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Bollicine di parole: un piccolo glossario spumeggiante

Il mese di dicembre, con le feste di fine anno, è il momento più favorevole per i vini spumanti. Garantisce ai produttori un volano commerciale, ma d’altro canto li preoccupa, perché questa stagionalità sfavorisce le vendite in altri periodi dell’anno. Inoltre – e questo è forse l’inconveniente maggiore – continua a veicolare una percezione settoriale di questo tipo di bevanda.

La difficoltà a considerare lo spumante un vino a tutti gli effetti trapela anche dalla confusione con la quale è nominato. A seconda dei periodi storici, diverse opzioni lessicali hanno avuto più o meno fortuna.

 

SPUMANTE

 

Spumante appare oggi il vocabolo da evitare. Desueto, stantio, quasi degradante, questo aggettivo (o participio presente) sostantivato è visto come fumo negli occhi dagli operatori del settore, siano vignaioli, sommelier o giornalisti. Probabilmente paga lo scotto di una fase storica (il secondo Novecento) in cui designava l’alternativa economica allo champagne, ovviamente con prestigio ben inferiore. A torto o a ragione, spumante ha finito per incarnare un’idea commercialmente penalizzante, e dunque da bandire. È un peccato, perché sia il suo senso sia il suo suono sia la sua etimologia mi sembrano nobili e delicati, proprio come la tipologia di vino che denomina. Inoltre, il disuso è anche un danno linguistico, in quanto è il vocabolo adatto a fungere da iperonimo, ovvero a raggruppare appropriatamente sotto di sé tutti gli altri.

 

CHAMPAGNE

 

La sfortuna di spumante è forse dovuta anche al fatto che non implica alcuna delimitazione geografica, qualità che l’intenditore (o il millantatore) esige sempre più spesso in un vino. Proprio su questo terreno dovrebbe distinguersi la parola champagne, anche se non è sempre così. A mezza via tra nome proprio e nome comune, champagne, infatti, si riferisce a un vino spumante unico e particolare: quello prodotto solo nell’omonima regione d’Oltralpe attraverso un metodo vitivinicolo ben definito. Diversamente da quanto accade tuttora, non può dunque essere impiegato per nessun altro spumante al mondo, ma neanche per nessun altro spumante connazionale. L’espressione champagne francese è scorretta e, tutt’al più, può essere considerata un inutile, ingannevole pleonasmo.

Lo champagne è uno spumante, ma uno spumante non è affatto automaticamente uno champagne.

 

METODO CHAMPENOIS

 

Per gli stessi motivi, occorre cautela nell’usare la dicitura metodo champenois (è aperta la diatriba sul genere: in francese è méthode champenoise, femminile, ma il maschile italiano dovrebbe logicamente fare cadere la e finale dell’aggettivo). Proprio perché etimologicamente legato al prestigio della regione d’origine, dal 1994 l’uso di metodo champenois, in tutte le lingue, è legalmente vietato al di fuori della Champagne, anche nel caso in cui la tecnica di produzione sia identica. Numerose battaglie giudiziarie e diplomatiche si sono combattute su questo terreno giuridico-lessicale. Quasi tutti i paesi del mondo hanno finito per rinunciare a pretese sui termini champagne e champenois(e), siglando accordi ufficiali. Fanno singolarmente eccezione gli Stati Uniti, che continuano a etichettare i loro spumanti incurantemente.

 

METODO CLASSICO O TRADIZIONALE

 

L’alternativa congegnata per ovviare a questa proibizione è la dicitura metodo classico, o metodo tradizionale, che indica un vino spumante ottenuto con la rifermentazione in bottiglia di un vino base, proprio come avviene in Champagne. Lo champagne è dunque uno spumante metodo classico, ma un metodo classico è champagne solo se prodotto in quella regione.

