20 novembre 2018

Lingua non porta pena: sul sessismo, tra Italia e Spagna

di Gabriele Valle

Il verdetto è stato pronunciato: la lingua è colpevole. Un fragoroso clamore si solleva nell’aula del tribunale. Le grida di giubilo e di ripudio si confondono in un’aria di aspro contrasto e non consentono di avvertire che, tra la moltitudine che aveva seguito il processo, c’era un osservatore impassibile che si era domandato: «chissà per quale motivo molti se l’erano presa con la lingua, come se potesse rispondere ai capi d’accusa che le erano stati imputati?». Forse, egli aveva detto fra sé e sé, il procuratore si era affrettato a raccogliere i reclami pervenuti al suo ufficio: la lingua sta trascurando il congiuntivo e il passato remoto, aveva lamentato il grammatico; la lingua sta assorbendo sempre più forestierismi, aveva tuonato il purista; la lingua è sessista, aveva protestato la femminista.

Questa messa in scena vuole rendere evidente un modo figurato di parlare, usato spesso nei nostri colloqui domestici ma anche nelle dissertazioni dei più eruditi. Ci sono almeno due figure retoriche illustrate nel capoverso precedente: la prosopopea e la metonimia. Per mezzo della prosopopea un oggetto astratto, la lingua, è diventato un essere come noi, dotato di anima e capace di agire. Per mezzo della metonimia è stata presa l’opera per l’artefice: quello che viene attribuito alla lingua andrebbe in realtà attribuito al parlante. Può darsi, in effetti, che il parlante italiano trascuri tempi e modi verbali; che, nell’espressione colloquiale, utilizzi sempre più voci straniere; che, nel discorso formale, adoperi parole che vengono percepite, da più parti, come ingiustamente discriminanti.

 

Le raccomandazioni di Alma Sabatini

 

In questo articolo ci occuperemo del cosiddetto sessismo nella lingua, e lo faremo mettendo a confronto due esperienze nazionali, verificatesi l’una in Italia, l’altra in Spagna, due paesi uniti da una stretta parentela linguistica e accomunati da preoccupazioni idiomatiche simili.

È probabile che le osservazioni sul sessismo nella lingua siano molto antiche, ma sono diventate impresa di ricerca e di intervento istituzionale, per quanto ne sappiamo, solo a partire dagli anni Cinquanta, in concomitanza con le rimostranze dei gruppi femministi che, negli Stati Uniti e in altri paesi, protestavano a ragione per le ingiustizie storiche subite dalle donne nel mondo. In Italia, nel 1987, il Governo italiano pubblicava una guida che avrebbe segnato una svolta nel dibattito pubblico: Il sessismo nella lingua italiana. L’autrice, Alma Sabatini, perseguiva un obiettivo politico, quello di stabilire, tramite la lingua, la parità tra i sessi in maniera che la donna non ne restasse emarginata o denigrata.

Uno dei capitoli del libro conteneva raccomandazioni precise su quello che, nell’espressione pubblica, andrebbe preferito o evitato. L’autrice consigliava di evitare l’uso di uomo nel senso di ‘essere umano’ (si preferisca, ad esempio, diritti umani anziché diritti dell’uomo); consigliava pure di fuggire il maschile neutro (si dica il popolo inglese, non gli inglesi). Alma Sabatini suggeriva pure solidarietà, non fratellanza, tra le nazioni; maternità, non paternità, se riferita a un’opera composta da una donna. Raccomandava di adottare la concordanza al femminile quando, nel soggetto, i nomi sono in prevalenza femminili: Carla, Maria, Francesca, Sandra, Giacomo sono arrivate (non arrivati). Propugnava di abolire signorina, perché contraddistingue una donna per il suo stato civile. Incoraggiava ad estendere la forma femminile a tutti i nomi di cariche, professioni e mestieri esercitati dalla donna: direttrice, procuratrice, senatrice, notaia, avvocata, caporedattrice, sindaca, chirurga.

Un bilancio consuntivo, fatto a distanza di trent’anni dalla comparsa di questo meritorio lavoro di indagine che privilegiava una posizione, indica che ben poche forme auspicate allora dall’autrice della guida sono state accolte dall’uso comune, forse perché alcune destavano polemica. Le forme che si sono aperte strada, invece, sono quelle che riguardano occupazioni e ruoli: ciò che cent’anni fa veniva talvolta deriso, oggi tende ad affermarsi, forse a stento, con il consenso della comunità, buona parte della quale si è persuasa della sensatezza di volgere al femminile una serie di nomi che conoscevano solo il maschile. Capita raramente, nell’itinerario di una lingua, che un repentino mutamento getti radici sotto la spinta di una scelta consapevole che conquista l’assenso dei parlanti.

