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Vorrei sapere se ormai può considerarsi lecito usare le forme "la capa" "le cape" in ambito lavorativo. So che tempo fa era una forma piuttosto ironica, ma ora quando si vuole ironizzare si usa "capessa", mentre oramai sentir dire "la mia capa" è una cosa abbastanza consueta.

Ah, nei posti di lavoro, negli uffici, le acque ferme in superficie, ma in realtà piene di insidie sotto lo specchio levigato! Le parole sanno caricarsi benissimo di ironia, scherno, perfino disprezzo, senza per questo scadere nella scurrilità. Certo, capessa è davvero irridente: adibisce il suffisso -essa a disprezzo per l'essere femminile che emerge sopra la media (fatta anche di tanti maschi), secondo una tradizione che rimonta a secoli addietro. Per esempio, il nipote del sommo scultore, Michelangelo Buonarroti il Giovane, bravo scrittore, così si espresse nella commedia La fiera: «Questa donna mi pare una di quelle / donne saccenti, che noi troviam spesso / per queste e quelle case / fare delle medichesse / e delle faccendiere». Quando, in rete, oggi, si trovano titoli come Sexy vigilessa di Roma fa impazzire la rete, si capisce al volo che quel vigilessa contribuisce non poco a ridurre la donna a una parodia da commedia scollacciata di serie B degli anni Settanta del Novecento.

 

Ciò detto, è senz'altro vero che l'attribuzione di genere femminile a un nome che nella tradizione grammaticale non lo possiede, in forza dell'etimo (proviene da caput latino), si connota come un uso emotivamente marcato, oltre che di registro molto colloquiale: anche qui, se pure con minore negatività, in partenza la terminazione femminile è portatrice di irrisione. È pur vero che di capa (come nel caso di profia 'professoressa' tra gli studenti) si fa un uso ormai semanticamente attenuato. Insomma, capa non è più sottilmente insultante, ma è semplicemente caratteristica manifestazione di un registro colloquiale e anche familiare.

UN LIBRO

Un delitto del ’43 e altri racconti

Mario Quattrucci

La pubblicazione di questa raccolta può costituire un’ottima occasione per accostarsi alla narrativa di Mario Quattrucci. Infatti, i vari testi mostrano bene la varietà di stili e modalità rappresentative con cui l’autore declina il prediletto genere poliziesco, perseguendo sempre il divertimento nella sua accezione più nobile.