05 luglio 2019

I punti della situazione. Viaggio nella punteggiatura dell’italiano di oggi - 1. Il punto

di Angela Ferrari

Più punti, più enunciati

 

Nell’uso odierno, il punto serve a segmentare il capoverso nelle sue parti costitutive, chiamate “enunciati”, e a attribuire a esse una funzione comunicativa di asserzione. Quando si vuole fare una domanda – anche retorica –, si sceglie il punto interrogativo; quando invece le funzioni dell’enunciato sono richiestive o esclamative, si ricorre al punto esclamativo. Nel testo seguente:

(1)        Qual è l’oggetto della grammatica? Come avviene per altre parole cariche di tradizione e tradizionalmente legate all’esperienza scolastica, anche il termine grammatica evoca cose molto diverse tra loro. (Luca Serianni, Prima lezione di grammatica, Roma-Bari, Laterza, 2006, p. 3)

abbiamo un primo enunciato che coincide con una domanda, seguito da una risposta assertiva chiusa dal punto.

L’enunciato è l’unità di riferimento per la costruzione del senso del testo: in un capoverso, i punti coincidono dunque con gli snodi in cui si manifestano i principali rapporti di significato che lo strutturano. Si consideri, come illustrazione, l’esempio seguente:

(2)        Chi viaggia in macchina a 100 o anche solo a 50 chilometri all’ora sulle strade del mondo deve essere avvertito di tante cose – curve più o meno pericolose, caduta di massi, passaggio di animali selvatici, prossimità di canali d’acqua, incroci con linee ferroviarie, vicinanza di una scuola… – in modo chiaro, fulmineo e universalmente comprensibile. Dai primi del XX secolo, con il decollo dell’automobilismo, ha cominciato così a esistere il linguaggio della segnaletica stradale, preceduto di qualche decennio da quello usato per la marcia dei treni e più indietro ancora da quello per la navigazione marittima. (Francesco Sabatini, Lezione di italiano, Milano, Mondadori, 2016, p. 49)

Qui il punto segmenta il capoverso in due enunciati collegati dal connettivo così, che segnala un rapporto detto di “consecuzione”. È questo il nesso semantico più importante di questo testo. Gli altri sono secondari, e si manifestano di conseguenza all’interno dei singoli enunciati (nel primo, l’esemplificazione delle “cose di cui deve essere avvertito chi viaggia in macchina”; nel secondo, il fatto che il linguaggio della segnaletica stradale è stato preceduto da quello ferroviario e prima ancora da quello marittimo).

 

Forme e dimensioni degli enunciati

 

Dal punto di vista sintattico, gli enunciati chiusi dal punto possono assumere un ampio paradigma di forme. Possono coincidere con frasi complesse costruite per subordinazione e/o coordinazione, anche piuttosto ampie:

(3)        Con il crescente e prepotente sviluppo delle tecnologie, il confronto tra le due sfere, della comunicazione scritta alfabetica e di quella figurativa, si carica di particolare tensione ed è inevitabile che, parlandone, si passi a toni profetici sul nostro futuro, che per alcuni è decisamente preoccupante, per altri pieno di promesse gratificanti. (Francesco Sabatini, Lezione di italiano, Milano, Mondadori, 2016, p. 51)

Oppure con frasi semplici di tipo verbale (4) o di tipo nominale (5):

(4)        D. Fra uomo e donna dev’esserci solo parità, o anche uguaglianza? R. Non vedo differenza. Siamo tutti esseri umani. Cambiano solo i quozienti ormonici. (Roberto Gervaso, La pulce nell’orecchio, Milano, Rusconi, 1979,p. 444, intervista a Lina Wertmüller)

(5)        Il corpo trafitto da ferite, almeno sei, sicuramente colpi violenti, alle spalle, al polso […], alla schiena. […] I guanti ancora infilati. (Leggo, 28 febbraio 2011)

Le strutture sintattiche chiuse dal punto possono essere anche semplici sintagmi:

(6)        D. Chi t’ha iniziato al cinema? R. La passione e la fiduciosa stima di Fellini. (Roberto Gervaso, La pulce nell’orecchio, Milano, Rusconi, 1979, p. 439, intervista a Lina Wertmüller)

(7)        D. È vero che sul set improvvisi? R. Talvolta. (Roberto Gervaso, La pulce nell’orecchio, Milano, Rusconi, 1979, p. 442, intervista a Lina Wertmüller).

