Questo sito contribuisce all'audience di

Contro il perbenismo linguistico

di Giuseppe Antonelli*

 

Dopo il Job’s act, il Foia: Freedom of Information Act, come viene chiamata la parte di una recente legge sulla pubblica amministrazione relativa alla “Revisione e semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione, pubblicità e trasparenza”. E meno male che si parla di trasparenza.

L’esortazione Dillo in italiano!, protagonista lo scorso anno di una fortunata campagna mediatica, resta sempre valida: ci mancherebbe altro. Ma in realtà non è il caso di preoccuparsi troppo. La sensazione di essere invasi dalle parole inglesi, infatti, potrebbe essere paragonata a quella temperatura percepita di cui tanto spesso si sente parlare nei telegiornali estivi. Come ci hanno spiegato i meteorologi, a una temperatura obiettiva (misurabile tramite il termometro) corrisponde – nelle calde giornate d’estate – una temperatura percepita più alta, perché condizionata dal notevole tasso di umidità. Quello che succede per gli anglicismi non è molto diverso: una presenza obiettiva contenuta in percentuali fisiologiche viene avvertita come preoccupante perché amplificata a dismisura dall’uso dei media

 

La cultura dell’effettuare

 

Forse, più che degli esotismi, dovremmo preoccuparci degli esattismi. Quei modi finto-precisi e inutilmente affettati che oggi sembrano molto in auge anche nelle redazioni giornalistiche e editoriali. Dire esatto – sia ben chiaro – non è come dire preciso. In una delle sue Bustine di Minerva (Modi di non dire esatto, 1990), Umberto Eco ricordava che «non vi è nulla di fondamentalmente inesatto nel dire esatto, salvo che chi lo pronuncia dimostra di aver appreso l’italiano solo dalla televisione. Dire esatto è come ostentare in soggiorno un’enciclopedia che notoriamente viene data in premio solo agli acquirenti di un detersivo». Niente a che vedere con la precisione esaltata da Calvino nelle sue Lezioni americane. Molto a che vedere, invece, con l’antilingua della burocrazia presa di mira dallo stesso Calvino: quella «di chi non sa dire “ho fatto” ma deve dire “ho effettuato”».

A proposito di effettuare affettati. Qualche tempo fa, nel gruppo Facebook della trasmissione di Radio 3 La lingua batte, è apparsa la foto del banco di un salumiere. Non sembra trattarsi di un falso: c’è il numero progressivo dell’anticode, ci sono i cartellini con gli sconti e poi ce n’è uno rosa che recita «non si effettuano panini».

 

Il perbenismo calofemista

 

Si potrebbe dire che alla lingua italiana la cultura del fare non sia mai andata troppo a genio.

Si tratta ovviamente di una vecchia storia, se è vero che già nel Correttore degli errori più comuni di grammatica e di lingua pubblicato nel 1936 (anno XV dell’era fascista) si trovavano pagine di esercizi miranti a estirpare l’Abuso del verbo fare. «Faremo per terra una linea che servirà a segnare i confini del gioco» (come sinonimo corretto viene suggerito tracceremo), «Il signor Podestà fece un discorso che fu molto applaudito» (pronunciò), «La cuoca ci ha fatto un pranzo squisito» (ammannito), «Il Governo ha fatto una legge molto severa contro la bestemmia» (emanato o promulgato).

Viene in mente il verbo perbenire, coniato da Tullio De Mauro quando era ancora un bambino. Quel bambino che – come si racconta nell’autobiografico Parole di giorni lontani credeva di sentire nel grido «perbenito mussolini, ejaeja alalà» il participio passato di io perbenisco, tu perbenisci.

Ma basta scorrere le correzioni fatte negli ultimi anni da molti insegnanti delle scuole superiori (raccolte in Scritti sui banchi di Luca Serianni e Giuseppe Benedetti), per rendersi conto che ancora oggi questo atteggiamento è molto diffuso: «non facevo i compiti [svolgevo, eseguivo]», «lui è arrabbiato [in collera]», «passano [circolano] molte macchine», «gli affari vanno più che bene [producono soddisfazioni]», «non c’è molto rumore [non si odono rumori]», «io mi misi [ricoprii il ruolo] in attacco». Serianni parla in proposito di calofemismi, perché qui non c’è – come negli eufemismi – (dal greco eu ‘bene’) una realtà sgradevole da rendere accettabile; c’è la convinzione che quei sinonimi servano a rendere il testo più ‘bello’ (greco kalòs).

