di parlare con qualcuno che ha aggiunto quella tessera apparentemente innocua? O forse lo avete fatto voi? «Pur nella sua minuzia il monosillabo mette, per così dire, l’altro alle corde, gli chiude ogni via d’uscita, lo blocca in un angolo del ring obbligandolo a un doppio sforzo, poiché limitarsi a esprimere la propria opinione è assai diverso che non esprimerla contro qualcuno», scrive Valerio Magrelli nel suo Sopruso, istruzioni per l’uso (Einaudi, 2018): perché le parole non hanno solo potere, ma sono anche potere, sopraffazione, scontro. «Ogni scontro comincia con le parole, la maggior parte degli scontri non va oltre le parole», recitava la quarta di copertina di Quando vi ucciderete, maestro? Di Antonio Franchini e se è vero che le parole sono pietre, quelle degli scrittori sono, invece, incise nella memoria perché hanno – spesso – un peso diverso.

 

Ma torniamo a noi e a quello che sappiamo (a quello che ci hanno insegnato, prima che provassimo a diventare insegnanti o scriventi – più o meno – per professione). Arrivata a questo punto, ho in testa domande di signore indignate (il cipiglio del gufo che sa che le parole creano, il cipiglio di chi gufa contro la creatività naturale della lingua), signore spesso sedute in mezzo al pubblico, in occasione di eventi a festival letterari, da un lato, dall’altro una serie di titoli fortunati e agili che mi rimbalzano in mente, saggi più e meno specialistici di linguisti e storici della lingua che hanno dato risposte non solo agli addetti ai lavori, ma un po’ a tutti.

«Se userai la tecnica, sarai sconfitto», lo dicevano i vecchi maestri cinesi, ce lo ricorda Franchini ancora in quel suo bel libro di – ormai – qualche anno fa (QUM): a citazione risponde citazione e ai maestri cinesi replicano le parole scelte da Luca Serianni (di maestri, si parlava) in esergo alla sua Prima lezione di Grammatica: «non può mai darsi una regola tanto vergine che da qualche eccettione non sia deflorata», Loreto Mattei), a Loreto Mattei fa eco il ricordo di un’altra citazione scelta da Silverio Novelli nel suo Si dice, non si dice, dipende («onora il tuo errore, come se fosse un’intenzione nascosta», Brian Eno): «Beati gli smemorati, perché avranno la meglio anche sui loro errori» – tanto per citare ancora e cercare nella memoria – beati quelli che pur avendo appreso, si ricrederanno («La scuola deve addestrare, insomma, a conoscere la norma, perché solo conoscendola la si può trasgredire. Chi, invece, scrive come viene, senza conoscere la norma o fregandosene della sua esistenza, non è trasgressivo, è solo ignorante o menefreghista», PP, p. 43)

 

A scuola di pazienza

 

La lingua è una questione di pazienza, le parole di serenità, il nostro lessico di maturità. Dovremmo sempre essere pronti a rivedere quello che ci è stato insegnato: la norma trasmessa (tra imitazione del prestigio e timore per la sanzione), quella «sommersa» (come la definisce Luca Serianni) e, ancora, quella consegnata a una manualistica non sempre funzionale all’apprendimento della lingua e a una riflessione metalinguistica: ci hanno insegnato come si scrive e come si parla correttamente, ma non a riflettere sulla lingua. Cos’è? A cosa serve? Perché parliamo? Il registro non è di certo solo quello che tiene il diario delle giornate scolastiche (che ormai è diventato elettronico), ma è il termometro che segna quello che è più giusto o più sbagliato per una certa situazione rispetto a un’altra: l’abito non fa il monaco, ma le parole sì e chi le conosce sa sempre qual è il vestito adatto da indossare, a seconda dell’occasione. Occhio a non indossarne uno frusto, liso, consunto, anche se fosse di ottima sartoria, solo per salvare un fantasma di ciò che siamo stati e non siamo o non saremo più, un po’ come il Marcello di Cinacittà di Tommaso Pincio – un altro che le parole sa usarle con cura – con quell’abito linguistico-stilistico forzatamente ricercato che lo fa apparire spesso comico perché fuori luogo, falso, ridicolo e alieno, che poi è lo stesso abito che rispunta dopo una decina d’anni nel suo più recente Il dono di saper vivere («è l’abito che indossavo il giorno del mio arresto e fanno dieci anni da allora»). Sono abiti ricercati che stanno bene nell’armadio, a patto che li usiate al momento giusto (o per mascherarvi, come fanno gli scrittori).

