10 giugno 2019

Che cosa potete dirmi a proposito dell'uso che si fa di “manco” invece di “neanche” o “nemmeno”? Non è un po' troppo?

Risposta: no, non è un po’ troppo. Manco è usato già nell’italiano antico, con funzione avverbiale, nell’accezione di ‘meno’ e ‘meno numeroso’. E nella locuzione manco male, significava ‘poco’. Il valore sottrattivo dell’avverbio proviene dall’aggettivo manco, inteso come ‘sinistro’: la mano manca, mancina, è la mano sinistra e in italiano, come in altre lingue, ciò che sta a sinistra ha portato con sé l’idea del mancare, dell’essere privo di qualcosa e dunque del difettare.

 

Neanche, nemmeno e neppure sono la mano destra della grammatica, manco è la mano sinistra. Nel senso che manco costituisce la versione popolare e colloquiale della trinità canonica, e non da oggi: la sua prima attestazione nell’italiano scritto risale infatti al XVI secolo. E gli scrittori contemporanei continuano a farne uso: lo usa 29 volte Pasolini in Ragazzi di vita (e ce lo aspettavamo), a cominciare da un “ai Mercati generali non c’era niente, manco un torso di cavolo”; lo usano qua e là Calvino, Gadda, Volponi, Starnone, Mazzucco, Veronesi e tanti altri quando vogliono dare un’idea di lingua parlata quotidiana. E, insomma, lo useremo anche noi nella lingua parlata colloquiale, senza problemi; evitandolo, viceversa, nel parlato e nello scritto più formali.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0