 

Un segno che frammenta

 

Il punto può anche manifestarsi all’interno di strutture sintattiche coese, può cioè “frammentare” la sintassi. In questa prospettiva, si possono distinguere due casi diversi. Anzitutto, le sequenze in cui a essere separate dal punto sono vere e proprie frasi, come negli esempi (8) e (9), in cui la spezzatura sintattica interessa frasi coordinate, e negli esempi (10) e (11), in cui il punto emargina rispettivamente una dipendente causale e una subordinata relativa:

(8)        D. Kennedy è stato davvero il più intelligente capo di Stato americano? R. No, il più intelligente fu Theodore Roosevelt. Kennedy fu un uomo pieno di charme e di spirito, educato e romantico. Ma non fu un grande presidente. (Roberto Gervaso, La pulce nell’orecchio, Milano, Rusconi, 1979, pp. 437-438, intervista a Gore Vidal)

(9)        Ai lodatori estremisti dell’uso parlato come unica realtà cui guardare occorre ricordare che il loro progenitore, il sommo Platone, nel Fedro ha affidato ad alcune pagine scritte […] il suo elogio dei lógoi ágraphoi, i discorsi parlati. E a chi crede di poter chiudere le porte alle innovazioni del parlato si potrà ricordare che a queste, alle “parole che sono sulla bocca di tutti”, hanno guardato i grandi creatori e prosecutori delle tradizioni letterarie, da Dante a Leopardi e Manzoni o a Montale e Gadda […]. (Tullio De Mauro, In Europa son già 103, Roma-Bari, Laterza, p. 49)

(10)      E non è finita. Perché quando si insegna a leggere, contemporaneamente si insegna – almeno così bisognerebbe fare – a scrivere: e s’intenda, a scrivere a mano. (Francesco Sabatini, Lezione di italiano, Milano, Mondadori, 2016, p. 45)

(11)      […] per via di un malumore, dopo la condanna definitiva, era riuscito a evitare il carcere e a farsi ricoverare in un centro terapeutico per malati psichiatrici al Prenestino, in via Erasmo Gattamelata. Dal quale, fedele a un classico nelle storie di tanti delinquenti incalliti, a luglio scorso se l’era svignata: semplicemente allontanandosi dalla clinica di notte, grazie alla scarsa sorveglianza da parte del personale. (Corriere della sera, 25 novembre 2007)

Il punto fermo può, in secondo luogo, frammentare la sintassi emarginando costituenti al di sotto della frase, cioè sintagmi di vario tipo, come illustrano gli esempi seguenti:

(12)      D. L’eros influenza la moda? R. Molto. Ma ha successo solo se sottile. E non ovvio. (Roberto Gervaso, La pulce nell’orecchio, Milano, Rusconi, 1979, p. 417, intervista a Valentino)

(13)      D. È geloso? R. Vorrei non esserlo, ma lo sono stato, e lo sono. Terribilmente. (Roberto Gervaso, La pulce nell’orecchio, Milano, Rusconi, 1979, p. 357, intervista a Georges Simenon)

Questi due tipi di frammentazione interpuntiva hanno effetti interpretativi diversi. Il primo, quello che emargina intere frasi, serve a scandire i vari passi dell’argomentazione, offrendo pari importanza informativa a tutte le proposizioni, anche a quelle sintatticamente coordinate o subordinate; il secondo, quello che isola parti più piccole, ha lo scopo di “mettere a fuoco” dei singoli pezzetti di testo: a volte il solo sintagma emarginato, a volte anche quello immediatamente precedente. Per esempio, nel testo (13) vengono messi in rilievo sia il fatto che la gelosia di Simenon possa essere “terribile” sia il fatto che egli non solo è stato geloso in passato ma lo è tuttora.