 

Il dono di saper usare le parole: saper vivere

 

Essere consapevoli, in fatto di lingua, è essere liberi. Parlare di lingua è parlare di società e  di politica: è anche e – forse – soprattutto questo il potere delle parole ed è per questo che non bisogna sottovalutarne le potenzialità («La lingua è potere; la decisione rispetto a quali debbano essere la corretta conoscenza e competenza linguistica di un popolo non può essere lasciata alle sole classi dominanti, che chiaramente tenderanno alla conservazione dello status quo. In alternativa, possiamo tutti, indistintamente, rimboccarci le maniche e riprendere coscienza di quanto sia importante il saldo possesso degli strumenti linguistici, che ci rende cittadini a nostra volta più potenti», PP, p. 149). Come? Conoscendole meglio: «occorre riflettere in ogni momento sul modo in cui usiamo la nostra lingua madre. Faticoso? Molto. Soddisfacente? Moltissimo» (p. 65), scrive la Gheno nel suo volume dal taglio divulgativo e brillante che ci spiega cos’è una lingua e a cosa serve, ci colora la zona grigia e ci aiuta a valutare consonanze e devianze; ripercorre la storia dell’italiano in mezz’ora e ci spiega come funziona il lessico. Come lo fa?  Con estro e creatività, dimenticando le dosi (come faceva sua nonna Irén quando cucinava, da esperta, armata di un sicuro pressappoco), senza mai arrendersi, ovviamente, al pressapochismo («La maggior parte di noi si ferma allo stadio del misurino; così ha imparato la grammatica e così vuole continuare a conservarla e praticarla: grammi, cucchiaini, bilancia. Chi, invece, intraprende la strada del linguista, o ha semplicemente la fortuna di esercitare il muscolo della competenza metalinguistica, a forza di frequentare quell’organismo così complesso, così in movimento, che è ogni lingua naturale, diventa come nonna Irén: si regola in base all’istinto e all’esperienza e anzi, può arrivare a basarsi quasi del tutto sull’orecchio, disimparando la regola sottesa o, cambiando punto di vista, quasi emancipandosi dal prescrittivismo» (p. 38).

Chiudo, dopo tante parole, prima di tornare in silenzio (che deve sempre saggiamente bilanciare le parole: mi hanno insegnato che «un eccesso di informazione è sempre un difetto comunicativo», ISC, p. 72), con delle citazioni e un ricordo che mi sembrano necessari: «Usare bene la lingua, oggi più che mai, non è una posa, non è un vezzo da “professorone”, ma una necessità per tutti, non uno di meno, come amava ripetere Tullio De Mauro» (PP, p. 9) che «ci ha insegnato che la linguistica può essere non solo una scienza sociale ma anche una passione civile» (VP, p. 13).

 

* Il potere delle parole* è anche il titolo di un progetto a cura del Fondo De Mauro, presieduto da Chiara Saraceno. L’iniziativa prevede una serie di incontri, a partire dal 14 gennaio, ai quali parteciperanno Sabino Cassese, Hamid Ziarati, Nicola Brunialti e Christian Raimo, Eva Cantarella, Antonio Sgobba e Bruno Segre. L’obiettivo è ragionare sul significato dei vocaboli nel tempo, con accademici, intellettuali, rappresentanti del volontariato, del mondo produttivo, delle istituzioni. Tutti gli incontri si svolgeranno in via dell’Arsenale 27 a Torino, dalle 18,30. Tutte le informazioni cliccando QUI.

 

 

Bibliografia

Vera Gheno, Potere alle parole. Perché usarle meglio, Einaudi, 2019. (PP)

Giuseppe Antonelli, L’italiano nella società della comunicazione, Il mulino, 2007. (ISC)

GA, Una vita tra le parole, Le parole dell’Italiano, Le grandi Collane del Corriere della Sera, 2019. (VP)

Antonio Franchini, Quando vi ucciderete maestro, Farfalle, Marsilio, 1996. (QUM)

Valerio Magrelli, Sopruso, Istruzioni per l’uso, Einaudi, 2019. (SI)

Silverio Novelli, Si dice, non si dice, dipende, Laterza, 2015. (DDD)

Tiziano Scarpa, Il cipiglio del gufo, Einaudi, 2018. (CG)

Luca Serianni, Prima lezione di grammatica, Laterza, 2006. (PLG)

Tommaso Pincio, Cinacittà, Einaudi, 2008. (C)

Tommaso Pincio, Il dono di saper vivere, Einaudi, 2018. (DSV)

 

Immagine: Lettere

 

Crediti immagine: Britt Reints from Pittsburgh, PA [CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]

 

 


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