06 dicembre 2019

I nomi dei vini, tra territorio e impresa

di Silvia Gilardoni

Il nome di un vino è il suo nome proprio, considerato come un nome commerciale, in quanto va a designare un prodotto che arriva sulla tavola del consumatore.

L’etichetta della bottiglia è indubbiamente la forma di comunicazione principale con cui un vino si presenta e il nome ne è una parte essenziale: permette di individuare il prodotto commercializzato e, come tale, è soggetto alle indicazioni normative di riferimento dei disciplinari di produzione e dell’etichettatura dei vini. Ma il nome può anche essere considerato come il “titolo” di quel genere testuale che Vedovelli chiama “enogramma”, l’insieme di etichetta e controetichetta della bottiglia, in cui il vino racconta di sé attraverso descrizioni dell’esperienza degustativa, informazioni sulla produzione o riferimenti storico-culturali e geografici.

I nomi dei vini italiani riportati sull’etichetta possono essere identificati in base a diversi livelli di denominazione, con caratteristiche linguistico-semantiche proprie: la denominazione di vendita, relativa al tipo di vino commercializzato, il marchio dell’azienda vitivinicola e il marchio individuale di un vino.

 

Toponimi, antroponimi e vitigni

 

Il principale nome commerciale per ogni tipo di vino è la sua denominazione di vendita, che individua il contenuto della bottiglia e rappresenta quindi un elemento obbligatorio dell’etichetta.

Per i vini IGP e DOP (a Indicazione Geografica Protetta e a Denominazione di Origine Protetta, corrispondenti alle menzioni tradizionali IGT, DOC e DOCG) sono usate le diverse denominazioni riconosciute dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali come marchi di qualità con i rispettivi disciplinari di produzione. Si tratta di un tipo particolare di marchionimi, i cosiddetti “enonimi”, secondo la terminologia di Gałkowski, che risalgono a toponimi o a nomi geografici relativi a una zona viticola, come Barolo, Chianti, Colli Piacentini, Lazio o Valcamonica; alcuni possono anche comprendere il nome di un vitigno, come Barbera del Monferrato o Aglianico del Vulture.

Tra i vini senza denominazione di origine si distinguono i cosiddetti vini varietali, individuabili con enonimi che indicano la varietà di vitigni impiegati (come Cabernet, Chardonnay o Merlot).

Dalle caratteristiche degli enonimi emerge il legame tra il vino e il territorio, fattore essenziale del marketing del vino nella tradizione enologica europea e italiana in particolare. Tale legame, infatti, non riguarda solo il versante della produzione vinicola, ma anche la prospettiva del consumatore, che di solito, soprattutto se non è un consumatore esperto, si fa guidare nell’acquisto dal territorio di origine del vino o dal tipo di vitigno, anch’esso tipico di un territorio.

Insieme alla denominazione di vendita deve comparire sull’etichetta anche l’indicazione dell’azienda imbottigliatrice, ossia il marchio aziendale. Nel settore vitivinicolo il nome di un’azienda corrisponde spesso al nome del fondatore di una casa vinicola o a quello della famiglia, oppure al nome della cantina, del casale o della località dove ha sede l’azienda; sono marchionimi che in genere nascono per un processo di transonimizzazione da antroponimi, come i marchi Pio Cesare o Marchesi Antinori, o da toponimi, come nel caso di Cà del Bosco, Tenuta San Guido o La Versa.

Il settore del vino risulta così caratterizzato dalla compresenza di due elementi, il territorio e l’impresa, che interagiscono e si influenzano reciprocamente: il legame tra il vino e il territorio, che si manifesta a livello linguistico nell’uso degli enonimi, rappresenta un’istanza di discorso collettiva, da cui dipende il discorso delle singole aziende che si rivolgono ai consumatori attraverso il marchio aziendale e i nomi dei loro prodotti.

 

I nomi dei prodotti

 

Il nome dato a uno specifico prodotto vinicolo diventa il marchio individuale di un vino, un altro nome commerciale che si aggiunge al marchio aziendale, secondo una distinzione nota agli studi economici e ripresa da Caffarelli. Si tratta di un’indicazione facoltativa in etichetta, legata all’esigenza di identificare un prodotto ed evidenziarne il carattere distintivo.

