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"CRIOFERO" (freezer) Dal Greco "kryos" (ghiaccio) e dal Latino "fero" (porto-portare). "Portatore di ghiaccio". Proporrei d utilizzare parole di origine greca e/o latina al posto di vocaboli di origine straniera. Credo che "criòfero" possa entrare in uso, anche perché è molto simile a "frigorifero".

Proposta curiosa, che, naturalmente, deve fare i conti con la realtà propria di ogni lingua storico-naturale (italiano compreso): il non essere il singolo parlante un legiferatore in materia di creazione di parole nuove o cassazione di parole (anglismi, arcaismi, burocratismi, ecc.) esistenti. In materia, soltanto l’uso è signore. Ciò detto, si può convenire con chi ci ha scritto sul fatto che non di rado la parola ripresa di peso dall’inglese potrebbe essere degnamente sostituita da una italiana, esistente o nuova; e, se nuova, anche, perché no, coniata a partire da spezzoni tratti dalle lingue classiche, le quali sono nel DNA dell’italiano.

Ma qualche restrizione va ulteriormente posta: pensare di intervenire retroattivamente su esotismi già da tempo acclimati nella nostra lingua, anche quando non adattati fonomorfologicamente, è impresa insensata, quanto vana, proprio perché l’uso ha normativizzato tali esotismi: bar, sport, jazz, poker, Weltanschauung, brioche, tatami, espadrilla... Anche freezer ha ormai messo radici nella nostra lingua e, attualmente, non può essere scalzato dal suo insediamento.

In ogni caso, complimenti per l’ingegnoso criofero, dannunziano nel suo classicheggiare.

UN LIBRO

L’italiano alla prova dell’internazionalizzazione

(a cura di) Maria Agostina Cabiddu

Per capire come nasce questo libro, è necessario tornare indietro di circa 5 anni, quando il Senato accademico del Politecnico di Milano, con delibera del 21 maggio 2012, decideva di attivare, a partire dal 2014, corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca esclusivamente in lingua inglese. Numerosi docenti di quello stesso Ateneo, indignati e preoccupati, presentarono un ricorso al Tar della Lombardia, che annullò la decisione del Senato accademico (sentenza 23 maggio 2013, n. 1348).