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DOMANDA

È corretto scrivere "chissaddove"? Nel consultare il vocabolario alla voce "chissa", in ultimo rigo, si legge: "anche... chissaddove". Quest'ultimo termine, però, se lo si digita nella barra di ricerca non sfocia in risultato.

RISPOSTA

In effetti non è così consueto trovare attestazioni scritte di questa forma univerbata, nella quale, cioè, più elementi distinti si trovano riuniti a formare un’unità grafica. Si tratta di una trascrizione piuttosto fedele della pronuncia reale della catena fonica costituita da chissà e dove, in cui, dopo la parola con l’accento tonico sull’ultima sillaba, si produce il raddoppiamento della consonante seguente. Lo stesso accade con altre forme univerbate come – per citarne un paio molto informali e tipiche del parlato – vabbè o chissenefrega. Si tenga conto che, nella realtà storica della lingua, molto spesso tale fenomeno viene stabilmente lessicalizzato: già che  nel tempo viene scritto giacché; più tosto diventa piuttosto; se bene dà luogo a sebbene.

 

Ma attenzione: anche se non così ordinario, chissaddove ha piena cittadinanza nelle buone e coltivate lettere, soprattutto nella tradizione toscana e letteraria antica e moderna – e, dunque, si può ben dire, italiana –. Per esempio, nel gustoso L’avventura di un povero crociato (1997) di Franco Cardini, illustre medievista: «un’armata di gente spietata e disumana, di mostri venuti da chissaddove»; o nel romanzo Insciallah (1990) della giornalista e scrittrice Oriana Fallaci: «Si trattava di guerriglieri armati di Kalashnikov ultimo tipo, Rpg, nastri di munizioni: malgrado i logori blue jeans, le mezze uniformi rubate o comprate chissaddove […]».

 

 

 

 

 

 

 

UN LIBRO

Vita. Storia di una parola

Giuseppe Patota

Ed ecco la storia di una parola irrequieta, che non riesce a star ferma ed imbalsamata in un vocabolario e condensa «significati e sfumature di significato» davvero sorprendenti, su cui vale la pena di soffermarsi.