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Ternitti

Quest’anno il più prestigioso dei premi letterari, lo Strega, presenta tra i dodici finalisti almeno tre romanzi che fanno i conti con la concretezza dell’attualità. Nel mare ci sono i coccodrilli (Dalai ed.) di Fabio Geda racconta l’itinerario della vita di Enaiatollah Akbari, seguito nella sua drammatica anabasi dal natio Afghanistan all’Italia; Storia della mia gente (Bompiani) di Edoardo Nesi, tra saggio e romanzo, si immerge nella storia economica, sociale, antropologica di Prato, esempio di provincia italiana rettasi per decenni su una forte e orgogliosa tradizione manifatturiera locale (la tessitura), da tempo percorsa e percossa da profonde trasformazioni; Ternitti (Mondadori), di Mario Desiati, modella una figura di donna indipendente, coraggiosa e combattiva, capace di misurarsi con la chiusura e le durezze della cultura tradizionale del Sud italiano, attraverso peripezie che la portano, emigrata in Svizzera, all’esperienza precoce della maternità, alla lotta per difendere e sostenere la dignità propria e della figlia, fino al ritorno nel paese d’origine in terra di Puglia.
 
Nel mondo del lavoro
 
Due su tre dei romanzi citati hanno a che fare col mondo del lavoro. A ben vedere, a partire dagli inizi del nuovo millennio, la dimensione del lavoro contemporaneo, precario, flessibile, mal pagato, mal vissuto, fonte e specchio di incertezza e inadeguatezza esistenziale e sociale, causa ed effetto di sindromi più depressive che nevrotiche, ha avuto numerose incarnazioni nella narrativa (www.treccani.it/lingua_italiana/percorsi) e nel cinema italiani. Per suo conto, lo scrittore pugliese Mario Desiati (nato a Locorotondo, Bari, nel 1977) ha già scritto di emigrazione e sradicamento, di Sud ed emarginazione, di donne meridionali espressione di un arcaico principio vitale e passionale, carico di forza dirompente rispetto alle costrizioni dello statu quo sociale e culturale (nei romanzi Vita precaria e amore eterno del 2006 e Nel paese delle donne infelici del 2008). Di lavoro difficile perché, prima di tutto, precario, Desiati si è occupato curando l’antologia I laboriosi oroscopi. Diciotto racconti sul lavoro, la precarietà e la disoccupazione (Ediesse, 2006; suo anche uno dei racconti) e dando un lavoro da sei euro al mese, in un call center, al suo Martin, emigrato dalla Sicilia al quartiere-ghetto romano Laurentino 38 in Vita precaria e amore eterno).
 
Selvaggia “razionalità” moderna
 
Con Ternitti, questa volta, Desiati esprime già nel titolo il senso dell’impasto furioso di passato e presente, stregoneria e realtà, mito e coscienza, arcaicità selvaggia e ambigua delle culture di provenienza e selvaggia “razionalità” moderna del capitale disumanizzato: per salvarsi dalla maledizione del ternitti, sostentatore di vite alla dozzina al prezzo di malattie mortali, Mimì, quindicenne a metà degli anni Settanta del Novecento, emigrata e messa incinta dal suo compaesano Pati, che lavora nella fabbrica svizzera di eternit, dovrà fare ricorso a tutta la propria energia costruttiva e creativa per dare nuove prospettive alla propria vita e avviare verso un futuro nuovo, diverso da quello precostiutito dalla tradizione, la figlia Arianna, mentre la cresce da sola, senza avere un uomo accanto.
 
Una storpiatura
 
Il vocabolo ternitti «era la storpiatura della parola eternit. Ternitti venivano chiamate le fabbriche in cui si aveva a che fare con il cemento amianto. In fondo, al capo, ternitti, era sinonimo di tetto, tegola, cemento» (http://www.youtube.com/): così Desiati. Lu ternitti è l’eternit. Eternit è «nome brevettato di un tipo di cemento-amianto usato in passato per la fabbricazione di lastre (piane e ondulate) di copertura, canne fumarie, cassoni per serbatoi idrici, tubi per acquedotti, fognature e condutture di gas, ecc.» (Treccani.it). Eternit, nell’Europa del pieno Novecento, significa malattie terribili, per l’eterno sud del lavoro: mesotelioma, asbestosi. Prima che le indagini epidemiologiche scoperchino il pentolone tossico della realtà, molti ex-lavoratori e lavoratori di lungo corso hanno modo di scoprire sui loro polmoni l’effetto devastante dell’amianto, sottostimato o tenuto nascosto ai propri dipendenti dai dirigenti di grandi aziende, come, per esempio, la Eternit di Casale Monferrato (Alessandria), di proprietà del barone Louis Marie Ghislain de Cartier de la Marchienne, imputato con lo svizzero Stephan Schmidheiny di omissione dolosa di misure antinfortunistiche e di disastro doloso permanente (1650 circa le vittime; http://web.mxnet.it/demo2/). Dal 1984 lu ternitti viene bandito, i siti e i terreni pregni di polveri sono a mano a mano bonificati, il materiale velenoso eliminato, sostituito, smaltito. Ma intanto decine e decine di pugliesi come il Pati di Mimì sono già da anni a Zurigo e pagheranno a lento rilascio il prezzo troppo caro di un lavoro cercato e voluto con la disperazione dei poveri e degli emigrati.
 
La sagna e la badessa
 
Come il cemento amianto o fibrocemento o eternit, inarrestabile, aggredisce e trasforma il polmone del lavoratore, così il meccanismo linguistico della paronimia – diffuso tra i parlanti meno consapevoli – stravolge la parola “difficile”, rimodellandola in fogge più amichevoli: può succedere allora, per esempio, che lasagna diventi la sagna. Questo fenomeno specifico si chiama discrezione dell’articolo, ove discrezione sta per ‘separazione’; si trova nell’italiano popolare, si trova anche nel dialetto parlato da dialettofoni prevalenti o esclusivi che cercano di addomesticare un vocabolo precipitato, per esempio, dal cielo alieno di un linguaggio tecnico: l’eternit, che pare quasi un latinorum da Azzeccagarbugli, è semanticamente opaco e viene trasformato, nella versione dialettale, in lu ternitti: il gruppo fonetico iniziale l’e di l’eternit è interpretato come un’unica entità lessicale, come se fosse un articolo. È così che l’articolo separa dal corpo della parola seguente la vocale e se la annette come propria. In più, l’incongruo finale di parola in consonante, su cui si ripercuote la pronuncia ossitona (eternìt), viene sanato da un’aggiunta sillabica (-ti), perché l’italiano e molti suoi dialetti, a differenza di altre lingue romanze, tendono a rifiutare la finale consonantica e, per evitarla, sviluppano l’aggiunta di una vocale o di una sillaba (epitesi).
La discrezione dell’articolo è un meccanismo che ha agito anche nella formazione delle parole nel passaggio dal latino volgare all’italiano delle origini. Un paio di esempi: da abbatissa(m) abbiamo avuto prima abbadessa e poi (l)a badessa; da (h)arena(m) ‘sabbia’ abbiamo avuto, per via popolare, (l)a rena. Queste due parole hanno poi avuto corso ordinario nella lingua italiana. Ternitti, invece, vive nella memoria linguistica di una generazione di pugliesi; ma da oggi, creatura affabulata, evocherà amore, coraggio, dignità, dolore, sopruso e fatica a coloro che amano la buona letteratura.
 
Silverio Novelli

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