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DOMANDA

Sono uno studente di psicologia dell'Università di Firenze, mi interesso particolarmente di psicolinguistica e simbologia del linguaggio, inoltre studio psicologia delle religioni. Durante le mie ricerche mi sono accorto che nei nostri dizionari di lingua italiana manca la parola "Buddità" che è ormai ampiamente usata da almeno un secolo nella nostra lingua in vari contesti religiosi, filosofici, antropologici, storici, psicologici, scientifici, geografici.

RISPOSTA

Nicola Corti

Quanto dice il signor Corti corrisponde a verità. Nella sua documentata missiva elettronica, egli allega gentilmente «una piccola documentazione tratta da alcuni siti in Internet», nei quali, da parte di esponenti di rilievo delle comunità e istituzioni religiose buddiste presenti in Italia, alcune delle quali «pubblicamente riconosciute dallo stato» (come fondazioni culturali, per esempio), si fa spesso e con dottrina riferimento al concetto di buddità, uno dei dieci stati vitali presenti in ogni essere umano (almeno in potenza) secondo il Buddismo di Nichiren Daishonin. Sempre il signor Corti spiega che in italiano non esiste un sinonimo preciso (né tanto meno perfetto) che esprima i significati racchiusi in buddità: «a grandi linee - scrive il signor Corti - condizione vitale caratterizzata da profonda compassione e saggezza che rende il comune mortale un budda o illuminato»; peraltro, «questa parola implica che ogni persona può divenire un budda». Notiamo cursoriamente che uno dei più famosi buddisti d'Italia, Vincenzo Piga, intervistato nel 1996 da Roberto Minganti e Fiorella Oldoini sul trimestrale «Dharma», parlò di «Buddità, o Illuminazione, o Nirvana, tutti termini che possono essere sinonimi».

Senz'altro concordiamo col signor Corti: il vocabolo potrebbe benissimo essere preso in considerazione dai lessicografi che si accingano a compilare un dizionario della lingua italiana o a sottoporre a revisione un'edizione già stampata e ritenuta invecchiata. Senz'altro è possibile che una certa disattenzione verso culture e credenze molto diffuse altrove nel mondo ma non altrettanto nel nostro Paese determini omissioni volontarie o involontarie di vocaboli che hanno una certa, pur se settoriale, diffusione. Quanto al fatto che buddità sia parola «ampiamente usata da almeno un secolo nella nostra lingua» ci spinge con sincera curiosità a chiedere al signor Corti se egli sia in grado di produrre attestazioni scritte del vocabolo tanto remote (tratte da riviste o libri) e, nel caso che così fosse, se abbia voglia gentilmente di trasmetterci la documentazione (brano in cui compare buddità; riferimenti bibliografici dello scritto o dell'opera che contiene il brano).

UN LIBRO

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(a cura di) Giuliano Battiston e Giulio Marcon

Un saggio polifonico con al centro lo sforzo di gettare nuova luce in un panorama in cui, per forza di cose, anche i significati di alcune parole usurate sono mutati insieme con i mutamenti epocali degli ultimi decenni

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