Scrive Haim Baharier: «Lingua e linguaggio non sono la stessa cosa. La lingua è una convenzione buona, nasce e serve per soddisfare i bisogni di una data comunità. Se, per qualsiasi motivo, il bisogno cessa, la lingua si lascia morire. Non così il linguaggio: il linguaggio è la voce dell’interiorità. Con il linguaggio si scalfisce il mondo, si lasciano i segni della propria responsabilità» (Qabbalessico, Firenze, Giuntina 2012, p. 71). Cerchiamo di riportare il senso del discorso del biblista e pensatore ebraico sul terreno della letteratura, cronotopo in cui la lingua (sistema) e il linguaggio (singola voce di scrittore e scrittrice) si mette alla prova in ogni pagina scritta e stampata. Se la responsabilità dello scrittore consiste nel forzare la superficie di lingua e pensiero applicandosi lungo i cleavage che la norma(lità) normalizzata tende a suturare per omeostasi, allora bisognerà concludere che ogni ricerca di nuovo stile prenderà la forma dell’inadeguatezza rispetto alla norma(lità) imperante: si porrà come male, come “malascrittura” che apre al caos, unica garanzia per sovvertire il dominio dell’inerzia (il già dato, già pensato, già formalizzato in lingua scritta). Insomma, c’è bisogno, nelle lettere (patrie e forestiere) del coraggio di scrivere male.
Manzoni «scrivo male scrivo male»
«Se l’italiano letterario è progredito, lo si deve agli scrittori che hanno scritto male», ragiona Giuseppe Antonelli, adducendo esempi che rimandano a polemiche tra vecchio e nuovo che ciclicamente si presentano sulla scena del dibattito letterario in Italia: «Come Pirandello, che […] si difendeva dall'accusa di scrivere male, distinguendo nettamente tra lo scrivere bene (cioè in maniera funzionale alla finzione) e lo scrivere bello (cioè alla D'Annunzio). Come Manzoni, che alla fine del primo tentativo di romanzo si disperava (“scrivo male scrivo male a mio dispetto”); e riscrittura dopo riscrittura – fuori la questione della lingua infuriava violenta – non sarebbe mai riuscito a soddisfare del tutto il palato fine dei critici coevi» (http://www.ilsole24ore.com/). Luigi Matt ha notato come, recentemente, il fatto di deragliare in direzione dell’informalità esfiltrandosi dai precetti della “scolastica” di una lingua così semplice che sembra essere inoffensiva (al massimo della temerarietà, un po’ ammiccante come certa prosa di cronaca giornalistica) – uno scrivere bene che in sé non è… male, se non presume di farsi chiave di espressione onnipresente e onnipotente –, abbia portato gli scrittori sperimentatori a essere tacciati dalla critica «di imperizia o di scarsa attenzione allo stile, il che è un po’ come dire che Totò era ignorante perché nei suoi film si lasciava sfuggire molti strafalcioni. In realtà, è chiaro che al contrario l’opzione più semplice è riproporre all’infinito certi moduli di media letterarietà (come si vede bene per esempio in tanti romanzi di consumo). La riproduzione del parlato informale, quando è riuscita, è frutto di un lavoro sullo stile particolarmente impegnativo» (http://www.treccani.it/speciali/errori/Matt.html).
Chi scrive bene, chi scrive male? Ai tempi del Manzoni, dice Antonelli, scrivere bene significava usare l’italiano letterario – una lingua morta. Oggi, il modello, diciamo così, inerziale, è quello della lingua che fa il verso al parlato, senza peraltro avvicinarsi minimamente all’oralità, molto più difficile da approcciare e ri-creare: si tratta del ti-tìc e ti-tòc (per usare un’espressione cara a Gianni Brera) delle frasi brevi che generano i romanzi di Federico Moccia, con onesto corredo di esclamazioni e interiezioni, iperboli e metafore da tutti i giorni. Prosa da bestseller, tre metri sopra le vendite degli sperimentatori indicati da Luigi Matt come esempio di coraggio linguistico (Rossana Campo, In principio erano le mutande, 1992; Isabella Santacroce, Fluo, 1996; Paolo Nelli, La fabbrica di paraurti, 1999; Paolo Nori, Bassotuba non c’è, 1999; Alfonso Brentani, Per oggi non mi tolgo la vita, 2010). L’ultimo a cercare di prendere il caos per le corna è stato l’Aldo Nove di Woobinda (1996), dice Antonelli. Se si va a vedere, ci si renderà conto di un fatto interessante, vale a dire che la scelta del deragliamento linguistico e stilistico corrisponde, negli autori citati, alla decisione di assumere la voce e il punto di vista di creature marginali, dall’intellettuale precario di Nori al tele-leso di Nove, dalle ragazzine sinistre e festaiole della Santacroce alla donchisciottesca giovane amatrice della Campo, dagli operai di Nelli all’aspirante suicida di Brentani. Romanzi e storie che hanno segnato faglie e incrinature nella narrativa italiana degli ultimi vent’anni, mentre, imperturbabile, il mainstream della scrittura standard non ha smesso di sommergere a ondate ricorrenti e sempre più gonfie ogni possibile considerazione critica incapace di cogliere la relazione necessaria tra il bestseller e la lingua in cui il bestseller è stata scritta.
Naturalmente, lo scriver bene ha diversi modi di presentarsi, diverse sfumature, diversi gradi di intensità. Si potrebbe dire che sul mercato delle auto di successo Moccia è il modello base, Volo quello accessoriato, Baricco quello deluxe (Baricco «scrive bene – molto bene», dice Antonelli). Poi v’è anche, come dire, il bene palestrato, che tende alla cosmesi del bello, ossia all’ornato delle immagini ridondanti di accoppiamenti voluttuosi tra sostantivi e aggettivi, con effetto cartolina illustrata nelle descrizioni (Antonelli cita Non ti muovere di Mazzantini), e pensosità dolente nella presentazione di emozioni e sentimenti (i romanzi di Ugo Riccarelli).
Lo scrittore Luca Ricci, autore dell’acuto saggio Come scrivere un bestseller in 57 giorni (Laterza, 2009), ha messo bene in evidenza come funziona quella che si potrebbe definire la slot writing machine che produce il bestseller: «Il bestsellerismo è un modo di pensare secondo cui l’aspetto estetico è legato al dato di vendita (tradotto: se un libro vende è bello per forza). Il problema non è il libro di successo, ma il tentativo di replicarlo a ogni costo. Così il bestseller non è più una categoria merceologica, bensì un genere letterario, un modello per la scrittura di altri libri» («Corriere della sera», 13 maggio 2012, La Lettura, p. 4). Un modello preformato anche di lingua; e di linguaggio, «che non scalfisce il mondo».
Silverio Novelli