Procedendo con un’analisi linguistico-semantica di un campione di marchi individuali di vini, nella direzione degli studi sui marchionimi di Cotticelli Kurras, si è riscontrato che la maggior parte dei marchi di prodotto rievocano il binomio vino-territorio e il legame con l’azienda, attraverso nomi, prevalentemente risultanti da materiale linguistico esistente, ma anche con casi di neoformazioni, che identificano le zone di produzione e le tecniche di vinificazione e viticoltura o che sono legati ad aspetti storici, culturali e tradizionali della zona e dell’azienda, come per esempio: nomi creati da microtoponimi (nomi di vigneti, come il “San Lorenzo” Rosso Conero DOC di Umani Ronchi, o di tenute vinicole, come il “Nozzole” Chianti Classico di Ambrogio e Giovanni Folonari) o da toponimi (Nato in Sicilia, Torveto, dall’incrocio dei lessemi Torgiano e Orvieto); nomi che richiamano l’ambiente naturale o la tipologia del territorio (Cipressi, Piani di Tufara, Ghiaie della Furba); nomi che rimandano al processo di vinificazione (Elogio alla Lentezza, Zerolegno) e di viticoltura (Capovolto, Vetusto) o ai tipi di uve (Ilmerlot, Pinero da Pinot + nero, Nebbio come abbreviazione di Nebbiolo); nomi che individuano luoghi, persone o riferimenti, anche letterari e mitologici, legati alla storia e alla cultura del territorio (Vecchia Contea, San Giorgio, Grida della Biade, Tancredi); antroponimi, microtoponimi o altri tipi di nomi legati alla storia della famiglia e dell’azienda (Maurizio Zanella, Donna Cora, Villa Antinori, Le due sorelle, Nozze d’Oro).

Se la lingua prevalentemente usata è l’italiano, l’uso di lingue diverse può contribuire a segnalare l’appartenenza del vino al territorio, alla sua storia e all’azienda, come nel caso dell’uso di voci dialettali, del latino e di lingue legate alla cultura del territorio, come ad esempio l’arabo, il sardo o il tedesco (per vini siciliani, sardi e altoatesini).

Un altro campo di associazioni semantiche dei nomi riguarda il consumo del vino, con riferimenti alle caratteristiche organolettiche e alla qualità del prodotto, con nomi come Rosso Puro, Violante (per un tipico bouquet di viola), Aurente (per la preziosità dell’oro nel colore e nel gusto), Brezza (per il gusto rinfrescante), Modello.

 

Nomi, lingua e cultura

 

Se il nome comunica l’identità di un vino, segnalandone l’origine, l’appartenenza a un territorio e a una storia, la varietà e la creatività onomastica dei nomi commerciali dei vini costituiscono un oggetto di interesse linguistico e culturale e rappresentano un elemento di conoscenza che può contribuire alla diffusione dell’immagine della produzione italiana di qualità e, dunque, alla promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo.

 

Testi citati e letture di approfondimento

Caffarelli E., Nomi commerciali, Enciclopedia dell’Italiano, 2011 (link)

Cotticelli Kurras P., Dal Drivecaffè alla Snackerina… Neoformazioni dei marchionimi italiani: tendenze a cavallo del secolo, in Cotticelli Kurras P., Ronneberger-Sibold E. (a cura di), Il linguaggio della pubblicità italiano e tedesco: teoria e prassi – Italienische und deutsche Werbesprache: Theorie und Praxis, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2012, pp. 85-103.

Cotticelli Kurras P., La struttura morfologica dei marchionimi italiani nel XX secolo (fino agli anni ’80), in Arcamone M.G. et al. (a cura di), I Nomi nel tempo e nello spazio. Atti del XXII congresso internazionale di scienze onomastiche (Pisa, 28 agosto - 4 settembre 2005), ETS, Pisa 2008, pp. 695-709.

Gałkowski A., Problemi di terminologia onomastica. Contributi per un dibattito, “Rivista italiana di onomastica”, 16, 2, 2010, pp. 604-624.

Gałkowski A., Dalla Fiat alla Lavazza con una sosta dolce alla Nutella... La conoscenza dei nomi commerciali come elemento della competenza linguistica e interculturale in italiano L2, “Italica Wratislaviensia”, 2, 2011, pp. 79-93 (link).

Gilardoni S., I nomi dei vini italiani. Tra denominazioni di origine, marchi aziendali e marchi di prodotto, “Lingue e Linguaggi”, 22, 2017, pp. 113-136 (link).

Rea A., D’Antone S., La sistemicità presupposto del valore della marca territoriale. Un’analisi sul mondo del vino Made in Italy, “Sinergie”, 83, 2010, pp. 179-200.

Vedovelli M., Speranza S., Seduzione e informazione: il risvolto dell’etichetta. Note per una enogrammatologia, in Basile E. - Germanò A. (a cura di), Agricoltura e alimentazione tra diritto, comunicazione e mercato: verso un diritto agrario e agro-alimentare della produzione e del consumo, Giuffrè, Milano 2003, pp. 49-104.

Vedovelli M., Gli enogrammi: seduzione, prelati tedeschi, surdeterminazioni (link).

Vedovelli M., L’enogrammatologia: parlare di vino, in R. Bombi – V. Orioles (a cura di), Italiani nel mondo. Una Expo permanente della lingua e della cucina italiana, Udine, Forum 2015, pp. 125-144 (link).

 

Immagine: Vini

 

Crediti immagine: Jorge Domínguez Marenco [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]

 

 


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