 

Josefina Martínez e il maschile inclusivo

 

In Spagna la questione del sessismo nella lingua tiene banco da molto tempo ormai. Ne dà testimonianza una richiesta fatta, nel luglio del 2018, da un’alta carica dello Stato alla Reale Accademia Spagnola. Carmen Calvo, vicepresidente del Governo e ministra di Stato, annunciò allora che avrebbe chiesto all’Accademia di rivedere il linguaggio della Costituzione politica di Spagna al fine di renderlo più inclusivo. La prima cosa che balza agli occhi, riguardo a questa richiesta, è il pensiero della funzionaria, convinta che un’accademia sia una sorta di corte costituzionale che, con autorità inappellabile, decide che cosa è corretto e che cosa non lo è. Gli accademici, in Spagna e in altri paesi, sono più servi che signori: essi, come i notai, fanno fede di ciò che accade sotto i loro occhi; certificano cioè quello che l’uso comune ha sancito (‘consacrato’ in latino). Gli accademici, tutt’al più, aiutano a distinguere i registri della lingua, divisi, secondo un determinato criterio, a seconda del loro grado di formalità. Se la norma colta viene richiesta dal parlante che cerca consiglio, gli accademici si limitano ad additarla come esempio da seguire.

Le reazioni alla richiesta politica non si fecero attendere in seno all’Accademia spagnola. Uno dei suoi membri, Josefina Martínez, esperta di filologia romanza, reagì senza eufemismi definendola un «despropósito». La lingua, sottolineò, non vive di spalle alla società; vive per servirla attraverso le proprie norme. L’economia è la legge che informa tutte le attività umane, la lingua compresa, aggiunse categorica, alludendo probabilmente al pensiero di Martinet. La linguista concluse rammentando che, in spagnolo, il maschile è inclusivo, il femminile no. E, forse provocatoriamente, lanciò una sfida: qualcuno pretende seriamente che il codice della strada si rivolga a guidatori e guidatrici, che l’ospedale si riferisca a malati e malate, che il fedele, recitando l’Ave Maria, dica «prega per noialtri e per noialtre, peccatori e peccatrici»?

 

Villanueva e i 574 milioni di ispanofoni

 

Darío Villanueva, direttore dell’Accademia, interrogato dalla stampa sulla richiesta, rispose con circospezione. Dichiarò che l’istituzione da lui rappresentata, qualora avesse ricevuto tale proposta ufficiale, «si sarebbe conformata alla dottrina» e «non avrebbe perso di vista la dimensione dello spagnolo come lingua, che comprende non 47 milioni di spagnoli ma 574 milioni di ispanofoni». In questo modo Villanueva scelse un modo cauto di dire che, senza l’adesione dei parlanti, la lingua non avrebbe compiuto un passo in alcuna direzione, checché ne dicessero gli insoddisfatti. A quale dottrina egli si era riferito in primo luogo? A quella che, in merito alla materia, con l’avallo unanime dell’intera Accademia, era stata elaborata, tempo addietro, da un altro suo membro, Ignacio Bosque.

Bosque è un insigne linguista castigliano titolare della cattedra di Lingua spagnola all’Università Complutense di Madrid. Nel 2012 aveva dato alla luce un rapporto intitolato Sexismo lingüístico y visibilidad de la mujer, in cui esponeva cose notissime da sempre e ribadite in tempi più recenti. Nelle prime battute Bosque constatava che, nel giro di pochi anni, erano apparse, in Spagna, non poche guide del «linguaggio non sessista», pubblicate da municipi, atenei, sindacati e altri enti.

Le guide, riconosce Bosque con tono encomiastico, partono da premesse largamente condivise con spirito solidale: la donna è oggetto di discriminazione, per esempio nel trattamento salariale; la lingua viene a volte impiegata in modo sessista; la presenza della donna, in certi ambiti della vita pubblica, non di rado viene offuscata; certe istituzioni, anche internazionali, si propongono giustamente di abolire l’uso sessista della lingua. Tutte queste idee spronano numerosi autori a concludere che una parte della soluzione passa dalla violazione, imposta dall’alto, delle convenzioni implicite nella lingua di tutti. Essi suppongono, scrive Bosque, che «il lessico, la morfologia e la sintassi della nostra lingua debbano rendere esplicita, in modo sistematico, la relazione tra genere e sesso; ne conseguirebbe che le espressioni verbali che non si attenessero a tale direttiva sarebbero sessiste, in quanto non garantirebbero la visibilità della donna».

 

Bosque, le guide e le norme

 

Tuttavia tali guide, osserva Bosque, sono state compilate quasi sempre senza la partecipazione dei linguisti e, nella maggior parte dei casi, danno per scontato che a decidere se una certa espressione sia sessista dovrebbe essere la donna o chiunque si opponga alla discriminazione su base sessuale. Alcune guide, egli annota, calpestano addirittura norme sintattiche o lessicali solidamente radicate in tutti i domini della lingua spagnola. Solo una guida su nove, evidenzia il glottologo, accetta il maschile generico, accettandone cioè il carattere inclusivo. Eccone qualche esempio, tradotto in italiano e valido anche in italiano: «il lavoratore deve esigere i propri diritti»; «l’alunno deve presentarsi puntualmente in aula»; «colui che lo vedrà capirà»; «gli spagnoli voteranno domenica». Le altre guide censurano questo uso del maschile, che, stando agli autori, confina la donna nell’invisibilità.

