È bello sapere che all’origine di concetti e situazioni che sembrano sfuggire per la loro volatilità, c’è comunque una ragione precisa. Prendiamo il caso di rating, termine economico-finanziario che campeggia da qualche anno nelle cronache dell’attualità, ormai ben oltre il recinto delle pagine per specialisti: si tratta della «valutazione della qualità e dell’indice di affidabilità dei titoli emessi da una società, da un’impresa o da uno Stato e, di conseguenza, della sua solidità finanziaria», dice il Vocabolario Treccani, laddove la “solidità finanziaria” valutata, sia chiaro, è quella della società, impresa o Stato – mica robetta. Abbiamo tutti presente la classifica che va dalle tre AAA maiuscole fino alla C della zona retrocessione (che prelude al default o fallimento, come sanno bene in Grecia). Da quando, agli inizi del Novecento, sir John Moody capì che i tempi erano maturi per mettere in vendita il proprio parere sulla credibilità delle compagnie ferroviarie statunitensi che avevano preso in prestito un mucchio di dollari dagli istituti di credito per mettere su la rete ferroviaria nazionale, si aprì un nuovo capitolo per la ragione economico-finanziaria: la ratio etimologica che sottostà alla ragione, intesa come “calcolo” matematico non meno che come “principio di intelligenza della realtà”, si piegò di fatto all’alea della valutazione soggettiva (e magari interessata) emessa da entità costruite e pagate proprio con questo scopo, le agenzie di rating.
Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch
Le agenzie di rating (agenzia è qui un calco sull’inglese agency ‘istituto, ente, organismo’) a piede libero nel mondo sono circa cento, ma tutti sanno che sono soltanto tre quelle che controllano gli umori del mercato, ovvero il mercato in sé, quell’entità psichicamente labile che agisce sotto la spinta più del simbolico e dell’emotivo che del reale e razionale. Si tratta delle statunitensi Moody’s e Standard & Poor’s e della francese Fitch. Hanno prosperato, tali agenzie, perché sono state pagate per sentire i loro pareri proprio dalle entità che poi rischiano di barcollare sotto gli effetti dell’oracolo. In primis, le imprese, che cominciarono a pagare salato il parere, il voto, di questi analisti considerati tanto bravi.Oggi siamo agli Stati – e alle intere economie nazionali –. Le tre sorelle esprimono opinioni sulla credibilità di imprese, banche e Stati che si cimentano sul mercato del debito, vale a dire, in parole povere, che prendono in prestito denaro, come spiega Carlo Galli su Repubblica.it. I rating (gli oracoli…) esprimono stime probabilistiche sulla probabilità e capacità di imprese, banche e Stati di rimborsare a tempo debito i loro, appunto, debiti. Si tratta dunque di stime appetibili per i creditori. E che consolidano la fama del debitore, se ottiene un voto alto, un bell’AAA, per dire. Perché, come scrive Paola Jadeluca, «ogni grado in più di rating vale secondo alcuni calcoli lo 0,42% in meno di costo del denaro. In poche parole, più alto è il rating più basso è l’interesse pagato per i prestiti bancari» (Rating, in AA.VV., Capire la crisi. Le cento voci per affrontare il futuro, «I quaderni di Affari & Finanza», Gruppo editoriale L’Espresso spa, 2011, p. 99). Se non sei valutato dalle tre agenzie, è come se non esistessi, nel mondo mercatante. Se esisti, però, rischi.
«Se incontri l’Economia uccidila»
Il rischio che si corre è dimostrato dal caso Enron, la multinazionale texana che, quattro giorni prima del crollo totale, nel 2001, era ancora ritenuta solidissima dalle agenzie di rating. Stessa storia per Lehman Brothers, la public company finanziaria finita in bancarotta nel 2008 in seguito alla crisi dei mutui subprime. Dopo questi non minimi segnali di non certissima affidabilità degli oracoli emessi dalle tre sibille del rating, viviamo, a quanto pare, in un mondo che per esistere di tali oracoli continua ad avere bisogno: per esistere, sì, ma anche a rischio di vedere messa in discussione la propria consistenza ed esistenza, a causa degli effetti di panico che i voti eventualmente declassanti gli Stati possono generare sulle mandrie ingovernabili che si muovono nei mercati. Ha scritto Guido Ceronetti, parafrasando i mistici cristiani: «Se incontri l’Economia uccidila». Il rischio è che prima l’Economia uccida gli altri.