 

Due stili interpuntivi marcati

 

Normalmente il punto fermo si intreccia con gli altri segni di interpunzione, che marcano unità testuali superiori, come il punto a capo, o unità testuali inferiori, come per esempio la virgola. Nella realtà della produzione linguistica, si incontrano tuttavia stili in cui quest’alternanza tende a non essere rispettata. Ci sono anzitutto stili in cui il punto prevale andando a inserirsi in confini testuali in cui ci si aspetterebbero segni interpuntivi di livello inferiore o addirittura assenza di punteggiatura. Siamo nell’ambito del cosiddetto style coupé, illustrato dai testi seguenti, il primo costituito da enunciati verbali, il secondo prevalentemente da enunciati nominali:

(14)      Mio zio è morto mercoledì. Abitava in un paese della Polonia orientale. Da bambino e da adolescente vi trascorrevo tutte le vacanze. Ero un ragazzo di città, ma laggiù mi sentivo a casa. Come se ci fossi nato. Era da lì che veniva mio padre. Il villaggio si trovava su una sponda ripida. In basso scorreva il Bug, capriccioso e verde. (L’Espresso, 21 dicembre 2007)

(15)      Doppioni, doppioni e ancora doppioni. Parlamentini regionali che crescono. Province che si moltiplicano. Scuderie di auto blu. E spese pazze per progetti infiniti. In Italia cinque regioni che piangono la crisi continuano a spendere come se la crisi non ci fosse. (L’Espresso, 9 maggio 2007)

Questa scrittura sintatticamente spezzata è creata dall’accostamento di frasi brevi, verbali o nominali, che potenzialmente potrebbero essere coordinate, e/o dalla frammentazione della sintassi, che produce sequenze di mini-unità testuali laddove ce ne potrebbe essere una sola.

Accanto allo style coupé si può incontrare anche il suo contrario, vale a dire uno stile sintatticamente disteso in cui il punto lascia spazio alla virgola e, all’occorrenza, sono cancellate anche le marche interpuntive del discorso diretto. È un tipo di stile che emerge soprattutto – ma non solo – quando lo scritto vuole mettere in scena il parlato, con il suo manifestarsi a cascata senza una vera e propria programmazione e conseguente gerarchizzazione:

(16)      Lui mi sentì nella voce poco dialetto, notò la frase lunga, i congiuntivi, e perse la calma. Buttò via la sigaretta, mi afferrò per un polso con una forza sempre meno controllata e mi gridò – un grido stretto nella gola – che lui era lì per me, solo per me, e che ero stata io a dirgli che mi doveva stare vicino sempre, in chiesa e alla festa, io, sì, e me l’hai fatto giurare, rantolò, giura, hai detto, che non mi lascerai mai sola, e allora mi sono fatto il vestito, e sto pieno di debiti con la signora Solara, e per farti piacere, per fare come m’hai detto tu, non sono stato nemmeno un minuto con mia madre e con i miei fratelli: ma la ricompensa qual è, la ricompensa è che m’hai trattato comm’a nu strunz, hai parlato sempre col figlio del poeta e m’hai umiliato davanti a tutti gli amici, m’hai fatto fare una figura di merda, perché per te io non sono nessuno, perché tu sei assai istruita e io no, perché io non le capisco le cose che dici […] (Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome, Roma, edizioni e/o, 2012, p. 22).

 

Bibliografia

Ferrari, Angela/Lala, Letizia/Longo, Fiammetta/Pecorari, Filippo/Rosi, Benedetta/Stojmenova, Roska (2018), La punteggiatura italiana contemporanea. Un’analisi comunicativo-testuale, Roma, Carocci.

Lala, Letizia (2011), Il senso della punteggiatura nel testo. Analisi del Punto e dei Due punti in prospettiva testuale, Firenze, Cesati.

Mortara Garavelli, Bice (2003), Prontuario di punteggiatura, Roma-Bari, Laterza.

Serafini, Francesca (2012), Questo è il punto. Istruzioni per l’uso della punteggiatura, Roma-Bari, Laterza.

 

 

I punti della situazione. Viaggio nella punteggiatura dell’italiano di oggi

La presentazione della serie - Luca Cignetti

 

 

Immagine: Composizione VIII, 1923

 

Crediti immagine: Wassily Kandinsky [Public domain]


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