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Malapolvere

Malapolvere è il titolo di un prezioso libro-inchiesta scritto dalla giornalista Silvana Mossano sulla tragedia umana e sociale delle morti e delle malattie provocate dalla “mala”, cattiva, cattivissima “polvere” residuata dalla lavorazione quasi secolare dell’amianto nello stabilimento dell’Eternit di Casale Monferrato, in provincia di Alessandria (http://www.sonda.it/malapolvere/). Malapolvere è anche il titolo di un monologo che Laura Curino ha liberamente tratto dal libro e che l’attrice porta in scena al Teatro Gobetti di Torino (31 gennaio-13 febbraio 2012 http://www3.lastampa.it/). Al centro della tragedia, del libro e del monologo c’è il mesotelioma pleurico: un tipo di cancro che è viaggio senza ritorno. Finora, a Casale, mille e ottocento i morti. L’incubazione del tumore è lunga trent’anni. C’è gente che può ancora ammalarsi oggi – e infatti si ammala – e potrà ammalarsi domani, perché ha vissuto sino agli anni delle bonifiche in un ambiente inquinato. La fabbrica, fino alla chiusura del 1987, lasciava all’aperto gli ammassi di pesante polvere non smaltita. Il vento se la prendeva in carico e la dava in pasto ai polmoni degli abitanti della città. Tanti lavoratori morti, tanti famigliari morti e ammalati. Una situazione nota, anche se in misura ridotta, altrove in Italia (e all’estero: in Svizzera, per esempio, come racconta Mario Desiati nel suo bel romanzo Ternitti http://www.treccani.it/parole/Ternitti.html).  

Questioni di soldi
 
Una tragedia umana e sociale, si diceva. Una tragedia che non nasce da sé. Già dagli anni Sessanta la scienza e la medicina del lavoro confermano che l’amianto uccide. Gli imprenditori arruolano i propri scienziati d’assalto per revocare in dubbio, in nome della produttività, del progresso e, generosamente, dell’occupazione. Non sono schermaglie d’accademia, qui si adoperano le armi di distruzione di massa del capitalismo dei padroni delle ferriere, avanti tutta, ad ogni costo (altrui). Insomma, ci vogliono tanti anni, troppi, perché l’Eternit di Casale chiuda e una legge stabilisca irrevocabilmente la cessazione dell’impiego dell’amianto (1992). Gli operai e le famiglie non chiudono, invece, la partita. Sono parte attiva nel processo, istituito dal magistrato Raffaele Guariniello, che dal 2009 si svolge a Torino e ha come imputati il barone belga Louis De Cartier de Marchienne e Stephan Schmidheiny, rappresentanti dell’ultima generazione della famiglia che ha posseduto l’Eternit. I due rischiano una condanna di vent’anni. È poi successo, poco tempo fa, che il Comune di Casale abbia deciso di ritirare la costituzione di parte civile, in cambio di un risarcimento in soldo sonante. Se l’economia sa essere selvaggia, la politica sa essere meschina. Mala tempora currunt.La protesta che si è sollevata a Casale ha indotto la giunta a interrompere la transazione, almeno momentaneamente. E il 13 febbraio è attesa la sentenza di Torino.
 
Nel lego della composizione
 
In quale casella collochiamo questo malapolvere, creatura di malaffare, malafemmina tra le cose, “malacosa” tra gli affari che non dovevano assolutamente andar male, ma che a male hanno mandato tante vite umane? Tra i fenomeni che contribuiscono ad arricchire con i propri mattoncini quella grande, maestosa, incessante opera di costruzione in lego che è la lingua (una qualsiasi lingua viva, prodotta da una comunità riconosciuta di parlanti) e, in particolare, la nostra lingua nazionale, v’è la composizione. Questa tipologia di formazione di parole, antica quanto la nostra lingua – di più: per lo meno quanto la madre della nostra lingua, il latino –, ha un fascino particolare. Infatti, mentre la cugina derivazione si limita (si fa per dire) a prendere una base (nome o verbo, in genere) e cambiarne l’aspetto formale e semantico (e magari pure la categoria grammaticale) appiccicando all’inizio o alla fine (o a tutte due) della parola un pezzettino (morfema) privo in sé di significato (per es.: dopocena, fuoriarea, pro-Obama; spavalderia, camionista; destatalizzazione), la composizione ambisce a condensare con grande potenza ellittica una intera frase o un enunciato semplicemente incastrando una accanto all’altra due parole (unità lessicali). Vedi, per esempio, tra le parolette nuove più usate di questi tempi, salva-Stati, salva-finanze, crescItalia, appartenenti alla produttiva tipologia verbo più nome; oppure buono-casa, uomo-simbolo, aromaterapia, che rappresentano il modello di composizione più produttivo, nome più nome.
 
I nostri mala da Boccaccio a oggi
 
Ecco, questo è l’asettico contesto lessicale in cui collochiamo il sostantivo composto malapolvere, che ci riporta continuamente a una vicenda tanto settica da essere mortale. Un aggettivo più un sostantivo (con una sequenza sintattica di determinante + determinato). Questa è dunque la categoria di formazione che dà forma a malapolvere: meno produttiva delle due precedentemente descritte, ma gradita nel linguaggio giornalistico odierno quando si applica alle cronache politiche e sociali. Il secondo elemento (polvere) è determinato dal primo (mala): polvere (che è) mala. Il dizionario della lingua italiana amante della prospettiva storica testimonia il passaggio attraverso i secoli dei composti con l’antico aggettivo malo, carico di significati tutti negativi (‘malvagio, tristo, iniquo, selvaggio, indocile, contrario al bene, offensivo, sconveniente, contrario alle regole, inefficiente, ingiusto, sbagliato, falso, di malaffare, ottenuto con l’inganno…’): malaguida, maschile, ‘membro virile’ (scherzosamente, in Boccaccio), malacquisto ‘appropriazione indebita’ (XIV secolo), malaffare, usato nell’espressione di malaffare (XVI secolo), malabestia ‘scalpello per calafatare imbarcazioni’ (XVIII secolo), malacarne ‘carne macellata scadente’, ‘malvagio, furfante’ (XIX secolo), malagrinta ‘arroganza’ (prima metà del XX secolo).
Poi i giornali cominciano a riempire le pagine delle cronache nazionali e locali con storie di malfunzionamenti – dovuti a incapacità, incuria o dolo –, di servizi, uffici, settori, enti, istituzioni, città o Paesi interi (Malanapoli, Malarussia…). Dagli anni Ottanta in poi si registrano malafinanza (1985), malapolitica (1990), malamministrazione (1991), mala-informazione (1992), malasanità (1992), malagiustizia (1993), malaeconomia (1995), malamedicina (1999), malaimpresa (2002), malachiesa (2007); nel 2010 si aggiunge alla lista anche malapolvere, grazie, come abbiamo scritto, a Silvana Mossano. Grazie… Sarebbe stato meglio non aver avuto motivi tanto dolorosi per coniare una parola nuova siffatta. Poiché i motivi, purtroppo, sono venuti alla luce, ringraziamo l’onomaturga per la terribile efficacia del composto da lei creato. Sperando che resti, in un ideale dizionario della memoria, a testimoniare un dramma che non abbia a ripetersi, con queste o altre polveri, eternit o non eternit.
 
Silverio Novelli

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