Scrittore italiano “saccheggiato” dal cinema, così si espresse nel 1962 Alberto Moravia, che non poté arrivare a leggere romanzi come L’uomo che amava Kirsten Dunst (2011) di Alessandro Iovinelli: «Per me, il solo “soggetto originale” legittimo è quello scritto personalmente dal regista. Ma poiché i registi che scrivono i loro soggetti sono pochi, il romanzo è di gran lunga preferibile al “soggetto originale”» (http://www.fondazionecsc.it/).
Tra Roma, Zagabria e Parigi
Dopo aver letto il romanzo L’uomo che amava Kirsten Dunst (Aracne, Roma 2011 http://217.118.137.204/) di Alessandro Iovinelli (1957), scrittore italiano che ha vissuto il centro della sua vita e della sua attività professionale tra la natìa Roma, Zagabria e Parigi (come lettore d’italiano, docente universitario, addetto culturale all’Istituto Italiano di Cultura), si ha la sensazione netta che esiste la persona giusta non soltanto per condensare la materia eterea delle immagini filmiche in plasma vitale da far circolare nella scrittura narrativa, ma anche per trasformare la strutturata densità della narrazione romanzesca in sceneggiatura agile e in visioni rivelatrici. Potrebbero bastare pezze d’appoggio esterne, per alimentare questa tesi, che condurrebbe Iovinelli a essere, di là di ogni aspettativa moraviana, potenziale artefice di testo narrativo e testo cinematografico: per esempio, il fatto che il precedente romanzo di Iovinelli, Calluna Vulgaris (Mobydick, Faenza 2008), reca impresso in copertina un primissimo piano di Greta Garbo e ha per protagonista un critico cinematografico (in forza a un quotidiano) che interpreta e valida la realtà sulla scorta di citazioni filmiche e letterarie pullulate da un inesausto archivio mnemonico; oppure il fatto che l’ultima raccolta di saggi dell’autore, Il salto oltraggioso del grillo (Albatros, Roma 2010 http://www.ilfiloonline.it/) è sottotitolato Saggi di narrativa e di cinema e, nei capitoli tematici (Eroi per caso, Una perfetta specularità: comico e tragico, Il viaggio nel tempo e la commedia sentimentale cinematografica), l’analisi dell’esemplarità della novella boccacciana su Andreuccio da Perugia rimanda alla lettura del film After Hours di Martin Scorsese, così come il sentimento del contrario di Pirandello o il gioco del rovescio di Tabucchi entrano in risonanza con l’humour che vira verso il tragico in pellicole come Crimini e misfatti e Match Point di Woody Allen.
L’attrice che ha fatto Marie Antoniette
Pezze d’appoggio esterne, si diceva, ma rivelatrici, in realtà, di un’intima tensione unitaria, che percorre tutta l’opera di Iovinelli (in certi scorci, anche quella poetica) in direzione dell’osmosi tra immaginazione cinematografica, costruzione narrativa romanzesca e – aggiungiamo – felice disposizione al dialogo teatrale. Proprio come accade, per esempio, quando, nelle prime, decisive, pagine di L’uomo che amava Kirsten Dunst, l’io narrante, dopo aver incontrato la furibonda moglie («È pazzo […] Ama un’altra») dell’amico di una vita, Adriano, ha il primo scambio di battute con l’amico che pensava immerso in una crisi materiale (lavoro perso; anzi, abbandonato) e non matrimoniale:
«Rita mi ha detto che c’è un’altra donna. È vero?»
«Hai presente Kirsten Dunst?»
«Certo. È l’attrice che ha fatto Marie Antoniette».
«Non potevamo che essere amici noi due. Tutti gli altri avrebbero detto: la fidanzata di Spiderman».
«Oh mica stai parlando con Romain! [il figlio adolescente dell’io narrante, ndr]. Per quanto… Devo riconoscere che insieme abbiamo visto tutti e tre i film».
«È brava. Mi piace».
«Stai cercando di farmi capire che lei ti ricorda Kirsten Dunst?»
«Lei non mi ricorda Kirsten Dunst. Lei è Kirsten Dunst».
Con Woody Allen
Dialogo che merita già il palcoscenico teatrale o campi e controcampi cinematografici, ritmato da passo rapido, sintassi lineare anche nel parallelismo con correctio che chiude in climax su un colpo di scena bruciante e paradossale – qui, l’uomo che amava… la donna, sta più, come spesso gli capita nel corso del romanzo, con Woody Allen che con l’altro grande regista citato nel titolo, François Truffaut.
