27 novembre 2019

Lingua, nuovo sentimento antico. A proposito di Il sentimento della lingua. Conversazione di Luca Serianni con Giuseppe Antonelli

di Daniele Scarampi

Es un sentimiento nuevo, cantava la voce di Franco Battiato, il padrone del più raffinato pop nostrano della prima metà degli anni Ottanta.

Ed era un sentimento passionale, un bellissimo incantesimo, simile a quel legame affettivo ed empatico che lega ogni parlante al proprio idioma: non a caso il “sentimento della lingua” diventa sovente un trait d’union tra la parlata dei singoli individui e l’insieme delle regole della lingua, intesa come prodotto culturale di una comunità storico-sociale. Un sentimento antico, che si rinnova continuamente (es nuevo) ad ogni interazione comunicativa, ad ogni espressione di emozioni, elaborazione di idee, racconto di sogni e di realtà.

La radicale socialità di ogni lingua è dato inconfutabile; come suggeriva Tullio De Mauro nella prefazione al celebre Cours de linguistique générale di Saussure, “l’uso che una società fa della propria lingua è la condizione per cui la lingua è viable, ossia capace di vita”.

La lingua pertanto è legata alla società che l’utilizza e, con essa, muta nel tempo, quale riflesso dei cambiamenti sociali. Ne consegue che la lingua, per ogni popolo, è una fucina di formazione dei singoli e della collettività, è un libro che racconta come ognuno di noi vede e vive la vita, è un sagace demiurgo che plasma la realtà: insomma, è la carta d’identità di tutti noi.

Ecco perché – e la bella intervista a Luca Serianni, professore emerito di Storia della lingua italiana, da cui è nato il testo che di séguito andremo a commentare, lo sottolinea a più riprese – padroneggiare una lingua e la sua storia significa esercitare un certo impegno civile, nel senso di rafforzare il senso d’appartenenza a una comunità.

La funzione civile di ogni lingua è indiscutibile: adoperare con coscienza la lingua ci porta a riflettere sui presupposti del nostro rapporto col mondo, che hanno la comunicazione come pietra d’angolo; comunicare è alla base dei rapporti sociali e può influire sull’interazione che ciascuno di noi crea con il prossimo: la lingua così si fa generatrice di coscienza civica, maestra di cittadinanza attiva e consapevole. E la scuola, mediante lo studio, dovrebbe incentivare la corretta comunicazione, proprio perché  – oggi più di ieri, se teniamo a mente le tante violenze verbali e scritte che tendono a saturare la mediasfera – le materie scolastiche andrebbero affrontate in relazione al loro potenziale formativo e pedagogico.

 

Il mentore e la sua scuola

 

È da poco in libreria, dunque, edito dal Mulino, Il sentimento della lingua; un saggio-intervista dal taglio agile e amichevole, nel quale Giuseppe Antonelli, ordinario di Storia della lingua italiana presso l’Ateneo di Pavia, conversa con uno dei suoi mentori, Luca Serianni, tra i più nobili e influenti linguisti d’Italia, guida per generazioni di allievi, maestro di una vera e propria “scuola” di accademici di rilievo, a partire da Giuseppe Patota, studioso e conferenziere di prim’ordine; Serianni, infatti, è stato per svariati decenni formatore di molte personalità di spicco non solo d’estrazione universitaria, ma anche giornalistica o letteraria e la sua celebre lezione di congedo dall’insegnamento, non a caso, si è rivelata un evento senza precedenti, per partecipazione e calore (link); ciò a suffragio del fatto che il magistero di Serianni, nel tempo, è andato ben oltre l’àmbito universitario: precettore tout court per i suoi numerosi allievi, esempio di civiltà, cittadinanza e senso dello Stato, “buon maestro” con atteggiamento sempre empatico e paterno (proprio come Quintiliano arguiva: sumat magister ante omnia parentis erga discipulos suos animum), il celebre linguista romano, allievo di Arrigo Castellani, viene percepito e considerato come un modello di civitas e urbanitas per studiosi, ricercatori, intellettuali.

