La questione della pronuncia di parole dotte, pervenuteci cioè per tradizione libresca attraverso prelievi diretti dalla fonte linguistica classica, greca e latina, è questione annosa e di non facile componimento. Possiamo dire che spesso, molto spesso, le grammatiche e i dizionari dell’uso contemporanei mostrano, saggiamente, un atteggiamento aperto, ammettendo sia la pronuncia “alla greca”, sia la pronuncia alla “latina”.
Ne sanno qualcosa i medici, il cui linguaggio tecnico è particolarmente ricco di “doppioni” di questo tipo: aterosclèrosi e ateroscleròsi, nècrosi e necròsi, flògosi e flogòsi, fìmosi e fimòsi: non si sbaglia mai, scegliendo l’una o l’altra forma. Anche la retorica vuole la sua parte. Litòte (alla greca) e lìtote (alla latina) sono entrambe ammissibili, anche se l’uso sembra propendere a favore della soluzione grecizzante.
È, però, un terno al lotto, per dirla papale papale: non c’è una regola che decreti la liceità assoluta dell’accento alla greca o di quello alla latina; si va caso per caso e spesso la coppia… non scoppia, perché l’alternativa si risolve in compresenza. Sempre nel dominio delle figure retoriche, c’è chi pronuncia ossimòro, alla greca, e non sbaglia, anche se l’uso più diffuso è con l’accento alla latina, ossìmoro, e tanto meno s’incorre in errore scegliendo quest’ultima forma.