Nel tempo incerto dei risultati parziali (chi scrive ha visto da poco la partita Italia-Spagna uno a uno: un pareggio tattico ma elettrizzante e combattuto, come si diceva nei discorsi cool di un tempo; e ancora – sempre chi scrive –non sa cosa succederà della squadra di Prandelli con l’Irlanda del Buon Trapattoni, ad esempio); nel periodo sospeso dell’agone (fidando che l’agonismo non vada a mescolarsi, mai, con una qualche agonia): ecco che ritorniamo a parlare di calcio.
Che, a ben guardare (per onestà: se a guardare è chi scrive) è uno degli ultimi momenti epico-popolareschi a disposizione del mondo NordOccidente – con tutto quello che vuol dire.
Non sfugge, però, il non-piccolo particolare di quella che potremmo definire la “Sindrome da Palio di Siena”; che è l’agone (ma non banalizziamolo, non uccidiamolo definendolo correttamente sportivo – magari con l’accento di Capannelle nei Soliti ignoti) che da sempre prevede (attenzione, ufficiosamente prevede) accordi sottobanco, mezzeparole, proclami di sfida incontrollata, proposte di compartecipazione ai festeggiamenti e alla gloria: e questo di là dal particolare del cavallo sorteggiato (come a dire le proverbiali “carte che hai in mano”: anche con evidente sottinteso letterale).
Ovvero: un clima che – se al Palio fa parte del gioco: per quel che significa – nel calcio è offuscato dalle nebbie e dai velami della retorica. Le mele marce, i compagni (di squadra) che sbagliano, il caso isolato. (E qui viene in mente la geniale battuta di Bonvi sulle menzogne tragiche dei suoi magistrali soldatini da operetta: “Non esiste un’epidemia di colera, mi dica dei casi isolati”. “Bene: centosettantaduemila casi isolati”. Più o meno, a memoria. Magari aggiungendo qualche suffisso germanizzante in -en qua e là).
Ora. Con lo spettro devastante (soprattutto per chi scrive; e in quel del Palio e in quella Terra pone e ripone le proprie origini) delle origini monticianesi della vera iattura colpevole del sovrabosco calcistico italiano: quel Moggi inascoltabile (anche nelle ultime disquisizioni blasfeme sulle leggende, per dire), sempre e comunque. Con l’idea fissa di partite in corso (e in corsa) cui si dedica la nostra gioia di tifosi. Con il ricordo ineludibile di Pessotto che, richiesto di ‘quale tipo di integratori usasse’, risponde – presente storico – con assoluta fermezza: l’acqua.
Ecco. Ricordando tutto questo: ché non si può separare il grano mitico dal loglio venduto al mercato nero se non se ne dà, prima, un’onesta, irriguardosa veduta d’insieme. Sarà bene declinare – in questa terza puntata ufficiale sui vortici di Eupalla, più o meno – tutte insieme, le parole che nel presente descrivono il calcio.
Così. Se vi affligge e devasta – ma non vi spaventa: almeno non nel senso cui vi vorrebbero costringere – capire con esattezza cosa unisce l’industria farmaceutica agli spogliatoi; perché alcuni giocatori amano cenare con “capi della camorra”; quanto della società civile degli ultimi anni (secoli, a seguire l’Ecclesiaste) occupi l’ambiente calcistico diversamente, in tutta evidenza, da quel che succede in un racconto di Osvaldo Soriano. Ecco, con un qualche dolore; per voi, i glossogrammi che seguono.
1. Scommessa
A. «La “cum mĭssa (ĕst)” era la commessa, ovvero il termine sacro per indicare il ‘dubbio di fede’, i dubbi medievali sulla transunstanzazione e sulla ripartizione trinitaria della divinità cristiana…»
B. «Probabilmente scommettere ‘disunire cose o parti commesse fra loro’ dipende da scommettere ‘fare una previsione tra due o più persone’ ecc. Ma i linguisti non sono ancora in grado di spiegare il passaggio semantico…»
C. «Il sostantivo scommessa, con il valore di ‘atto dello scommettere’ è attestato in Toscana almeno a far tempo dalla prima metà del XVI secolo… Guarda: potrei scommetterci…»
2. Trucco
A. «In italiano truccare nel senso di ‘intervenire su qualcosa’ modificandola, ‘al fine di ingannare gli altri’ ecc. è abbastanza recente: è d’epoca fascista, attestato intorno agli anni Trenta…»
B. «Il francese truquer, con il deverbale truc, è alla base di truccare ecc. già dal XII secolo, per tràmite provenzale (l’“Et qui son’t badhaluc de front al trac et truhc” di Guillame de Prevost).
