02 dicembre 2019

Da parte dei linguisti si sente spesso parlare di un “italiano neostandard”, le cui presunte caratteristiche tipiche sono l’uso di lui, lei e loro come pronomi soggetto; il gli unificato; l’imperfetto irreale; l’uso dell’indicativo dove i prescrittivisti vogliono il congiuntivo; il che polivalente e l’espressione “ma però”. Ma nessuna di queste cose è effettivamente nuova. Infatti, leggendo la Divina Commedia si potrebbe pensare che già Dante Alighieri scrivesse in questo cosiddetto “italiano neostandard”, come dimostrano questi esempi [a sostegno della sua posizione, l'utente fa seguire una lunga serie di precisi esempi danteschi, che siamo costretti a omettere per ragioni di spazio]. A me pare che l’italiano neostandard sia solo un mito frutto del fatto che i linguisti hanno interpretato l’inadempimento di regole inventate dai prescrittivisti come cambiamento dell’uso. È come se i linguisti della lingua inglese proponessero l’esistenza di un “inglese neostandard” perché la gente finisce le frasi con le preposizioni, usa il pronome they con un referente singolare, spacca gli infinitivi, ecc.

In realtà, l'elenco di fenomeni che caratterizzano il neostandard potrebbe essere molto più lungo e significativo. Il sociolinguista che ha coniato il termine neostandard, Gaetano Berruto, nell'Enciclopedia dell'italiano diretta per l'Istituto della Enciclopedia Italiana da Raffaele Simone, ha scritto in questo modo, all'interno della voce italiano standard: «Questo italiano caratterizzato da una serie di tratti che, un tempo esclusi dallo standard, appaiono ora ampiamente diffusi e accettati da tutti i parlanti, e in cui è diminuita la forbice fra scritto e parlato, è stato chiamato «italiano dell’uso medio» da Sabatini (1985) e «italiano neo-standard» da Berruto (1987) (➔ lingue romanze e italiano). Costrutti, forme e realizzazioni, per lo più tipiche del parlato, che non facevano parte del canone presentato dalle grammatiche e dai manuali, hanno perso gran parte della marcatezza sociolinguistica che li relegava ai margini della lingua, come tratti ➔ substandard, e sono entrati o stanno entrando nello standard».

 

Forse è questa analisi sul piano sincronico, di carattere sociolinguistico, che può aver indotto il nostro lettore a criticare il concetto di neostandard. Ma questa analisi è impeccabile, perché guarda al piano reale dell'uso linguistico oggi, nella dinamica sempre dialettica, tesa e talvolta controversa tra ciò che è normativizzato e ciò che preme da fuori (tipicamente: da sotto) per entrarvi. Ma questa analisi non contraddice comunque la riflessione sul piano diacronico. Certamente gli scrittori antecedenti a Dante o a lui coevi, i minori trecenteschi, i quattrocenteschi, Machiavelli contengono all'interno delle loro opere fenomeni morfosintattici che non sono ricompresi nel canone grammaticale formalizzato rigidamente dal Bembo e sopravvissuto inalterato fino al Manzoni ma anche oltre (anche attraverso la mediazione delle grammatiche scolastiche).

 

Sono fenomeni soprattutto tipici dell'italiano parlato, che la letteratura antica fece suoi. Si sa che si tratta di tendenze proprie della nostra lingua (parlata), tese alle semplificazione (o viceversa alle sottolineature di tipo deittico, che comportano apparenti ridondanze – si pensi alle dislocazioni –) e ai livellamenti analogici. Tendenze latenti (o sempre esistenti nella lingua parlata, ma non accettate nella norma) che, in un'epoca come l'attuale, caratterizzata da una risalita dei fenomeni tipici del parlato verso la lingua scritta, si esprimono con maggiore forza e visibilità, comportando una sfrangiata ricomposizione dei confini della norma: da qui il concetto di neostandard.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0