Nell’origine latina
Quasi quasi ci si perdeva in chiacchiere. Qual è poi la ragione che sta alla base di rating? Il termine inglese viene dal verbo (to) rate, nell’accezione tardo-cinquecentesca di ‘valutare la quantità o il valore’ di qualche cosa. A sua volta, il verbo, in tale accezione, è ricavato dal sostantivo omonimo rate, già attestato nel XV secolo nell’accezione di ‘valore o quantità stimati’. Il termine risale al remoto latino sostantivato rata (pars) ‘(quantità) stabilita, fissa’, a sua volta, in orgine, participio passato femminile del verbo deponente reor, reris, ratus sum, reri ‘pensare’, ma anche ‘considerare, reputare’.
Insomma, la ragione dell’irragionevole rating era già nell’ambiguità semantica espressa dalle origini latine: si calcola (soltanto) ciò che si considera.
Il lemma
Elaborato dalla redazione di “Lingua italiana” del Portale Treccani
rating s. m. inv. (dall’ingl.; propriamente «valutazione, stima) - Nel linguaggio economico e finanziario, valutazione della qualità e dell’indice di affidabilità dei titoli emessi da una società, da un’impresa o da uno Stato e, di conseguenza, della sua solidità finanziaria: agenzie di rating.
Esempi d’uso
«Occorre la valutazione congiunta, ma data separatamente ed indipendentemente, di due agenzie statunitensi specializzate in analisi finanziarie: queste agenzie conferiscono al richiedente il cosiddetto "rating", che potrebbe definirsi in italiano "grado di affidabilità". Nel nostro caso le agenzie sono state la "Moody's Investor Service" e la "Standard and Poor's Corporation": entrambe hanno conferito alla Bnl la valutazione massima».
Nerio Nesi, intervistato da Renzo Villare, Stampa, 2 ottobre 1983, p. 15, Borse Economia e Finanza
Espresso con i famosi "Ratings" (Aaa, Aa Ecct), il giudizio di Moody's e di Standard and Poor, questi i nomi delle due agenzie, è molto seguito e raramente soggetto a critiche. L' investitore ha in mano così una chiave utilissima per le sue scelte di impiego. Tuttavia l'ultimo figlio del mercato obbligazionario americano, chiamato "Junk Bond" o obbligazione di bassa qualità ha sconvolto questi rigidi schemi. Il Junk Bond è un titolo emesso da un debitore non molto stimato dalle due agenzie di Rating, che affidano a questi titoli le votazioni più basse.
Adamo Gentile, Repubblica, 5 maggio 1985, p. 4, Affari & Finanza
[tit.] Banche, per Credit e Unicredito / sì alla fusione del maggior azionista / E Moody’s è ora pronta ad aumentare il rating del gruppo.
Unità, 22 aprile 1998, p. 17, L’Economia
Fitch ha tagliato il rating della Grecia a CCC, un gradino sopra il livello D che indica default, dal precedente B-. «Il downgrade riflette il rischio, esacerbato, che la Grecia possa non essere più in grado di sostenere la sua presenza nell'Unione economica e monetaria».
Sole 24 Ore.com, 17 maggio 2012, Notizie Italia
«Vi è un conflitto» tra analisti e uffici delle agenzie che producono i rating. A sostenerlo è l’attuale presidente della Banca centrale europea Mario Draghi che, quando era governatore della Banca d’Italia, usò queste parole testimoniando al pubblico ministero di Trani, Michele Ruggiero, nell’inchiesta della Procura sulle agenzie di rating e sul declassamento del nostro sistema bancario, operato da Moody’s il 6 maggio 2010.
L. For., Stampa, 18 luglio 2012, p. 8, Primo Piano
Silverio Novelli