C. «Il trukkhow era, nel medioevo germanico, e poi nel longobardo *trwkkwo, il ‘paniere in cui venivano raccolti i fondi della comunità’, poi spartiti secondo il bisogno dal capovillaggio…»
3. Vendita
A. «Nel senso di ‘smercio’, legata anche a “baratti, spacci” ecc., la vendita è attestata dalla prima metà dell’Ottocento, negli Statuti Reali di Mutuo Scambio…»
B. «L’italiano vendere viene dal latino vĕndere, letteralmente vēnu(m) dare, ‘dare in vendita’…»
C. «Con vendita s’intende, nella terminologia calcistica: fino alla fine degli anni Settanta la ‘cessione di un giocatore da parte di una società all’altra’; dopo gli anni Ottanta, ratificato nel Disciplinario Sportivo a uso delle società, ‘atto libero di negoziazione tra squadre per l’addomesticamento del punteggio’…»
4. Partita
A. «La partita – propriamente partid-ha – è (dal portoghese a noi, nel Novecento) nel brasiliano degli anni Cinquanta del XX secolo, un ‘incontro sportivo truccato’…»
B. «Con il valore di ‘cimento’ o ‘competizione sportiva’, la parola partita è attestata già nel primo Vocabolario della Crusca del 1601…»
C. «La partitissima è, più o meno dagli anni Sessanta del Novecento, ‘un incontro di alto livello’, o comunque ‘molto atteso’ ecc. … specialmente nel calcio…»
5. Tifoso
A. «Il tifoso era, nell’antichità – etimologicamente ricondotto a oggi – il typhóos, ‘l’uragano necessario’ in primavera, per chiudere al meglio i raccolti…»
B. «Da un “antico greco” tŷphos, propriamente ‘sospensione’, s’è poi avuto il passaggio alle febbri ecc. e – solo nel Novecento, più o meno – al ‘tifo (appunto) sportivo’…»
C. «Etimologicamente, da sempre, il tifo ha a che fare con i ‘fumi della febbre’ e con ‘l’offuscamento dei sensi’…»
6. Competizione
A. «Non vorrei sbagliarmi… ma… per la parola competizione ‘gara’ la prima attestazione è duecentesca…»
B. «La competizione era la ‘deffida cum petitiōne’, ovvero la ‘sfida cavalleresca’ in cui si faceva richiesta di appoggio e di riguardo ai cavalieri in gara…»
C. «Non vorrei sbagliarmi, davvero… ma mi sembra di ricordare che competizione venga… con tutta probabilità… dall’inglese competition…»
7. Pareggio
A. «Nel latino medievale di Viterbo della seconda metà del Duecento è attestato paregium; pareggio in italiano a far tempo, più o meno, dal XIV secolo…»
B. «Con pareggio s’intende tanto ‘condizione di uguaglianza’ quanto ‘opinione personale soggettiva’…»
C. «Il paredjum era, nei primi scambi commerciali con le Indie Occidentali, il ‘drappo rosato delle abitanti di Saõ Colombo…»
8. Rigore
A. «Con rigore – l’attestazione è quattrocentesca – s’intende anche ‘grado di severità di alcune punizioni disciplinari’…»
B. «Con rigore s’intendeva, nella pallacorda, il tiro da mezzavia fatto dall’alto del campanile, di solito contro la folla festante (e in attesa) schierata nel vicolo sottostante…»
C. «Con calcio di rigore, almeno dall’inizio del XX secolo, le cronache sportive regolamentari intendono il ’tiro da undici metri’ ecc. contro la porta ‘difesa dal solo portiere’… ‘per fallo grave in area di rigore’, appunto…»
9. Sfiducia
A. «L’intrastivo sfiduciarsi vale ‘perdere la fiducia’ sin dalla metà del XIX secolo…»
B. «La sfiducia era, nel medioevo, la sē fĕdem ducere, il motto latino per ‘ricondurre l’unica fede alla propria persona’, riferito ai “Granduchi” nella Legislazione Ducale di Firenze…»
C. «Nel Cinquecento machiavellico l’aggettivo sfiduciato stava per ‘che non si fida’…»
10. Azzardo
A. «L’origine araba alla base di azzardo, di là dal possibili trànsito germanico o inglese, mi sembra evidente…»
B. «L’azzardo era, nella cucina araba, l’halt-as-zarth, una ‘specie di taralluccio’ da accompagnare alle bevande dissetanti…»
C. «Nel latino medievale “ludere ad açardum” valeva ‘giocare alla zara’…»