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Too big to fail

Troppo grande per fallire: too big to fail

Se sei un cittadino qualunque, onestissimo contribuente e fiducioso sostenitore dell’iniziativa privata, ti sarà concesso di stupirti se il Governo del tuo Paese decidesse di allestire un gigantesco piano di salvataggio a favore di una banca potentissima o di una fiorente (all’apparenza) impresa privata. Soprattutto se la prima si è avventurata in un giro di affari di pura finanza, portando a un fallimento che a pagare sarebbero i dipendenti della banca stessa e migliaia di piccoli risparmiatori; mentre la seconda ha gettato sul lastrico i suoi azionisti e messo in mutande i risparmiatori che avevano investito in bond.
 
Gli allegri fratelli Lehman
 
Nel 2008 alla grande banca d’investimenti americana Lehman Brothers non fu concesso di godere dell’unico defibrillatore possibile, l’aiuto del Tesoro e della Federal Reserve: l’infarto fu letale, la crisi dei mutui subprime portò Lehman alla bancarotta e al fallimento. Un debito di 613 miliardi dollari insanabile (http://www.ansa.it/), più di 26.000 dipendenti a spasso, la vergogna di essere nell’epicentro della più grande crisi esplosa dopo quella del 1929, all’interno dell’enorme “bolla” che ha drogato le economie avanzate del mondo occidentale, con effetti che durano ancora oggi. Diversamente ci si è comportati in Italia nel 2003, quando emerse nella sua ampiezza il dissesto della Parmalat, destinata alla bancarotta (fraudolenta), che portò all’azzeramento del patrimonio azionario, con danno irrecusabile per i piccoli azionisti e la riduzione in carta straccia dei bond acquistati da tanti piccoli risparmiatori. Un provvedimento legislativo promosso dal II Governo Berlusconi, il cosiddetto “decreto Parmalat” (Decreto-legge 23 dicembre 2003, n. 347, convertito con modificazioni nella Legge 18 febbraio 2004, n. 39 – recante misure urgenti per la ristrutturazione industriale di grandi imprese in stato di insolvenza http://www.parlamento.it/), impedì il fallimento della Parmalat, impose l’affidamento dell’azienda a un’amministrazione straordinaria e, per lo meno, avviò un tentativo di risarcimento dei risparmiatori gabbati. Ma se l’Amministrazione statunitense si è astenuta da ogni ipotesi di salvataggio di Lehman, troppo onerosa e pericolosa, è intervenuta invece in altri casi, evitando che il sistema creditizio nazionale crollasse, con effetti incalcolabili sulla sorte dell’economia nazionale. Insomma, nel Paese del libero mercato per eccellenza, il pubblico è intervenuto a favore del privato, sostenendo grosse banche in difficoltà (per esempio Bear Stearns) e istituti erogatori di mutui (Freddie Mac e Fannie Mae).
 
Corsa all’espansione
 
Succede così anche negli Stati Uniti: se il privato fa pasticci, il pubblico soccorre. Va ricordato che il gigantismo delle grandi banche (quello che ha portato alla crisi dei mutui subprime, con tutto quel che ne è seguito) esplose quando, nel 1999, il Presidente Clinton abrogò il Glass-Steagall Act (che risaliva al 1933), una previdente legge che stabiliva una netta separazione tra banche d’investimento e banche che raccolgono risparmi ed erogano prestiti (banche commerciali). Da quel momento, per le banche americane fu una corsa all’espansione, ben al di sopra delle proprie possibilità (attraverso la cartolarizzazione dei debiti in vari tipi di derivati) e ben al di sopra dei margini di rischio per i risparmiatori che a quelle banche si fossero affidati.
 