Ma gli avvocati e le avvocate della visibilità, precisa Bosque, non tengono conto che la presunta parte lesa, composta dalle donne, è meno coesa di quanto diffusamente ritengano i patrocinatori della causa. Tra le donne non c’è affatto consenso sul preteso sessismo nella lingua; e quando il consenso c’è, non c’è sempre accordo sul modo di contrastarlo. Per esempio le scrittrici di tutto il mondo ispanico non hanno mai piegato il capo alle direttive antisessiste. Non se ne sono mai curate neppure le scienziate ispanofone. Una volta un’illustrissima biologa asturiana, Margarita Salas, affermò durante un solenne atto accademico: «noi scienziati abbiamo il dovere di divulgare la scienza in modo rigoroso ma accessibile»; poi si riferì ai «quaranta dottorandi che si sono formati nel mio laboratorio». È ovvio, commenta Bosque, che Salas non intendeva escludere le donne votate alle scienze naturali e tantomeno le sue ex allieve.

Per la verità, se tutti i parlanti seguissero i consigli forniti dalle guide sarebbe una fatica parlare in spagnolo, sostiene Bosque (sarebbe una fatica parlare anche in italiano, aggiungiamo noi). Come si accennava, la lingua è retta dal principio di economia. Ecco quello che avverrebbe in un discorso ligio alle nuove regole: i bambini e le bambine del secondo anno, accompagnati dagli insegnanti e dalle insegnanti, hanno organizzato un’attività che coinvolge cugini e cugine, zii e zie, amici e amiche. Si avverta nondimeno che le guide non sono affatto sprovvedute: si premurano di chiarire che tale differenziazione di genere è adatta solo al linguaggio formale. Le loro direttive «vanno applicate, nello scritto, ai testi legali o amministrativi; nel parlato, ai discorsi pubblici e alle conferenze stampa». Ne deriva che, al di fuori del livello formale della lingua, ciascuno è libero di esprimersi come preferisce.

 

Linguaggio corrente e stile sorvegliato

 

Di conseguenza, annota Bosque acutamente, le guide che propongono di forzare gli usi più consolidati della lingua ne prendono di mira solo uno, non quello ordinario in cui ci si intende chiaramente senza amare lagnanze. Non si contano vittime né feriti in una conversazione in cui qualcuno dice «vado a cena con i miei amici» o «devo prendere i miei figli a scuola». Di solito chi ascolta capisce pacificamente che, in tali usi, da parte del parlante, non c’è la volontà di escludere le amiche e le figlie. In altre parole, le guide sembrano accettare di buon grado che, riguardo al maschile generico, quello che va bene per il linguaggio corrente non va bene per quello sorvegliato. A questo punto emerge uno iato arbitrario. Se, nella comunicazione ordinaria, nessuno si sente disturbato per l’impiego del maschile generico, allora perché qualcuno dovrebbe rimanerci male se si facesse un salto in alto nel registro linguistico? Quell’ala del femminismo che alimenta lo spirito di qualche guida usa due pesi e due misure.

Bosque si pone una domanda utile: se è la storia della lingua a fissarne la struttura lessicale e sintattica, quanto efficace può essere una guida che, in nome della visibilità, si prefigga di modificare tale struttura? Nessuno ha mai negato, egli conclude, che la lingua rifletta, specialmente nel lessico, distinzioni di natura sociale, ma è discutibile che l’evoluzione della sua struttura dipenda dalla scelta consapevole dei parlanti o che tale struttura si possa controllare attraverso norme di politica linguistica.

 

L’uso è contro l’imposizione

 

Si è parlato finora di un tratto singolare della grammatica, ossia il maschile generico. Tale maschile esiste in ogni lingua latina come parte integrante di un patrimonio tramandato dai nostri progenitori romani. Non ha mai toccato la massa dei parlanti, femmine e maschi, al punto tale da indurli a generare un’alternativa. Infatti, in secoli e secoli di sedimentazione storica è rimasto immutato. Il maschile generico della lingua è talvolta visto come il sintomo di un androcentrismo ancestrale, ma l’androcentrismo non implica affatto discriminazione. Quanto alla lingua, in generale, essa non è la causa né il rimedio delle ingiustizie subite dalle donne, ma è senz’altro l’opera della nostra psicologia collettiva.

In una società che si vanti del valore di ogni singola persona non c’è posto per la disparità di trattamento. Non occorre perdere di vista, tuttavia, che se la battaglia contro la disparità si combatte sul terreno della lingua, è l’uso comune a decretare la vittoria o la sconfitta di un modo di esprimersi. L’uso comune, diceva Orazio, è il vero arbitro della lingua. È giusto che chi ha buone ragioni per incanalare in una direzione l’andamento dell’idioma esponga e difenda il proprio pensiero, anche con ardore. Non sembra giusto, invece, imporre ciò che l’uso comune respinge. D’altra parte non è saggio prendersela con la lingua, perché comunque lingua non porta pena, o, come si direbbe in inglese, non va bene sparare al messaggero.

 

 

 

Immagine: Johnny Cyprus [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], from Wikimedia Commons


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0