21 gennaio 2010

Ho sentito utilizzare colloquialmente la forma verbale "perprimere", per indicare una situazione che lascia perplessi. È un uso corretto?

Alessandra Caricato

Come correttamente scrive la signora Caricato, si tratta di un uso proprio della lingua colloquiale, con l'avvertenza che stiamo parlando di perplimere e non perprimere (può darsi che qualcuno, nel centro-sud d'Italia, realizzi vibrante la laterale - l -). In particolare, la ricostruzione pseudo-etimologica di un infinito perplimere a partire dall'aggettivo perplesso, interpretato come forma di participio passato, va fatta risalire a deformazioni scherzose tipiche del linguaggio giovanile.

Perplimere 'essere perplesso', coniugato come intransitivo pronominale (mi perplimo, ecc.), proverrebbe dal "parlar giovane" settentrionale (milanese e torinese; cfr. Renzo Ambrogio-Giovanni Casalegno, Scròstati gaggio! Dizionario storico dei linguaggi giovanili, Utet Libreria 2004, p. 322, s. v.). Corretto o non corretto? Come tutti gli usi giocosi della lingua, anche questo è lecito nelle situazioni informali e nei contesti colloquiali che rendono piacevoli tali trasparenti deformazioni.

Aggiungiamo che l'aggettivo perplesso risale sì a un participio passato, ma latino, perplexu(m) 'intricato, confuso', da perplectere 'intrecciare' (per 'attraverso' e plectere 'intrecciare').


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