Tbtf
 
Quando, dunque, la mano pubblica viene tesa verso la manona bucata del privato? Quando la banca (o, in taluni casi, l’impresa) è too big to fail, ‘troppo grande perché fallisca’ (http://www.worldlingo.com/). Questa la pragmatica formula che negli Stati Uniti si è imposta, fino a lessicalizzarsi, per spiegare e giustificare empiricamente (in soldoni, si potrebbe dire) l’esito di complicati calcoli macroeconomici. La formula, che ha il pregio della schiettezza, trasvola l’oceano e viene accolta nei lessici economico-finanziari e politico-giornalistici europei. Arriva anche in Italia e, come mostrano gli “esempi d’uso” qui raccolti, rivela una notevole flessibilità grammaticale, potendosi usare come locuzione aggettivale (così nella prima attestazione scritta reperita sulla stampa quotidiana, nel 1991: «ragionamento ‘too big to fail’»), locuzione avverbiale (1999: «pensare too big to fail, troppo grande per fallire»), locuzione sostantivale (2003: «il “too big to fail” (troppo grande per poter fallire) è una realtà»), calco (2010: «lista degli istituti “troppo grandi per fallire”»)… e perfino sigla: «Tbtf (Too big to fail, troppo grande per fallire)» (2004). Anche se, in tema di sigle, in tempi di scritture veloci e sincretiche, di tag da graffitari e scorciature da sms, bisogna stare attenti a omografie che potrebbero creare equivoci imbarazzanti. Poco male se ci si confonde con Tbtf = Tampa Bay technology forum (una fondazione e un network che si battono perché Tampa Bay, in Florida, diventi un centro d’eccellenza dell’innovazione tecnologica) o Tbtf = Tasty bits from the technology front (sofisticato blog americano che raccoglie e seleziona le news più rilevanti per confezionare una newsletter bisettimanale), sigle, cioè, che designano istituzioni ed entità serie e produttive. Peggio, invece, se si scambia l’impossibilità di fallire della banca con ciò che Tbtf può, molto popolarmente, indicare, sia che venga stampigliato su magliette non si sa quanto autoironiche o venga detto con un ghigno tra impiegati e manager a proposito di certi colleghi indaffaratissimi: Too busy to fuck, cioè troppo occupato, troppo preso (dal lavoro) per poter scopare. Ai piani alti della Lehman, della Parmalat e di tante altre corazzate economico-finanziarie non saranno mancate persone orgogliose di portare addosso quella scritta. Purtroppo.
 
Il lemma
 
too big to fail [dall’inglese, letteralmente «troppo grande per fallire»], locuzione usata in italiano in funzione di aggettivo, avverbio e sostantivo maschile invariato. – Nel linguaggio politico, detto di banca, istituto creditizio, impresa considerati troppo rilevanti perché possano essere abbandonati dalla mano pubblica alla propria sorte in caso di rischio di fallimento.
 
Elaborato dalla redazione di “Lingua italiana” del Portale Treccani
 
Esempi d’uso
 
Se però si riduce la garanzia, si può favorire uno spostamento dei depositi dai ‘piccoli buoni’ ai ‘grandi cattivi’, in base al ragionamento ‘too big to fail’, come si dice in America, ossia che se le banche sono troppo grandi non possono essere fatte fallire.
Carlo Clericetti, «La Repubblica», 6 dicembre 1991
 
Indubbiamente la crisi brasiliana, successiva a quella russa della scorsa estate, ha messo a dura prova i nervi di chi investe. E sopratutto, nessuno si azzarda più a pensare too big to fail, troppo grande per fallire.
vi.p., «La Repubblica», 18 gennaio 1999
 
È stato scritto che il Governo, con il decreto Parmalat, si è messo su una linea interventista contraria al liberalismo (“Il crac è vietato. Lo Stato tiene a balia l’industria del latte” Il Foglio del 24 dicembre). Nello stesso senso il rozzo articolo di Brian M. Kaney sul Wall Street Journal del 29 dicembre. In realtà il “too big to fail” (troppo grande per poter fallire) è una realtà, con la quale, al di là delle sue linee di pensiero economico, ogni governo deve fare i conti. Sono convinto che Luigi Einaudi, Ronald Reagan e Margareth Tatcher avrebbero votato a favore del decreto che ha permesso una rapida azione per cercare di salvare il salvabile di Parmalat. La cosa più importante è che misure di questo tipo non funzionino anche come salvataggio della proprietà e annacquamento delle gigantesche responsabilità che stanno affiorando.
Marco Vitale, «Corriere della sera», 31 dicembre 2003
 
Nell’83 è entrato alla Continental Illinois National Bank di Chicago, dove ha curato i rapporti con la clientela corporate: compito non facile visto che già nell’84 Continental Illinois, allora la settima banca americana, era tecnicamente fallita e si è salvata soltanto grazie all’intervento del governo federale, che l’ha nazionalizzata in base al famoso principio Tbtf (Too big to fail, troppo grande per fallire).
Elenea Comelli, «Corriere della sera», 20 settembre 2004
 
A metà 2011 le norme sul «too big to fail» (titolo) - Introduzione molto graduale dei requisiti di liquidità per le banche e soprattutto rinvio alla metà dell’anno prossimo della lista degli istituti «troppo grandi per fallire» e delle misure di maggior protezione che dovranno adottare per evitare di dover essere salvati con denaro pubblico come è avvenuto nella recente crisi.
Alessandro Merli, «Il Sole 24 Ore», 20 ottobre 2010
 
Silverio Novelli
 

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(a cura di) Sergio Lubello

Sergio Lubello, professore di Storia della lingua italiana e Linguistica italiana nell'Università di Salerno, ha curato un interessante e vario volume che raccoglie e ordina gli interventi di due giornate di studio tenutesi presso l'Università di Salerno nel 2011 (Lezioni d'italiano) e nel 2012 (L'ora di grammatica. Riflessioni su norme e usi dell'italiano)

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