 

Parole e significati

 

Frutto di alcune conversazioni private, Il Sentimento della lingua torna sulle direttrici principali dell’attività di Serianni, insigne grammatico e storico della lingua, tra le quali il rapporto tra norma e l’uso, l’italiano della poesia e del melodramma, l’insegnamento scolastico e universitario.

Intanto, un concetto chiave: la lingua trasmette, oltre alla grammatica, l’idea che dietro ad ogni parola c’è una storia di significati, una stratificazione semantica fatta di arricchimenti e mutazioni. Pertanto, accanto al rinnovato studio delle categorie grammaticali e della sintassi, il lessico e la semantica (più in generale la linguistica testuale) andrebbero praticati ed esperiti con maggior continuità, in tutte le scuole d’ogni ordine e grado.

La comprensione del testo, scritto e orale, la sua scansione in sequenze concettuali o l’analisi del lessico e dei principali connettivi sono operazioni attorno alle quali andrebbe pianificata la didattica della lingua italiana.

Del resto, utilizzare correttamente un idioma non è un’operazione astratta; al contrario, bisognerebbe sempre far capire che una lingua storico-naturale va ponderata nello spessore dei suoi usi, multiformi e cangianti, per nulla ancorati a un reticolato di regole rigide presuntivamente immodificabili. L’uso che i parlanti – prima ancora che gli scriventi – fanno della lingua poco s’attaglia alla regola, anzi, sovente la reinterpreta, la riformula, la trascende.

 

Riassumere e costruire testi

 

Luca Serianni, nel Sentimento della lingua, insiste su un secondo concetto chiave: è necessario educare i ragazzi a costruire un testo, a giocarci un po’ su: ecco perché abituarsi a riassumere è una pratica didattica di gran rilievo; il riassunto infatti, soprattutto quando è vincolato, verifica simultaneamente diverse competenze, anche diverse tra di loro: comprensione del testo, capacità di gerarchizzazione delle informazioni, capacità d’espressione nella forma adeguata.

Il linguaggio è una struttura profonda e l’italiano, oggi, mostra un dinamismo evolutivo molto marcato; segno di grande vitalità, perché finalmente le distanze tra scritto e parlato si sono accorciate e nessuno potrebbe più dubitare dell’importanza nodale della comunicazione orale. Ne consegue che, per far familiarizzare i discenti con i tanti usi dell’italiano, la scuola è chiamata a una sfida decisiva, che non può prescindere dal proporre testi reali su cui esercitarsi, non frutto di invenzioni arbitrarie o costruiti per l’occasione, bensì legati ai vissuti e alla quotidianità.

 

Tra le sue braccia

 

Per concludere, la densa e ricca conversazione tra Luca Serianni e Giuseppe Antonelli ci propone un terzo concetto chiave, che Serianni sviluppa in varie direzioni, suggerendo come potrebbe essere l’italiano di domani: una lingua sollevata dalla comunità dei parlanti oltre il registro colloquiale; arricchita nel lessico al di sopra del livello di garanzia costituito dalla dotazione fondamentale; a disposizione dei “nuovi italiani” e insieme proiettata verso l’estero, in una dinamica interno/esterno che ridefinisca la vocazione di grande lingua di cultura internazionale.

Una lingua così allarga gli orizzonti stringendo a sé chi la fa sua; viceversa, chi la adopera per costruire la propria identità individuale e sociale libera la lingua nel mondo. Parafrasando il grande poeta ermetico Mario Luzi, la lingua, organismo vivo, è dentro di noi e tutti siamo tra le sue braccia.

 

Bibliografia essenziale

Luca Serianni, Il sentimento della lingua, conversazione con Giuseppe Antonelli, Bologna, il Mulino, 2019.

 

Ferdinand de Saussure, Cours de linguistique générale, con introduzione, traduzione e commento di Tullio De Mauro, Bari, Laterza, 1983.

 

Mario Luzi, Pensieri casuali sulla lingua, Edizioni Accademia della Crusca, 2003.

 

 

Immagine: L'Italia in una mappa del 1853

 

Crediti immagine: http://maps.bpl.org [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]


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