 

CHARMAT E MARTINOTTI

 

Le controversie linguistiche sulla tecnica usata per produrre uno spumante non finiscono qui. Se la rifermentazione non avviene in bottiglia ma in un’autoclave (un grande silos ermetico ad uso enologico), si ottiene uno spumante metodo Charmat. Ancora una volta la disfida inter-alpina è all’ordine del giorno: il patriottismo italiano propugna talvolta la dicitura metodo Martinotti. La sostanza non cambia, ma il dibattito riguarda l’inventore di questa tecnica: il piemontese Federico Martinotti, che ne inventò e brevettò il principio, o il transalpino Jean-Eugène Charmat che, qualche anno dopo, fece altrettanto con la relativa applicazione industriale? Nell’uso corrente sembra avere avuto la meglio Charmat, un po’ come Gustave Eiffel impose il suo nome a un progetto di torre acquistato dai suoi collaboratori Maurice Koechlin ed Émile Nouguier.

 

SBOCCATURA E DÉGORGEMENT

 

Se lo spumante metodo Charmat è imbottigliato dall’autoclave senza altre operazioni, il metodo classico, dopo la rifermentazione, richiede invece un’ultima operazione per eliminare i residui di lieviti rimasti imprigionati nella bottiglia. Questa manovra si chiama sboccatura, sorta di calco non molto felice del francese dégorgement. Poiché, si sa, i transalpini dicono tutto con maggior classe – e gli italiani disconoscono volentieri il lessico patrio senza che sia loro richiesto – dégorgement ha sempre avuto miglior fortuna.

 

SCIABOLATURA O SABRAGE

 

Da non confondere con la sboccatura è la sciabolatura (calco di sabrage, da sabre 'sciabola'). Trattasi di pratica spettacolare e barbara, tramite la quale l’aspirante bevitore, anziché rimuovere il tappo della bottiglia servendosi delle idonee terminazioni degli arti superiori, predilige un’arma bianca con la quale decapita il contenitore in vetro, ottenendo così un sicuro effetto di meraviglia negli astanti.

 

Rimangono da affrontare almeno altri tre vocaboli spinosi.

 

PROSECCO

 

Il primo è prosecco, vittima di un equivoco non troppo dissimile da quello che riguarda champagne. Poiché questa varietà di uva triveneta ben si presta a dare vini spumanti (perlopiù Charmat), le due categorie sono spesso colpevolmente confuse. Tuttavia, il prosecco è un vitigno che può essere vinificato spumante, frizzante ma anche come vino fermo. Non può essere considerato sinonimo di spumante, giacché, come detto, non tutti i prosecchi lo sono, e non tutti gli spumanti sono prodotti con uva prosecco, tutt’altro. Entrando nel bar del vostro quartiere, non chiedete dunque «un prosecchino», se desiderate ordinare un qualunque spumante.

 

BOLLICINE

 

Torniamo così al via: se rinneghiamo la parola spumante, dobbiamo trovarle un’alternativa efficace. Negli ultimi anni si è imposto il vocabolo bollicine (bolle o bolla, per gli amici),usato come metonimia. Questa scelta – molto easy, trendy e molto “ape”sposta l’attenzione dal vino al biossido di carbonio in esso disciolto, valorizzando dunque il secondo a discapito del primo. «Andiamo avanti così: facciamoci del male».

 

VINO EFFERVESCENTE?

 

Una valida alternativa potrebbe consistere nel copiare ancora una volta i francesi, che come sinonimo di spumante (mousseux) hanno scelto vin effervescent, che fa a sua volta da iperonimo, poiché contiene anche i vini frizzanti. Vino effervescente trova però, sul piano commerciale e comunicazionale, l’agguerrita concorrenza delle acque minerali, ed è dunque forse destinato a soccombere.

 

Come uscire dal guado? Talora le vecchie strade, se ancora funzionali, possono essere le migliori: perché allora rinnegare un vino che spumi o spumeggi?

 

Samuel Cogliati

 


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