Webete: fare il tifo per o contro le parole nuove

Era successo con petaloso. È successo di nuovo con webete. Ormai, ogni parola nuova rilanciata dalla grande balestra informatica dei social media plana velocemente sulla corteccia cerebrale delle migliaia di frequentatori proattivi della Rete. Innesca sinapsi, rinfocola emozioni, stuzzica l'interventismo verbale. Piace, pollice alzato, like o cuoricino battente; non piace, pollice verso, parole di fuoco, “perché è brutta”, “perché chi si crede di essere quello che l'ha inventata”, “perché non è vero che è nuova”, “perché non serve a niente”. E, infine, immancabile, la domanda: “Ma che cosa dice l'Autorità? Dove si nasconde il Grande Giudice delle parole? Insomma, Accademia della Crusca, fatti avanti, di' qualcosa, batti il pugno, metti(ci) o metti(li) in riga!” (sotto sotto, la speranza è che la Crusca cassi, castri, espella il nuovo e ceselli, infiocchetti, monumentalizzi l'esistente). Povera Crusca, condannata a fare sia il vigile in una città senza semafori sia l’entità misericordiosa che rassicura i figli circa la beata intangibilità della madrelingua (la mamma non si tocca!).

 

“L'Accademia non compila vocabolari”

 

La Crusca, naturalmente, dà risposte impeccabili. Per restare a webete (di petaloso abbiamo scritto qui), gli accademici fiorentini – tramite twitter – hanno cercato di soddisfare la curiosità di tutti e in primo luogo di accontentare quanti, numerosi, avevano segnalato la parola al sito dell'Accademia: «Grazie a tutti per le segnalazioni di #webete. Se continuerete a usarlo, sicuramente potrebbe venire registrato nei vocabolari!». Apriti cielo! Il passaparola retaiolo trasforma respiri in sospiri, sospiri in tempeste, tempeste in scie chimiche. La Crusca ammette che si possa usare la parola!; anzi, spinge perché la si usi!; anzi, l'ha già “inserita”! Paziente, da Firenze giunge la precisazione: «L'Accademia non compila vocabolari dal 1923, e nemmeno decide sull'inserimento delle nuove parole». Insomma, non c'è un'Autorità legiferante in materia di lingua, in Italia. Ci provò il fascismo, con risultati modesti (autocarro per autocar, assegno per check) o nulli (qui si beve non soppiantò bar, calceggio non ebbe la meglio su dribbling, puttanambolo non prevalse su tabarin), cedendo perfino a velate ammissioni di forestierismi utili, acclimati e inestirpabili (babà, banjo, clown, club). Allora come oggi, a proposito dei possibili neologismi, vale sempre ciò che ha scritto, a proposito di webete, la Crusca, con poche parole cariche di significato: «dipende da voi, anzi... da tutti noi», riferendosi ai singoli parlanti e scriventi, i quali, insieme, fanno massa critica, potenzialmente decisiva. Insomma, è l'uso effettivo che comanda. E all'uso non si comanda.

 

Il «sentimento linguistico» degli italiani

 

Luca Serianni ha scritto più volte a proposito del «sentimento linguistico» che muove i quesiti, le proteste, le reazioni dei parlanti che si rivolgono alla Crusca (o alla Treccani, o ai giornali) per stanare quelli che interpretano come attentati alla lingua italiana, sentita come bene proprio e fonte di identità – molto più della res publica e delle norme della civile convivenza -. «Il lettore […] è sensibile all'autorità di dizionari e grammatiche, ma in primo luogo alla norma linguistica interiorizzata, così com'è andata stratificandosi non tanto sulla base della propria esperienza di parlante, quanto sull'immagine di lingua che si è formata soprattutto negli anni di scuola». A molti sfugge che tante delle “regole” trasmesse dalla scuola non hanno in realtà ragion d'essere e che, di base, è antistorico, parziale e, al limite, infantile praticare il gioco della torre, del duello senza scampo tra “sì” e “no”, disfide che trasformano ogni dubbio in una specie di ordalia, dalla quale il responso divino farebbe uscire la lingua “purificata” dall'“errore”.

