«Fabio Volo, nome d'arte di Fabio Bonetti (Calcinate, 23 giugno 1972), è un attore, scrittore, conduttore radiofonico, conduttore televisivo, doppiatore e sceneggiatore italiano». Così Wikipedia, precisa e puntuale, a parte la lacunosa indicazione in apertura sulla collocazione geografico-amministrativa di Calcinate (provincia di Bergamo). Sul resto, tutto vero: eccolo qui, Fabio Volo, impacchettato e pronto per l'uso. Eppure...
«Io amo la vita, e faccio ciò che voglio»
Eppure, mentre critici cinematografici e televisivi senza troppe ambasce rendono onore all'eclettico talento del panettiere lombardo autodidatta (licenza medie inferiori), i critici letterari fanno una dannata fatica a trattare senza patemi i sei romanzi da milioni di copie che sbaragliano in classifica non soltanto le opere degli scrittori d'alto lignaggio, ma anche, all'occorrenza, i romanzi degli altri autori di bestseller, cioè di narrativa ad alto consumo. Insomma, c'è tanta puzza sotto il naso. E magari un po' di rancore represso, perché Volo, attraverso una gran quantità di interviste, si presenta come un man in the street all'italiana, un bravo ragazzo che ce l'ha fatta perché è semplice («Ma io non ho talento!», obietta a Luca Telese che lo intervista) e appassionato («Io amo la vita, e faccio ciò che voglio»). “Semplice” non è persona che piaccia a chi si ritiene complesso e sofisticato; “appassionato” evoca un'energia e una schiettezza menomate o fiaccate in tanti togati recensori, condizionati dall'inquadramento in ranghi editoriali e da personalissime pratiche di scambi di favori. L'autore di bestseller che ha successo perché ciò che scrive piace a un vasto pubblico spariglia le carte dell'accademia e del sistema editoriale connesso, proprio perché è un'espressione iperbolica del sistema. Rappresenta l'evoluzione riuscita dell'umanità multitasking, creatura multimediale che offre sempre, rassicurando in tutte le forme in cui s'incarna, la stessa faccia, la propria, autentica, e, nel caso di Volo, misura di sostanziale candore e pulizia. L'Italia, avvezza al cinismo, adorerebbe veder premiata in ciascuno dei propri figli la disinvolta simpatia e positività che Fabio Volo esprime. Fabio è Fabio, anche quando recita nei film; anche quando si mette nei panni dei vari bamboccioni trentenni, impelagati in un ritardato processo di maturazione, che sono i protagonisti di quasi tutti i suoi romanzi.
Per arrivare a Tolstoj
Nei casi migliori, di fronte al problema-Volo, l'accademia si fa lungimirante, anche se in modo un po' paternalistico. Ecco cosa sostiene Andrea Moro, docente di Linguistica generale della Scuola superiore universitaria Iuss di Pavia, nel corso di un incontro al Salone del libro di Torino del 2012: «Sono un lettore di Gadda, Calvino e Borges e i due libri con cui voglio farmi seppellire sono il De rerum natura e l’Edipo Re. Ma Fabio Volo in particolare, che ha una scrittura pop con aspetti molto paratattici in cui le immagini sembrano prevalere sul dialogo, a me piace […] Può darsi che la Rowling o Volo per alcuni lettori siano il traino per arrivare a Tolstoj».
Diverso l'atteggiamento di un altro professore, Vittorio Spinazzola, emerito di Letteratura italiana contemporanea all'Università degli studi di Milano, che da anni cura il volume annuale a più voci Tirature, dedicato al rapporto tra attività letteraria e produzione editoriale.
