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DOMANDA

Gentili linguisti e scrittori della squadra di treccani.it, la presente domanda è posta squisitamente per conoscere l'esatta definizione (se definito e, possibilmente, dove reperire fonti in merito) del fenomeno linguistico che caratterizza la scelta del parlante di una parola generica (ma non necessariamente, personalmente direi una parola "meno corretta") rispetto a una parola più corretta per colpa di trascuratezza (per la maggior parte) o incompetenza e simili.

RISPOSTA

Nel dizionari della lingua dell’uso è registrata, con riferimento a idee, concetti, discorsi, la parola genericismo. In effetti, i linguisti, in un’accezione più tecnica, definiscono genericismi proprio le parole generiche che, specialmente nel parlato, vengono adoperate in luogo di quelle più specifiche e precise (coso, roba, affare).

 

Nel pregiato Manuale di linguistica italiana (De Gruyter ed.) curato da Sergio Lubello, a proposito della televisione, si scrive, per esempio: «Nei programmi contenitore e nei talk show il lessico è molto comune e il registro decisamente colloquiale, informale. Abbondano i genericismi (gente, casa, roba, storia), i colloquialismi (casino, valangata, follia di soldi), e le forme alterate (cosina, vecchietti, gollazzo, supergrillino)».

 

UN LIBRO

Testi che parlano. Il tono di voce nei testi aziendali

Valentina Falcinelli

Un testo che affronta un argomento indubbiamente nuovo e originale, legato alla scrittura nel variopinto mondo del marketing, e che, più in generale, ha a che fare con la temperatura emotiva delle parole scritte