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Forse non c'entra con le vostre ricerche, ma perché nei nostri mass-media tutto "scatta" e mai nulla "inizia", "comincia", "viene applicato per la prima volta" ecc.? Scattano gli aumenti, le nuove tariffe, l'esodo estivo... Ho sentito perfino "è scattato il ponte di primavera". È giusto? Vogliamo parlarne?

Paolo Pavoni

L'uso intensivo ed enfatico del verbo scattare nel linguaggio dei mass-media fu notato già da Luciano Satta nel 1990 quando, nel suo divertente e prezioso dizionario di luoghi comuni della lingua italiana (sottotitolo di Alla scoperta dell'acqua calda, Bompiani), sotto la voce scattare proponeva ben sette esempi tratti da pubblicazioni scritte (i primi sei provengono da giornali). Li riportiamo:
Le manette sono scattate
Scatta la borsa nera per benzina e frutta
Scatta l'emergenza siccità
Scatta l'emergenza spaghetti
Le ricerche sono scattate in più direzioni
L'inchiesta è appena scattata
Improvvisamente scattò il silenzio
Dunque, caro signor Pavoni, niente di nuovo sotto il sole (tanto per insistere con i luoghi comuni). Di fronte a questo sovrabbondare nel ricorso a vocaboli o espressioni stereotipate non si può che soccombere o è possibile reagire?, chiederà lei.

C'è da considerare la specificità del tipo di testo in cui compaiono questi "tormentoni" linguistici: il giornale quotidiano scritto, specialmente negli articoli di cronaca, e il notiziario parlato alla radio o in televisione. Questi testi pongono al giornalista due problemi: 1. Necessità di una rapida, talvolta rapidissima confezione del testo stesso, a causa dei tempi stretti che caratterizzano il ciclo di produzione delle notizie; 2. Necessità di trasmettere un messaggio immediatamente comprensibile, presupponendo un destinatario che ha poco tempo ed è facilmente distraibile. Da questo secondo punto discende un corollario, la scelta ormai interiorizzata e automatizzata da parte del giornalista di premere sul pedale dell'enfasi, dell'iperbole, della metafora roboante allo scopo di catturare istantaneamente l'attenzione del destinatario. Scrivevano in proposito Giacomo Devoto e Maria Luisa Altieri Biagi (La lingua italiana. Storia e problemi attuali, Eri, Torino 1979): «la fretta con cui il cronista scrive non basta a giustificare la passività delle sue scelte; evidentemente tale passività è giudicata funzionale al tipo di lettura che gli utenti del giornale riservano alla cronaca: una lettura necessariamente rapida, interessata ai nudi fatti, e quindi facilitata dall'uso di formule fisse, scontate, di luoghi comuni, di espressioni cristallizzate». Che tali diventano, aggiungiamo noi, anche se in origine erano cariche di dinamismo (come, per l'appunto, il verbo scattare): l'usura da ripetizione tende ad azzerare l'espressività di un vocabolo; d'altra parte, quest'ultimo in breve tempo entra a far parte del magazzino semantico del lettore-ascoltatore con il risultato di essere decifrato senza sforzo, assicurando una maggiore e rapida comprensione del messaggio.

Così inquadrato, il problema dell'uso massiccio di questo o quel vocabolo, di questa o quella locuzione nella lingua dei mass-media sfugge alle forche caudine del giusto/non giusto: diventa una questione di strumenti tipici di un particolare codice e funzionali alla sua efficacia comunicativa. Altra cosa sarebbe che non il giornalista, ma - per fare un esempio - una persona comune bisbigliasse alla persona amata discorsi infarciti di frasi fatte, luoghi comuni e logore enfasi da articolo di cronaca nera o bianca; o che in un tema scolastico uno studente scrivesse che "Dante partorì nel suo ultimo successo, la Divina Commedia, una rappresentazione graffiante e intrigante dei suoi tempi, privilegiando un linguaggio crudo nell'Inferno, presentando la lucida analisi di un Purgatorio fatto di luci e ombre e, al termine di una vera gara contro il tempo, con una mossa a sorpresa, arrivando in un finale mozzafiato e con il morale alle stelle, accolto da un immenso brusio, a un importante momento di confronto con Dio nel Paradiso, a coronamento di una prestazione senza sbavature"...

Luciano Satta, che, pure se sorretto da grande equilibrio, non mancò di scrivere un manuale dedicato alla lingua italiana intitolato Matita rossa e blu, nel chiudere l'introduzione del suo dizionario afferma: «Non deploro i luoghi comuni, o almeno non li deploro sempre. Anzi un poco li amo perché, come i proverbi i motti le sentenze i modi di dire, sono la faccia rugosa ma sana dell'italiano che si conserva - anche se si conserva di meno a causa di un incessante ricambio - a dispetto di tutte le prefiche bercianti sventura sull'italiano che cambia in fretta».

UN LIBRO

Breve guida alla sintassi italiana

Francesco Bianco

Ha tutti i pregi della manualistica che potremmo definire sintetica o essenziale, a metà strada tra la l’alta divulgazione e l’insegnamento universitario di base, rigorosamente mai superiore alle 200 pagine, sempre più apprezzata in particolare dai giovani lettori, non necessariamente studenti, abituati alla rapidità delle letture a scorrimento video e delle ricerche a tempo di click.