09 marzo 2020

Gentili signori, sto utilizzando il vocabolario Treccani on-line. Mi serve per comprendere il concetto di "CUORE" nella seguente accezione: "La sede dei moti dell'animo". Da qui "MOTO": "Impulso affettivo o anche, meno spesso, spirituale, intellettuale, vivace e spontaneo". Da questa vado a "IMPULSO" che viene descritto come: "Tendenza istintiva, inclinazione naturale" (che poi scrivere "inclinazione naturale" è una ripetizione, dato che l'inclinazione è già una "disposizione naturale”). Ora la questione: certe volte ho il dubbio che i redattori dei dizionari (quindi non solo la Treccani) non guardino questo genere di ingarbugliamenti linguistici. Persone come me, di un livello culturale non molto alto, faticano – a mio avviso – a capire i concetti. A volte guardo i dizionari inglesi e trovo che alcuni hanno qualcosa che gli altri non hanno: la versione per i "Learners", quelli che stanno imparando. Voi l'avete una tale versione? Se non l'avete, avete mai pensato di crearla?

Francamente, andando per successive sostituzioni di vocaboli con gli elementi che costituiscono la definizione (perifrasi, sinonimi, definitori), possiamo ricavare questo prodotto, un po’ come con la prova del nove: cuore = sede di vivaci inclinazioni naturali affettive (o anche spirituali, intellettuali). Non ci sembra che ci troviamo di fronte a qualcosa di scorretto o incomprensibile.

 

Inclinazione naturale è una collocazione – ossia un abbinamento preferenziale in questo caso tra un dato sostantivo e un dato aggettivo – che percorre tutta la letteratura italiana (non soltanto scientifica). Per esempio, nella “vita” di Sansovino, Giorgio Vasari scrive: «Lo chiese à Domenico Contucci, e da lui l'ottenne graziosamente, promettendo di volerlo far attendere agli studii del disegno, per vedere quanto potesse quella inclinazione naturale, aiutata dal continuo studio» (dalle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori et architettori, in Fiorenza appresso Giunti, 1568).

 

Arrivando ai tempi nostri, nei Racconti di Alberto Moravia (vincitori del premio Strega nel 1952), si legge: «In verità c'era in lei un'inclinazione naturale e invincibile al lusso, alla vanità e alla vita mondana. E non meno forte e naturale la vergogna del proprio stato e della propria povertà» (la citazione è tratta dal Primo tesoro della lingua italiana del Novecento, a cura di Tullio De Mauro, edito da Utet e Fondazione Maria e Goffredo Bellonci onlus, 2007).

 

Insomma, non conviene fare le pulci alla logica della lingua, o, meglio: non conviene passare la lingua al setaccio della logica. La lingua ha una sua logica che non risponde alla logica astratta delle geometriche corrispondenze.


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