 

Le orde barbare

 

Se – come spessissimo accade – il linguista non risponde con la lama insanguinata del militante, ma gestendo i pesi e i contrappesi della storicizzazione che inquadra il quesito in un contesto più ampio, articolato, dialettico, il parlante resta deluso: frustrato è il suo logicismo astratto, confermata è in lui la «convinzione di un'inarrestabile decadenza dell'italiano». L'italiano, che proprio negli ultimi cinquant'anni, dopo secoli di esistenza elitaria, è diventato finalmente «codice condiviso dalla grande maggioranza dei cittadini», viene percepito come una roccaforte abbandonata dai suoi alti custodi, degradata dall'inciviltà di molti dei suoi abitanti (che sono sempre gli “altri”, mai “noi”) e presa d'assalto e invasa dalle orde barbare (tutte le citazioni precedenti sono tratte da Luca Serianni, Prima lezione di grammatica, Laterza, 2006, pp. 52-3).

 

Non vale: è vecchio, non nuovo

 

Per questo, è di ripulsa istintiva la reazione automatica alla parola nuova, italiana o di origine straniera, tipicamente angloamericana. Il giudizio quasi sempre è fondato su una sorta di impressionismo estetico (“è brutta!”), che è, evidentemente, un terreno scivolosissimo e inadeguato per ragionare (e giudicare). Nel caso di webete, qualcuno ha pensato che sottrarre la patente di novità significasse, come dire, declassare la parola. A parte che le retrodatazioni non sono un marchio d'infamia, anzi, caso mai, un segno di vitalità e, se numerose, di “necessità” di una parola, webete, in Il gergo telematico (1993-2003) di Maurizio Codogno viene definito «utente che considera Internet composta solamente dalla WWW». Si tratta dunque sì di una precedente attestazione, ma anche di una diversa accezione, alla quale, caso mai, si aggiungerebbe quella attuale di «utente che frequenta internet mostrando faziosità e ignoranza nei suoi interventi tramite social network, forum, blog, ecc.».

 

Non vale: e se passa e va?

 

Altri, più raffinati, hanno pensato di cambiare la prospettiva: non si tratterà, comunque, di una mera, narcisistica invenzione d'autore (Enrico Mentana), un occasionalismo contingente, destinato a cadere presto nel dimenticatoio, una volta spenti i riflettori della cronaca? In effetti, è possibile che le cose vadano così; ma anche che vadano in modo diverso (dipende «da tutti noi», direbbe la Crusca). Ricorda Licia Corbolante nel suo blog Terminologia etc. che il successo di una nuova parola, oltre che dagli eventuali entusiasmi iniziali, «dipende infatti anche da altri fattori: frequenza: si affermano le neoformazioni usate spesso e continuativamente; varietà d’uso: le parole devono poter essere usate in contesti e in registri diversi; produttività: hanno più successo le parole da cui possono derivarne altre; rappresentatività: si affermano le parole che denominano nuovi concetti e colmano vuoti lessicali o terminologici. Solo fra qualche mese sapremo se webete sarà definitivamente entrato nell’uso e in che contesti, e se e come si differenzierà da troll, imbecille dei social* o altre descrizioni già esistenti».

 

Troviamo l'articolo

 

In effetti, per quanto ironicamente un filo sopra le righe, la parola webete avrebbe le carte in regola in quanto a efficacia, perché si capisce al volo, suona bene, è difficile da confondere con altre parole ed è facile da ricordare. Inoltre, la parola macedonia (web + ebete) rispetta le regole fonomorfologiche dell'italiano. Grossomodo, però, perché, a voler proprio essere pignoli, web non è conforme alla fonomorfologia nostrana. Come si pronuncerà w iniziale? Suona come v o come u? Diciamo, però – storicizzando, appunto, e non ragionando astrattamente – che ormai una certa masticazione della pronuncia inglese si è fatta strada ed è da dare come acquisita nei ceti acculturati e nelle nuove generazioni. Tutti sappiamo che web si pronuncia ueb. Si può verificare, forse, una discrasia nella scelta dell'articolo, nel caso del maschile. Il o l(o)' webete? Edotti dall'uso di altre parole inglesi penetrate in italiano e note da tempo, come whisky, e, di fatto, come il più recente web, ci sentiamo di dire che la discrasia sembra già esser stata riassorbita: tutti diciamo il whisky, i whisky, un whisky, il web; tutti (presumibilmente) diciamo, diremmo o diremo il webete, i webeti, un webete. Vale, insomma, la nota interiorizzazione, nell'italiano odierno, di w iniziale che, all’occhio, viene percepita come una consonante piena, anche se pronunciamo la w di webete come fosse la semiconsonante u (cioè seguita da vocale, come nel caso di uomo).

Insomma, senza sognarsi essere pro o contro, chi ha scritto questo articolo non si sente così ebete da chiudere la porta in faccia al webete.

 

Silverio Novelli

 


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