26 gennaio 2018

È giusto scrivere “praivasi” in italiano?

«E con la praivasi dove la mettiamo? Se volevi conoscermi meglio, venivi da me e mi parlavi. Ma cosa posso aspettarmi da un questurino…». Abbiamo stralciato questo breve passo dal romanzo di un affermato giallista, Loriano Macchiavelli (il romanzo è I sotterranei di Bologna del 2014), per confermare al nostro lettore che la grafia semi-fonetica praivasi viene talvolta adoperata, specialmente in usi e contesti scherzosi e colloquiali, quasi a rifare il verso alla moda di adoperare paroloni stranieri. In uno scrittore, poi, il gioco linguistico è una delle armi del mestiere, per cui praivasi va benissimo: è chiaro a tutti che si tratta della traslitterazione all’italiana del nome privacy, nella versione però angloamericana (la pronuncia inglese, semplificando, è prìvasi). Ma non consiglieremmo a nessuno di adoperare questo giocoso adattamento formale di privacy in un testo serio e con finalità comunicative precise, sia esso un compito in classe d’italiano o una lettera all’amministratore del condominio. 

 

 


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