 

Doping e antidoping editoriale

 

Una sensibilità non troppo diversa si ritrova da qualche tempo nella lingua di certi bestseller. Eravamo ancora nel secolo scorso quando Filippo La Porta – in un suo pamphlet intitolato Manuale di scrittura creatina (1999) – denunciava il fenomeno che chiamava «doping editoriale». Ovvero la tendenza degli editor a enfatizzare alcuni usi linguistici e stilistici per raggiungere quelli che definiva rispettivamente: a) «effetto Adelphi o iperculturale»; b) «effetto De Gregori o ultralirico»; c) «effetto Spielberg o arcispettacolare»; d) «effetto Bobbio o del politicamente ultracorretto»; e) «effetto Fonzie o supergergale». Negli ultimi tempi, la politica editoriale più diffusa sembra essere quella opposta: un antidoping mirante a normalizzare, grammaticalizzare, riportare all’ordine anche i testi narrativi. Giocando sulle categorie di La Porta, la rincorsa al bestseller potrebbe essere descritta ricorrendo a quattro categorie pubblicitario-merceologiche, individuate – neanche a dirlo – da altrettanti anglicismi: a) easy, ovvero l’italiano senza sforzo; b) minimal, ovvero l’italiano senza sfarzo; c) classic, ovvero l’italiano di gran classe; d) premium, ovvero l’italiano come lo vuoi tu.

 

Un «sound anticato»

 

Tre anni fa, Francesco Pacifico aveva fatto un test aprendo a caso i romanzi più in evidenza negli scaffali di una grande libreria, e in molti casi gli era sembrato di sentire un «sound anticato»«L’anziano, seppur aitante, progenitore di X». «Certe vecchie che oltre a guarire le tossi e gli ascessi, qualche volta contendevano a Dio la vita che nasceva in grembi troppo giovani». «Prendevo a pugni i compagni di scuola che provavano la droga». «Un esagerato pezzo di ragazza, una bionda con una canottiera da infarto». «Sciorina una spiegazione». «Dall’interno sopraggiunge la voce del …».

Leggendo i bestseller degli ultimi tre anni si trovano, quasi ad apertura di pagina: «magari un giorno gli capiterà di imbattersi nel racconto di XY, o più probabilmente nel film, e allora effettuerà il collegamento»; «dalle testimonianze risultò che il rapimento era stato effettuato con l’aiuto di poliziotti corrotti»; «avvertì una gioia immane. C’era una montagna di neve da spalare, è vero, ma tra oggi e domani sarebbero venuti a liberargli la strada, avrebbe ancora potuto effettuare senza troppo ritardo la consegna per il negozio». Cosa avrebbe detto il povero Calvino?

 

L’italiano piccolo colto

 

Più che di standard e neo-standard linguistico, come si è fatto nel tardo Novecento, dovremmo forse parlare di stantio e neo-stantio. Da una parte lo stereotipo scolastico, dall’altra quello giornalistico. Da una parte quel letterario che tende all’effetto di un’artificialissima aura condizionata: lo stantio («gli storni affollavano la luce cinerea, folate di piume e garriti, chiazze nere che oscillavano, si sfioravano senza ferirsi, poi si aprivano, si sperdevano, prima di tornare a serrarsi»). Dall’altra, un finto parlato convenzionale che nessuno userebbe parlando davvero: il neostantio («Non è possibile! Ogni volta che mi piace uno, Giulia è lì che ci parla e fa la deficiente. Guarda che è pazzesca. Sembra che lo fa apposta. Lei prima Palombi lo odiava e ora eccola lì che ci parla»).

In mezzo c’è quell’italiano piccolo colto che andrebbe usato solo se e quando serve. Come faceva – molto bene – Tommaso Pincio nel suo Cinacittà (2008). Marcello, il protagonista del romanzo, confessa d’aver aperto in vita sua non più di venti libri e nondimeno si picca di parlare come un libro stampato. Dice tedio, basito, ubicazione, finanche; rammenta invece di ricordarsi, si reca invece di andare, si rammarica invece di dispiacersi; ogni tanto esagera e butta là un costei o un cotanta. Questo «linguaggio forbito» di cui mena vanto è esattamente come il completo di Prada che mette per distinguersi dalla massa. Come quello, anche il suo italiano – via via che la vicenda avanza – appare sempre più liso e sgualcito da frequenti cadute di tono: «da qualche tempo ero uno sfaccendato, ma prima mi ero fatto il culo. Avevo lavorato per anni in una galleria di merda».

 

Parli come un elettrolibro!

 

Ribadiamolo ancora una volta. Parlare – o scrivere – bene non significa affatto esprimersi sempre “come un libro stampato” (che è poi la frase con cui i monelli prendono in giro Pinocchio il primo giorno di scuola). Significa, invece, essere in grado di muoversi in una gamma sempre più ampia e mescidata di toni, di registri e di stili. Tanto più che, ormai, i libri spesso non sono stampati. Forse, per rendere l’idea, dovremmo dire “parli come un e-book” o – italianamente – “come un elettrolibro”. Solo che, al momento, tra libri ed elettrolibri non è che ci sia tutta questa differenza linguistica. Anzi: l’unica vera novità degli e-book sembrerebbe, allo stato attuale, l’abolizione postideologica delle pagine di destra e di sinistra.

 

*Giuseppe Antonelli insegna Storia della lingua italiana all’Università di Cassino e conduce su Radio Tre la trasmissione settimanale La lingua batte. Tra i suoi ultimi lavori, Comunque anche Leopardi diceva le parolacce. L’italiano come non ve l’hanno mai raccontato (Mondadori, 2014) e la curatela, con Matteo Motolese e Lorenzo Tomasin, della Storia dell’italiano scritto (Carocci, 2014).

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata