21 febbraio 2020

Che sciccata! La produttività del suffisso -ata in italiano contemporaneo

Spulciando la sezione “Neologismi” del portale Treccani, è possibile imbattersi in un numero non trascurabile di forme terminanti in -ata: tra queste, troviamo per esempio chattata e spallata, ma anche sciccata e vierata. In generale, si tratta di nomi, verbi o aggettivi a cui è stato applicato il suffisso derivativo -ata; il risultato è la formazione di nuovi sostantivi che possono essere inseriti in perifrasi con verbi supporto (fare una chattata, dare una spallata). Pur trattandosi di parole nuove, siamo solitamente in grado di ricostruirne il significato senza troppi problemi, a patto di conoscere quello della base a cui -ata si affigge: una spallata sarà un «colpo dato con la spalla»; una chattata sarà l’azione del chattare, lo scrivere in una chat; una sciccata sarà (forse meno intuitivamente) un atto particolarmente chic; infine, una vierata sarà un’azione tipica dell’ex calciatore Christian Vieri. Tuttavia, le cose non sono sempre così semplici. Alcuni derivati possiedono un significato ambiguo: è il caso di forcata, che può indicare sia un «colpo di forca» sia la «quantità raccolta con una forca». Inoltre, come emerge dagli esempi mostrati finora, allo stesso suffisso corrispondono, al variare della base, significati anche molto diversi. A ciò si aggiunge il fatto che -ata è uno dei suffissi più produttivi in italiano contemporaneo (cfr. Fiorentino 2010); volendo fare un rapido paragone con i derivati di un altro suffisso molto comune, -eria (si pensi al fiorire di nuove attività con nomi come gintoneria, toasteria ecc.), si contano nei neologismi di Treccani solo 43 forme di questo tipo, contro le 73 di -ata.

 

I principali significati dei suoi derivati

 

Per fare un po’ di ordine nella molteplicità di usi e significati che rendono -ata “uno dei suffissi più frammentati semanticamente dell’italiano” (Grossman & Rainer 2004: 253), possiamo tentare di individuare i principali significati dei suoi derivati (per analisi più approfondite, si rimanda in particolare a Gatti/Togni 1991, Gaeta 2002, Grossman/Rainer 2004, Acquaviva 2005). Innanzitutto, come accennato, -ata si può applicare a verbi (suffissati deverbali), nomi (denominali) e aggettivi (deaggettivali). Ai primi si attribuisce solitamente il significato di ‘singolo atto di X’, ovvero una realizzazione isolata dell’azione espressa dal verbo; volendo effettuare una distinzione più sottile, si possono individuare tre sotto-significati:

i. Atto prolungato: per esempio, camminata sarà l’azione del camminare, di cui il suffisso accentua la durata nel tempo, nonché la sua ripetitività (come anche in scazzottata, litigata, abbuffata ecc.).

ii. Atto rapido e improvviso: a essere messe in evidenza sono in tal caso la velocità e la repentinità dell’azione, che si esaurisce nell’istante del suo svolgimento (come frenata, accelerata, inchiodata ecc.). Naturalmente, questo significato è fortemente determinato dalla semantica della base.

iii. Atto frettoloso e sommario: per esempio, sistemata, ossia «l’operazione di sistemare in fretta, o alla meglio, qualcosa»; qui, il suffisso sottolinea la sommarietà o l’approssimazione con cui l’azione è compiuta (come anche in aggiustata, spolverata, stirata ecc.).

Ancora più complesso e sfaccettato risulta l’insieme dei denominali (prevalenti tra i neologismi Treccani: 52 su 73) e deaggettivali, che possono essere così riassunti:

i. Un colpo, inferto o subito, inteso in vari modi: come ‘botta’, con oggetti potenzialmente utilizzabili per percuotere (martellata), oppure con parti del corpo, per cui il colpo è dato o ricevuto dalla parte stessa (craniata, panciata); se invece la base è un’arma, si intende la ferita inferta dall’arma stessa (coltellata).

ii. Un’azione tipica: la base è solitamente un soggetto animato (umano o animale) e le connotazioni del derivato sono spesso – anche ironicamente – negative o spregiative (asinata, bambinata); può applicarsi ad aggettivi (genialata, da geniale), nomi comuni (giullarata, paparazzata) e nomi propri. Quest’ultimo caso è particolarmente produttivo: oltre al già citato vierata, troviamo nei neologismi altri calciatori (cassanata), politici (prodata, sarkozata, rutellata, renzata), personaggi televisivi (celentanata, enricoghezzata, serenadandinata) e di fantasia (fantozzata, robinsonata).