Gadda e Liala
Scrive Spinazzola in apertura del capitolo Il canone della leggibilità, che chiude il suo recente saggio intitolato Alte tirature. La grande narrativa d'intrattenimento italiana (Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori-Il Saggiatore, Milano 2012): «Questo libro nasce dal proposito di contraddire, anzi capovolgere un pregiudizio assai diffuso nella cultura letteraria novecentesca: se un'opera narrativa, nella fattispecie un romanzo, è piaciuto a molte, troppe persone, ciò vuol dire che è sicuramente un prodotto mediocre, conformista, e come tale non merita di esser preso in considerazione dai lettori di classe, quindi dai critici. Bisogna invece convincersi che quando un testo suscita l'interesse di una gran parte dell'opinione pubblica, per ciò stesso richiede, esige attenzione da parte degli specialisti della lettura». Ciò vale anche se tenendo ferma la considerazione secondo cui «i lettori di Gadda “valgono di più” di quelli di Liala, in quanto sono in grado di mettere a confronto e scegliere tra le opere dell'uno e quelle dell'altra, mentre non vale il contrario»; inoltre, scrive Spinazzola, i «romanzi d'intrattenimento e svago» sono una cosa, quelli «istituzionali» un'altra, anche se, a parere di chi scrive, fare a fette, a strati la produzione romanzesca è comodo e sensato, ma non bisogna dimenticare che, in realtà, di là dalle intenzioni dell'industria editoriale e perfino degli stessi scrittori, vige un continuum tra “alto” e “basso”, per cui romanzi presentati(si) come istituzionali (penso, per esempio, a quelli di Margaret Mazzantini) possono svelare, una volta analizzati, strutture, dinamiche, figure e stilemi presenti anche in buoni romanzi d'intrattenimento. Infine, va considerato che ci sono romanzi d'intrattenimento e di svago più riusciti e meno riusciti, meglio scritti e peggio scritti, più interessanti e meno interessanti.
«Uno qualunque»
Secondo gli anonimi stroncatori che si celano dietro lo pseudonimo di Lucio Giunio Bruto, il successo di Volo sta innanzi tutto nella strategia editoriale mondadoriana di “pompare” in catalogo le facce da video che hanno successo. Nel libro scagliato come un martello contro Volo, Volo basso. Sesso, cacca e banalità: viaggio nelle cazzate che scrive Fabio Volo (Milano, Kaos edizioni 2012), si scrive acutamente che «l'ex Iena non manifesta nessun tipo di qualità artistica, nessun talento, ma è come se questa mediocrità fosse la base del suo successo» (p. 19). Dev'essere proprio così: mediocrità, intesa come medietà, è forse la parola chiave per capire Fabio Volo, l'immagine che egli vuole offrire di sé, il successo che premia chi si presenta come «uno qualunque» (perfetta sintesi di Edmondo Berselli, citato nel libro, che continua: «Il volto, di uno qualunque. Il talento, di uno qualunque. Lo stile, idem»). Nei capitoli di Volo basso dedicati ai sei romanzi di “Fabiovolo” (tutto attaccato), non si manca di notare la perfetta orizzontalità della scrittura; il ricorso a catene di analogie; l'abbondanza di aforismi, qualificati da Lucio Giunio Bruto come «idiozie suggestive che tanto piacciono alle lettrici di bocca buona e scarsa intelligenza» (p. 189). Lucio Giunio Bruto fa un ottimo lavoro di smontaggio di trame, temi e tormentoni stilistici, al fine di dichiarare la scarsa qualità letteraria dei romanzi di Volo e di smascherare nella sua figura di «più influente intellettuale italiano d'oggi» l'ipocrisia di tutti i media dell'Italia berlusconizzata (di destra e di sinistra, si sostiene), che glorificano soltanto chi ha successo.
«Fumettoni rosa»?
Sentenzia Lucio Giunio Bruto: «Fumettoni rosa con tanto sesso, unico nutrimento culturale per milioni di lettrici teledipendenti». Il problema è che se di “fumettoni rosa” si tratta, non è detto che siano costruiti così male. Anzi, è probabile che, a una verifica più puntuale, si scopra che i meccanismi tipici per tenere desta (e un po' morbosa) l'attenzione nella lettrice e nel lettore siano adatti allo scopo e dunque efficaci. In secondo luogo, non è detto che i romanzi di Volo siano letti soltanto dalle donne (perdipiù teledipendenti), che pure costituiscono l'80% dei lettori di Volo, perché, rispetto al tradizionale romanzo rosa di Liala, Volo innova e mette radici nel presente, presentando (per esempio in Il tempo che vorrei, 2009, da cui trarremo tutte le citazioni seguenti) figure di donne mature, appassionate e riflessive, a fronte dell'eterno immaturo, tenerone, egoista, velleitario maschio protagonista, ritratto nella sua crisi d'identità e di prestigio, pur tra scopate e cunnilingus ben riusciti, e ordinarie canne d'accompagnamento alle chiacchiere con gli amici (maschi). Spinazzola, a proposito dei romanzi di Moccia e di Volo, scrive di prove che testimoniano «l'evoluzione del romanzo rosa, con la sua capacità spettacolosa di metamorfosarsi pur rimanendo fedele a se stesso» (p. 18).