Dialogo che funziona benissimo, proprio perché, per formazione culturale e talento naturale, l’autore sembra scrivere vedendo le scene e le inquadrature, tanto che tempi cinematografici scandiscono le battute, rispondendo ai rintocchi di un metronomo interno e i tropi retorici vengono scientemente ricondotti, di preferenza, entro l’alveo di una colta, elegante, moderna espressività visuale. Non v’è però l’artificio di chi scrive – come si dice a proposito di molti più o meno scafati professionisti della parola – sapendo già che il testo narrativo è una sorta di traccia finalizzata a un film venturo; perché, in realtà, Iovinelli scrive con una sola intenzione e su due piani contemporaneamente. Tant’è che il dialogo, così cinematografico nel suo dinamismo scattante, è (mi perdoni l’autore, mi scusino i lettori per il trucco, speso a fini didascalici) il frutto della riduzione da parte di chi scrive di una pagina in cui, invece, il virgolettato si alterna con l’omodiegesi, in un gioco di arsi e tesi, concentrazione e dilatazione, espressione e riflessione, tali da mostrare la complessa mobilità di una scrittura narrativa che innesca, per l’appunto, due modalità capaci di funzionare autonomamente ma anche di addivenire a una superiore unità dialettica. Abbiamo messo su carta la mano destra solistica. Ora, ricomponiamo mano destra (le battute di dialogo) e mano sinistra (omodiegesi), almeno per quanto riguarda l’ultima parte dello spartito:
«È brava. Mi piace».
Adriano era tornato a volgere lo sguardo in lontananza, quasi volesse raggiungere, dietro la linea dei Colli Albani, le nervature nascoste dei Monti Lepini. Fumava lentamente.
«Stai cercando di farmi capire che lei ti ricorda Kirsten Dunst?» gli chiesi con una pazienza della quale non sarebbe stato capace neppure Socrate quando fermava gli ateniesi per strada interrogandoli sul bene e la vera conoscenza.
«Lei non mi ricorda Kirsten Dunst» mi rispose mentre la cicca lanciata nel vuoto tracciava la scia luminosa di una stella cadente «Lei è Kirsten Dunst».
Precise suggestioni visive
Ecco che la pagina restituita nella sua interezza, pur serbando in sé il dinamismo, la freschezza e lo scatto della battuta finale, perfetti per un copione, è ora tutta narrativa; allo stesso tempo, non mortifica le precise suggestioni visive: il lento fumare di Adriano, lo sguardo che va lontano, perdendosi sull’orizzonte collinare, la cicca lanciata nel vuoto con la scia luminosa che sbiadisce. Tornando di nuovo alle modulazioni della lingua, ogni immagine suscita sottili allusioni simboliche e coglie sfumature psicologiche che caratterizzano da subito la situazione e i due personaggi maschili principali, anticipando alcuni temi di fondo del romanzo. Per esempio, lo sguardo perso in lontananza, il lento fumare contengono già il lungo, meditato, faticoso lavorìo (senti)mentale che Adriano svolgerà nel corso dei mesi per chiarire a sé stesso, all’amico e al lettore il senso della sua ossessione. Un lavorìo suggellato dalle lettere scritte via mail all’amico, le quali contengono fulminanti interpretazioni dei personaggi rappresentati sullo schermo dalla Dunst, sempre più chiaramente identificata nella summa vibratile e appassionante di tutte le maschere dell’eterno femminino indossate dall’attrice americana di origine tedesca – tra parentesi, andranno riprese, a conferma dell’unitarietà di ispirazione e di stile in Iovinelli, le pagine saggistiche dedicate a Kirsten Dunst nel Salto oltraggioso del grillo, di taglio fluidamente narrativo.
Assorbendo la forza sciamanica
La cicca che «lanciata nel vuoto tracciava la scia luminosa di una stella cadente» anticipa la battuta decisiva («Lei è Kirsten Dunst»), esprimendo tutto l’azzardo feroce e insieme malinconico di un’impresa della mente e del cuore che, nel suo svolgersi luminoso, sfolgorante (come certe illusioni vitali, leopardiane o alleniane che siano), inscrive nella propria parabola un fiabesco destino di estinzione. Fiabesco o amaro? Se la vita alternativa immaginata – da Gil Pender/Owen Wilson in Midnight in Paris – o sognata – da Adriano in questo romanzo –, viene vissuta assorbendo la forza sciamanica che promana da ogni «giardino segreto» coltivato al riparo dalla cruda e arida realtà quotidiana, l’amarezza potrebbe non aver luogo, a onta di qualsiasi end, foss’anche in apparenza unhappy (in margine, un “incubo” mediatico che riguarda l’attore di Dallas… http://www.ilsole24ore.com/).
Ma già basterebbe, per allentare la morsa dell’oscuro mistero che stringe ogni umano destino, la qualità lenitiva, insomma, taumaturgica, che ogni accensione di vera arte possiede, come quando, nelle pagine centrali di questo romanzo, prende corpo di racconto nel racconto il sogno di Adriano di incontrare Kirsten Dunst. Attraverso le volute di una raffinata, brillante, e spesso comicamente surreale disinvoltura, la lingua sprizza scintille, le invenzioni rischiarano la scena, i meta-commenti dei due sodali maschili (il romanzo è anche un’elegia sull’amicizia: «Ci somigliamo per tanti versi così tanto che a volte finisco per attribuire a lui modi, espressioni e pensieri che sono miei e viceversa», dice l’io narrante) creano un controcanto, ora spassoso, ora pensieroso, al racconto stesso, e il lettore viene magicamente sollevato in alto, insieme ad Adriano, ben aldilà delle colline laziali, in cielo, sospeso – fino alla fine del libro –, oltre l’altra faccia della luna, tra le stelle non ancora cadute.
Silverio Novelli