iii. Una quantità contenuta in qualcosa: la base, in questo caso, è costituita da oggetti che possono contenere o raccogliere (cucchiaiata, mestolata); quando non si tratta propriamente di un recipiente, è proprio la presenza del suffisso a conferire questo valore (forchettata).

iv. Un insieme di qualcosa: qui, il suffisso apporta un valore collettivo (cucciolata, «l’insieme dei cuccioli nati nello stesso parto»; oppure schermata e videata, che indicano entrambi un «insieme delle immagini o (…) delle informazioni che sono visibili, e/o leggibili, a ogni successiva proiezione sullo schermo»). Vi rientrano anche i nomi di pietanze formati a partire da basi indicanti cibi (peperonata).

v. Un evento collettivo a base di qualcosa: è il caso di spaghettata, che, a differenza di peperonata, non indica tanto la pietanza, quanto l’evento durante cui questa viene consumata: la mangiata (appunto) di spaghetti. Derivati di questo tipo sono particolarmente diffusi, a partire dai più disparati nomi di cibo (pizzata, lasagnata, piadinata…). La definizione può essere estesa anche a termini di ambito non gastronomico (come fiaccolata).

A questi cinque si aggiunge infine un significato non più produttivo, proprio di un numero limitato di derivati formati a partire da basi relative a un periodo di tempo (giorno, notte, anno), che denotano generalmente l’insieme dei fenomeni avvenuti all’interno di tale periodo (giornata, nottata, annata).

 

La fucina del parlato quotidiano

 

Alla luce di tanta complessità, come riusciamo dunque a disambiguare di volta in volta il significato da attribuire ai neologismi in -ata? Naturalmente, la giusta interpretazione è quasi sempre determinata dalla base: esistono regole precise che stabiliscono i tratti semantici posseduti necessariamente da una base per dare luogo a un derivato con un determinato significato. Nel caso dei denominali, per esempio, il valore “colpo inferto” sarà più facilmente assunto da sostantivi designanti oggetti che possono essere usati per colpire (bastonata), oppure che possono essere afferrati e lanciati (sediata); i derivati che indicano un “atto tipico” si riferiranno a entità animate, di cui sarà messo in risalto uno specifico tratto, talvolta negativo (ragazzata). Non è da sottovalutare, inoltre, l’aiuto fondamentale fornito dal contesto in cui il derivato è inserito: sentendo una forcata di fieno, capiremo facilmente che ci troviamo di fronte a una “quantità”, non a un “colpo”. Ciò vale anche per gli usi figurati: in quel film è una mattonata, è evidente che non si sta parlando di un «colpo dato con un mattone» (che pure è il significato primario del derivato).

In conclusione, è proprio la versatilità del suffisso -ata, data dalla frammentarietà dei suoi significati e dalla possibilità di applicarlo alle basi più diverse (compresi i nomi propri), a giustificarne la produttività come meccanismo di derivazione nell’italiano contemporaneo, oltre alla sua diffusione e impiego in ambiti e con fini diversi. Derivati in -ata vengono formati in continuazione nel parlato quotidiano, da parte di chiunque; a tal proposito, non va trascurato l’intento ludico e ironico che spesso ne accompagna la creazione (come nel caso di sciccata, ma anche dei derivati da nomi propri citati in precedenza). Quest’ultima è forse una delle motivazioni che danno la spinta più forte alla nascita dei neologismi che abbiamo discusso: in ogni caso, la lista è aperta, e potenzialmente infinita.

 

Bibliografia/sitografia di riferimento

Acquaviva, P., I significati delle nominalizzazioni in -ATA e i loro correlati morfologici, in Grossmann, Maria, Thornton, Anna M. (a cura di), La formazione delle parole, Bulzoni, Roma 2005. pp. 7-29.

Fiorentino, Giuliana, Nominalizzazioni, in Enciclopedia dell’italiano, Roma, Treccani, 2010 [http://www.treccani.it/enciclopedia/nominalizzazioni_%28Enciclopedia-dell%27Italiano%29/]

Gaeta, Livio, Quando i verbi compaiono come nomi. Un saggio di Morfologia Naturale, Milano, FrancoAngeli, 2002.

Gatti, Tiziana, Togni, Lucia, A proposito dell'interpretazione dei derivati in -ata e in s-, University of Konstanz, Arbeitspapier Nr. 30, Fachgruppe Sprachwissenschaft, 1991.

Grossmann, Maria, Rainer, Franz (a cura di), La formazione delle parole in italiano, Tübingen, Niemeyer, 2004.

 

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/neologismi/ 

http://www.treccani.it/vocabolario/

 

Immagine: Coco Chanel e il Granduca Dmitrij Pavlovič

 

Crediti immagine: AnonymousUnknown author [Public domain]

 

 


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