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Sono stata recentemente in Svizzera, nel Canton Ticino, dove si parla italiano. Sono rimasta sorpresa, perché alcune parole erano proprio diverse mentre altre erano usate con un significato diverso dal "nostro" italiano. Perché?

Alessandra Zuccari

È sufficiente pensare alla storia di quella parte d'Europa che si chiama Canton Ticino per comprendere che l'italiano ivi parlato e scritto necessariamente deve mostrare un'identità specifica rispetto all'italiano parlato e scritto in Italia. Da secoli legato alla cultura lombarda, soltanto nel 1512 il Ticino, inteso come zona geografica, entrò a far parte del dominio elvetico, con una conseguente intensificazione dei contatti e dei rapporti, anche linguistici, con realtà di cultura e di lingua francese e tedesca. Nel frattempo, non cessò di esercitare la sua primazia, negli ambienti socio-culturali elevati, la cultura della penisola, compresa, nella lingua scritta, la norma linguistica toscana, in conformità a quanto accadeva in Italia. Per i parlanti, come del resto succedeva negli Stati italiani, era d'uso comune il dialetto. Si può parlare compiutamente dei Ticinesi come "Svizzeri italiani" a partire dal 1803, dopo che l'Atto di Mediazione napoleonico sancì il passaggio dei baliaggi cisalpini a Cantone e Stato della Confederazione svizzera. Tra parentesi, si noterà come s'impose il modello francese di denominare i dipartimenti in base al fiume che li percorreva: è dal 1789 che si affaccia la dicitura Cantone del Ticino.
La dinamica dei rapporti tra italiano, francese e soprattutto tedesco, espressione quest'ultimo della realtà sociale ed economica più espansiva, è sempre stata complessa e mutevole. A partire almeno dalla creazione della ferrovia transalpina e del traforo del S. Gottardo (1882), che alimentò la penetrazione culturale dal nord, e la separazione dalle diocesi di Milano e di Como (1884), la questione dell'identità anche linguistica del Cantone si complicò ancora di più, favorendo l'influsso del francese e del tedesco. Insomma, l'italiano del Canton Ticino non poté e non può non essere influenzato dalle lingue parlate non solo nei Cantoni contermini ma anche sul proprio territorio, nelle proprie scuole e nelle proprie sedi istituzionali. Peraltro, il contatto con l'italiano d'Italia resta, oggi, molto vivo, grazie ai flussi turistici e alla ricezione estensiva dei canali televisivi e radiofonici pubblici e privati.
È comprensibile, in questo quadro sommariamente delineato, come ci si possa dunque imbattere frequentemente in un lessico dell'italiano ticinese in grado di disorientarci. Numerosi sono ormai i prestiti e i calchi dal tedesco, in primo luogo, e dal francese. Per esempio, ecco termopompa (italiano d'Italia pompa a calore), che traduce il tedesco Wärmepumpe o progressione a freddo (it. drenaggio fiscale, che traduce l'inglese fiscal drag), che rende il ted. kalte Progression o, ancora, diaporama 'proiezione di diapositive', prestito dal francese diaporama, buralista 'responsabile dell'ufficio postale', fr. buraliste. C'è poi il campo delle "cose", che dà adito a soluzioni ibride del tipo fotbalino (it. calciobalilla) o a neoconiazioni come lunghino (forma di pane simile alla baguette francese). A differenza poi degli italiani regionali d'Italia, l'italiano ticinese è teso allo sforzo creativo di trovare corrispondenti a designazioni esistenti in una lingua in contatto, come nel caso di servisol, che riproduce l'inglese self-service. Non mancheranno termini di sapore prettamente autoctono come per esempio bilux, che designa il doppio lampeggio dei fari degli autoveicoli e, infine, elevazioni a rango di standard di voci d'origine dialettale, come gabola 'grana, guaio' o ranzare 'sbagliare', 'mancare' (l'attaccante ha ranzato il gol), senza contare i "regionalismi di frequenza", come chiosco preferito a edicola, capanna alpina a rifugio, diploma a laurea.

UN LIBRO

Breve guida alla sintassi italiana

Francesco Bianco

Ha tutti i pregi della manualistica che potremmo definire sintetica o essenziale, a metà strada tra la l’alta divulgazione e l’insegnamento universitario di base, rigorosamente mai superiore alle 200 pagine, sempre più apprezzata in particolare dai giovani lettori, non necessariamente studenti, abituati alla rapidità delle letture a scorrimento video e delle ricerche a tempo di click.