14 ottobre 2010

Gentile redazione, chiedo chiarimenti sul fatto che qualche professionista della cucina, utilizza il termine coppapasta per indicare uno strumento da cucina. Tale termine (credo) derivi da un dialettismo tipico del Nord d’Italia.

In realtà, se anche coppapasta fosse penetrato in italiano attraverso la mediazione di qualche parlata settentrionale italiana (cosa che, allo stato attuale dei fatti, non è più che una sensazione soggettiva), non ci sarebbe nulla di strano o, men che meno, di esecrabile. Non saremmo in presenza di un segnale di degrado nell’accoglimento di una presunta barbarica rozzezza frutto di favella locale, poiché il passaggio di vocaboli più o meno adattati da uno dei dialetti o da uno degli italiani regionali alla lingua standard è una delle vie tradizionali, da sempre, dell’arricchimento endogeno del patrimonio lessicale dell’italiano. E si consideri, oltre tutto, che, proprio nel campo dell’enogastronomia, delle tecniche e degli strumenti culinari, i dialetti, come riflesso di plurisecolari tradizioni legate all’Italia dei campanili, sono serbatoio privilegiato cui attinge la lingua italiana. Tanto che perfino il padre della terminologia culinaria nazionale post-unitaria (il Manzoni della tavola, potremmo dire), il gastronomo Pellegrino Artusi, abile nel cercare di riunificare la varietà lessicale sotto l’egida del fiorentino, non può evitare di far filtrare – consegnandoli all’uso condiviso nazionale – settentrionalismi come coteghino, luganiga, crescentina. Per non parlare dei forestierismi necessari, perché insostituibili (magari adattati alla fonomorfologia dell’italiano): fricassea, glassa, maionese, bistecca, rosbiffe e altri.
 
Tornando all’importanza del tramite dialettale, basti pensare, andando indietro nel tempo, al sostantivo pizza. Penetra in italiano verso la metà del secolo XVI ed è vero che ha come avo il latino medievale pizza, a sua volta debitore, attraverso varie trafile, di una forma antico tedesca bizzo, pizzo (che significava ‘boccone di pane’); ma è altrettanto vero che, per l’ingresso trionfale nella lingua italiana è determinante la precedente, larghissima e contagiosa diffusione in vari dialetti italiani, in primo luogo il napoletano.
 
E mozzarella? E grissino? Vengono dal dialetto napoletano il primo, dal piemontese il secondo. Oggi, a proposito di localismi che sarebbero inconciliabili con l’età della globalizzazione e della comunicazione, nei migliori ristoranti di New York, di Parigi, di Berlino, di Londra, ecc., anche quelli non gestiti da italiani o intitolati all’Italia, nei menu e sulla bocca di americani, francesi, tedeschi e inglesi le parole mozzarella e grissino sono di uso comune. Si può tranquillamente sostenere che proprio nell’età della comunicazione anche parole provenienti dal nostro sostrato dialettale possono non soltanto profittevolmente “nazionalizzarsi”, ma perfino “internazionalizzarsi”, esportando, come si ama dire oggi, il made in Italy attraverso prodotti di successo come quelli enogastronomici e i relativi segni linguistici che li designano. In ogni caso, nel momento in cui una voce dialettale filtra nell’idioma nazionale, è a pieno diritto considerabile parte del patrimonio della lingua comune.
 
Va poi chiarito che il giudizio sulla legittimità di un vocabolo a entrare a far parte del lessico di una lingua qualsivoglia, italiano compreso, non ha nulla a che vedere con questioni di bellezza o bruttezza dei suoni: non esiste un canone estetico assoluto cui le parole debbano sottostare, né una giuria cui sottomettersi. Vigono l’uso condiviso da parte dei parlanti e degli scriventi e il rispetto delle fondamentali norme grammaticali. Tra l’altro, chi è autorizzato a dire che coppapasta è vocabolo brutto o bello per come suona? Si tenga poi conto che ogni innovazione, in fatto di lingua, suscita spesso, inizialmente, reazioni di ripulsa da parte dei parlanti. Ma ciò che sembra brutto all’inizio, dieci anni dopo (o anche meno) è tranquillamente accettato dalla sensibilità linguistica collettiva.
 
Un’ultima annotazione. Come giustamente scrive l’Accademia della Crusca, «si tratta di un calco dal francese coupe-pâte datato 2006», coppapasta è, allo stato attuale delle conoscenze di cui siamo in possesso, un francesismo. Si può aggiungere che coupe-pâte è registrato in lingua, nel significato che ci interessa, sin dall’edizione del 1873 del prestigioso dizionario della lingua francese del Littré.

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