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Qual è l'origine della parola del gergo giovanile "pischello"?

Fausto Pirito

Senza dubbio il termine pischello 'ragazzo' rimanda al linguaggio giovanile, in particolare a quello d'area romana e laziale. La marca dialettale è chiaramente percepita dai giovani stessi. Da uno studio su un campione di giovani romani di varia estrazione sociale (Giuseppe Antonelli, A proposito della neodialettalità metropolitana: un'inchiesta pilota sul linguaggio giovanile romano, in AA.VV., Roma e il suo territorio. Lingua, dialetto e società, Bulzoni), risulta che soltanto 5 giovani su 40 pensano che pischello sia una parola italiana; gli altri la considerano dialettale. Sulla novità del termine, lo stesso campione di giovani si divide equamente a metà: per 20 di loro pischello è parola nuova, per gli altri 20 è parola nota e vecchia. Il termine è stato recepito da numerosi vocabolari della lingua italiana (è presente già nell'edizione 1994 dello Zingarelli, ci ricorda Antonelli), forte anche della implicita sponsorizzazione da parte della comicità televisiva e cinematografica - apertissima alla tipizzazione e caratterizzazione regionale dei personaggi anche in chiave linguistica -, e il suo uso è ormai di piena diffusione nazionale. Sulla "novità" del termine bisogna intendersi, e anche sull'ambito d'origine. Già Pier Paolo Pasolini, nel romanzo Ragazzi di vita (che è del 1955), adopera pischello sia nel significato generico di 'ragazzo' («Piuttosto che un comunicando o un soldato di Gesù pareva un pischello quando se ne va acchittato pei lungoteveri a rimorchiare»), sia in quelli più specifici di 'apprendista', 'ragazzo di bottega' e - appunto - 'ragazzo di vita', 'ladro giovane' («Era stato preso a fare il pischello»; «i quattro soldi che guadagnava facendo il pischello del pesciarolo, non gli bastavano»; citazioni da Ernesto Ferrero, Dizionario storico dei gerghi italiani, Mondadori). Dunque il termine non è nuovo. Piuttosto, è da seguire la trafila ipotizzata dal Ferrero, il quale, tra l'altro, documentando anche la forma pischerlo/a (questa non laziale; è presente nelle lettere del piemontese Cesare Pavese, cfr. il "dizionario storico dei gerghi giovanili" Scrostati gaggio! di R. Ambrogio-G. Casalegno, Utet), riporta il termine al «gergo dei girovaghi per "bambino", ma anche "giovane amante" (pischerla, figlia)», dal quale sarebbe poi migrato nel gergo dei coatti, dove pischerla passa a significare 'borseggiatrice', pischello può significare 'nipote' e pischettina rotta 'ragazza deflorata'. Non c'è da stupirsi di questi passaggi da linguaggio gergale a linguaggio gergale, che ci sono sempre stati; né che un termine come pischello, che porta sempre con sé, di là dalle sfumature di significato, la marca di 'gioventù', si sia in tempi relativamente recenti a mano a mano diffuso prima tra gli strati sociali più bassi della metropoli (il sottoproletariato pasoliniano) e poi tra i giovani romani di altra estrazione, nel significato di 'ragazzo' (anche nell'accezione di 'partner di coppia').Per l'etimologia, Ferrero, partendo dalla forma del femminile, pensa a una possibile deformazione, con adattamento, di pivella 'ragazza', 'prostituta' (ma il DELI, s. v. pivello, rintraccia sin dal XVI sec. forme dialettali, popolari e gergali, di pivello/a con svariati significati, dal semplice 'ragazzo/a' 'ragazzetto/a dritto/a e lesto/a').

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Lezioni d'italiano. Riflessioni sulla lingua del nuovo millennio

(a cura di) Sergio Lubello

Sergio Lubello, professore di Storia della lingua italiana e Linguistica italiana nell'Università di Salerno, ha curato un interessante e vario volume che raccoglie e ordina gli interventi di due giornate di studio tenutesi presso l'Università di Salerno nel 2011 (Lezioni d'italiano) e nel 2012 (L'ora di grammatica. Riflessioni su norme e usi dell'italiano)

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