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Pirata della strada

Quante leghe, miglia marine e poi chilometri tra boschi e su strada e poi ancora frequenze elettromagnetiche e quindi pixel sono stati percorsi, nella lingua italina, dal pirrata di cui cantava agli inizi del Trecento il poeta milanese Bonvesin de la Riva («Nu lezem d’un pirrata, d’un barruer de mare, / lo qual robava le nave e feva omiunca mal»)? Un numero incalcolabile. Sta di fatto che di tutti i pirati di cui siamo a conoscenza, i pirati della strada sono tra i peggiori. Quelli che infestavano i mari, in qualche modo, avevano un loro, pur terribile, codice d’onore. Certamente non desiderati, anzi temuti e odiati, erano peraltro attesi dalle popolazioni rivierasche mediterranee, che cercavano per tempo rifugio nell’immediato entroterra, anche se Italo Calvino ci ricorda che non era così facile sfuggire alle loro incursioni, nel medioevo del Cavaliere inesistente (1959): «Una flotta di pirati moreschi, sbarcata su queste coste, saccheggiò or non è molto il convento, portò via schiave tutte le religiose e appiccò fuoco alle mura».
E già nel Trecento c’era la variante di terraferma del pirata marinaresco, chiamato pirata silvestre, una sorta di brigante ante litteram, lui pure avido di beni e incurante delle vite altrui. Dal Savonarola in poi, tra l’altro, pirata ha assunto anche il significato figurato di ‘persona priva di scrupoli e desiderosa di ricchezze e potere’. L’Ottocento ci ha consegnato come pirata ‘colui che pubblica edizioni abusive di libri’ e così nel Novecento abbiamo avuto il pirata dell’etere ‘che trasmette senza autorizzazione o inserendosi su lunghezze d’onda altrui’ e, più di recente, il pirata informatico, ‘chi si inserisce illegalmente in reti e banche dati informatiche per ricavare informazioni riservate o copiare programmi per scopi illegali’. Per carità, tutte forme di pirateria nocive, censurabili moralmente e a vario titolo punite dalla legge: ma sembrava che, finiti i tempi delle scorrerie per i mari (e i boschi), il danno diretto, personale, fisico alla persona fosse rimasto escluso dalle conseguenze degli atti compiuti dal pirata. Anche se, certo, danni materiali alle persone, come dicono cronache appena poco più che recenti, gli effetti delle azioni compiute da certi pirati della finanza possono averne procurati.
Niente, però, a paragone con i rischi fisici che fanno correre alle persone i pirati dell’aria (o dei cieli, del cielo; le espressioni sono attestate dagli inizi degli anni Settanta, in coincidenza con l’esplosione del fenomeno), oggi detti comunemente dirottatori: basti pensare all’11 settembre.
E niente con gli effetti di solito mortali prodotti dalla condotta dei pirati della strada (dal 1965 in italiano) che nulla di mitico o di anche turpemente avventuroso hanno: da ubriachi, impasticcati o semplicemente scriteriati, con la loro auto investono persone e se ne vanno via, scappano vigliaccamente senza prestare soccorso alla vittima. I casi di cronaca aumentano, nel nostro Paese. Uno stillicidio che è pericoloso sintomo di una crisi profonda della morale pubblica e del sentimento di solidarietà umana.

Definizione: locuzione nominale [composta del sostantivo pirata (dal latino pirata, greco πειρατής, derivato di πειράω «tentare, assaltare»), in funzione di determinato, e del sostantivo strada, in funzione di determinante], usata come sostantivo maschile e femminile (plurale maschile: pirati della strada; plurale femminile: pirate della strada). – Conducente di un veicolo che, dopo aver investito qualcuno, si dà alla fuga senza prestare o chiedere soccorso (meno comune, con significato più attenuato, conducente che guida in modo pericoloso per l’incolumità altrui).

Silverio Novelli

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