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A proposito di nomi difettivi, si possono ancora definire difettivi certi nomi che ormai nella lingua parlata presentano forme di singolare? Mi riferisco a nomi come “occhiali/occhiale”; “pinze/pinza”, ecc.

I tempi e i modi della grammatica tradizionale di solito non coincidono con i tempi della grammatica della lingua dell’uso vivo. Succede spesso che certe innovazioni nate dagli usi vivi della lingua prendano piede e attecchiscano fino a farsi a loro volta norma, modificando o scalzando le cosiddette “regole” che erano state in vigore fino a quel momento e avevano trovato insindacata e – sembrava – imperitura accoglienza nelle grammatiche scolastiche; succede pure, altre volte, che certi usi vivi, dopo aver furoreggiato per un certo periodo, deperiscano senza apparente motivo ed escano dall’uso o restino confinati in usi marginali, non praticati dall’intera comunità dei parlanti.

Da qui la prudenza di molte grammatiche, le quali, peraltro, sempre più spesso tengono conto delle innovazioni potenzialmente capaci di affermarsi, segnalandole accanto alla forma certificata dalla norma. Una di queste spinte innovative si è generata proprio nel campo dei nomi difettivi (di singolare o di plurale). Se si legge la grammatica Italiano di Luca Serianni (garzantina) – cioè la grammatica di uno studioso molto attento alla norma ma sensibile all’uso vivo della lingua, anche quando questo non sia allineato con la norma –, si scoprirà per l’appunto che vengono segnalati come nomi difettivi che «si adoperano quasi solo al plurale» (e noi sottolineiamo già il prudente quasi) prima di tutto i «nomi che si riferiscono ad oggetti formati da due o più parti uguali», quali occhiali, pinze, pantaloni, ecc. Peraltro, «per gli oggetti di vestiario […] si può dire un pantalone, un occhiale per indicare una delle due parti di cui essi constano». Ma, aggiunge lo studioso, «accanto a quest’uso, ricorderemo quello, più recente, del singolare per designare ‘un singolo paio’ (di occhiali, pantaloni, ecc.)».
 
Certo, la logica (una volta tanto in sintonia con la grammatica tradizionale) vorrebbe che, per evitare ambiguità, si usasse il singolare soltanto per indicare una delle due parti dell’oggetto designato; ma spesso l’ambiguità, almeno nella lingua parlata in situazione, è sciolta dall’evidenza di ciò che si mostra sotto gli occhi dei partecipanti all’interazione comunicativa. E ciò autorizza, per esempio, il commerciante a magnificare la qualità del prodotto impiegando il singolare per il plurale, senza che sia compromessa la comprensibilità di ciò a cui egli si riferisce: ora le faccio provare un calzone (o un pantalone) che le calza a pennello non potrà mai e poi mai essere interpretato come un invito a indossare uno solo dei due elementi di cui è costituito l’indumento.

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