Anafore da videoclip
In questo quadro, aforismi seriosi, scherzosi e guasconi, rifatti su triti luoghi comuni mitologie scolastiche, si attualizzano nella dimensione abbordabile della quotidianità romanzesca che Volo ci avvicina come sua e come, possibile, nostra: Non stai vivendo se non sai di vivere, Nulla è più duraturo di una cosa provvisoria, Forte con i deboli e debole con i forti, Non sono contrario alle droghe, ma all'incapacità di vivere senza, Nessuno può entrare nella solitudine di un altro, Ho sempre ammirato uno come Gesù, che aveva sempre la risposta giusta, Se non ti perdi, non trovi strade nuove, Le persone tristi rendono triste l'ambiente ecc. ecc.
La struttura lineare, paratattica, giustappositiva, a brevi membrature frasali, accompagna la narrazione, con costanza didascalica: «Ho chiuso la porta e mi sono seduto sul divano. Mi sentivo stanco. La sua presenza in casa mi aveva tolto le energie, come se avessi fatto un trasloco. Sono andato in terrazza e ho guardato tutto quello che aveva fatto: nei vasi la terra nuova appena annaffiata, il filo per l'edera, le foglie secche rimosse. Tutto era in ordine, mi è venuto da piangere» (p. 201).
Sempre, si parte all'attacco delle emozioni, verso il centro del cuore di chi legge, che è pronto a farsi raggiungere, attraverso l'uso di cornici anaforiche, ritmiche ripetizioni di parole o locuzioni che talvolta ne includono altre, come alle pp. 20 e 21, in cui Non stare più con la persona con cui vorresti stare apre quattro capoversi, all'interno dei quali un'altra anafora, Significa, s'incarica più volte di dilatare il senso di dolente malinconia con la spiegazione del significato annunciato: «Non stare più con la persona con cui vorresti stare significa allungare la mano di notte nel buio per cercarla. Significa svegliarsi le prime mattine e, guardando il suo lato del letto, stropicciarsi gli occhi sperando sia solo stanchezza. Significa avere il fornello sporco di caffè, perché non ti ricordavi più di averlo messo sulla fiamma. Significa mettere due volte il sale nella pasta. O non metterlo affatto. Non stare più con la persona […] Significa pulire, grattare, scrostare, raccogliere, riordinare, buttare. Significa...».
Forse è proprio qui uno dei segreti del successo della scrittura pop di Fabio Volo: nella persistenza di una melodia di fondo che si rapprende in tormentoni di immagini e di frasi fatte e rifatte e sapientemente saldate dentro una struttura retorica antica quanto la letteratura più antica (quella recitata cantando): l'anafora che introduce elencazioni, secondo una tradizione che parte da Cecco Angiolieri e arriva a Sanremo (passando per la tiritera danzereccia Gioca jouer di Claudio Cecchetto, il maestro radiofonico di Volo). In effetti, tutte le filatesse anaforiche si risolvono in brevi spezzoni che, variando, rappresentano sempre lo stesso concetto, la stessa situazione psicologica in cui il lettore può riconoscersi, immedesimarsi, crogiolarsi. Volo, insomma, costruisce buona parte del tessuto dei suoi romanzi come la sceneggiatura di un clip musicale, e trova un'intera generazione di figli degli auricolari e di MTV pronta a emozionarsi e identificarsi.
Silverio Novelli